I leoni hanno davvero un accento? Lo studio che svela i loro ruggiti in versione dialetto

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I leoni hanno davvero un accento? Lo studio che svela i loro ruggiti in versione dialetto

| 16/01/2026
Fonte: Pexels

Da Tanzania a Zimbabwe, i ruggiti cambiano come fossero lingue locali

  • Uno studio rivela che i leoni di Tanzania e Zimbabwe hanno ruggiti diversi, quasi come dialetti
  • Le vocalizzazioni includono due tipi di ruggiti, distinti per durata e frequenza
  • Un leone del Botswana ha confuso gli algoritmi, che hanno classificato male l’83% dei suoi ruggiti
  • L’AI raggiunge l’87% di accuratezza nell’identificare i singoli leoni dai ruggiti, utile per la conservazione
  • Fattori ambientali, sociali e genetici potrebbero spiegare le variazioni regionali dei ruggiti

 

Che i leoni fossero considerati i sovrani della savana lo sapevamo tutti. Che però avessero anche un accento regionale, forse un po’ meno. A quanto pare, secondo una ricerca delle università di Exeter e Oxford, i ruggiti dei leoni cambiano a seconda della zona geografica, un po’ come quando un turista italiano prova a capire se qualcuno è di Milano o di Bari. In questo caso però, invece delle vocali aperte, entrano in gioco durate, frequenze e intensità.

Gli studiosi hanno analizzato migliaia di vocalizzazioni provenienti dai leoni della Tanzania e da quelli dello Zimbabwe, scoprendo differenze acustiche evidenti. Nel processo è emerso anche che ciò che viene chiamato genericamente ruggito in realtà è composto da due categorie: i full-throated roars, lunghi e potenti, e gli intermediary roars, più brevi e a frequenza più bassa. Questi ultimi compaiono verso la fine delle sequenze, quasi come un “ruggito di raffreddamento” dopo il pezzo forte.

Lo strano caso del leone A4 e le prime prove dei dialetti

La parte più divertente arriva con il leone A4, proveniente dal Botswana ma registrato nello Zimbabwe. I suoi ruggiti erano così atipici che l’algoritmo di classificazione li ha confusi nell’83% dei casi. Un po’ come quando un GPS non riconosce una strada sterrata e insiste a far tornare indietro. Gli scienziati non escludono che A4 avesse mantenuto il suo “accento natale”, rendendo complicata l’identificazione automatica.

Già negli anni Ottanta alcuni ricercatori avevano notato differenze simili in Namibia, ma ora queste osservazioni hanno finalmente trovato conferme misurabili. Le cause possibili sono molte: la vegetazione che modifica la propagazione del suono, l’apprendimento sociale all’interno delle famiglie di leoni e forse anche una componente genetica ancora da indagare.

L’AI entra in gioco e promette nuovi strumenti per la conservazione

L’obiettivo dello studio non era solo capire se i leoni avessero un accento, ma migliorare i metodi di monitoraggio delle popolazioni. I ricercatori hanno infatti utilizzato registrazioni raccolte con dispositivi CARACAL posizionati in Tanzania, analizzando oltre 1.400 vocalizzazioni. Grazie ai modelli Hidden Markov e ad algoritmi di clustering, sono riusciti a riconoscere con precisione l’identità dei singoli animali.

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L’AI ha raggiunto un’accuratezza dell’87%, un risultato promettente per un monitoraggio non invasivo. Tuttavia le variazioni geografiche pongono una sfida: un leone con un “accento diverso” può sfuggire alla classificazione. Una sorta di interferenza linguistica felina che gli scienziati dovranno considerare nei futuri sistemi acustici su larga scala.

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