Più della metà dei nuovi articoli su Internet sono scritti dall’IA: la scrittura umana è destinata all’estinzione?

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Più della metà dei nuovi articoli su Internet sono scritti dall’IA: la scrittura umana è destinata all’estinzione?

| 22/01/2026
Fonte: Pexels

Scriveremo ancora noi? L’IA già firma metà del web

  • Oltre metà degli articoli online è ora scritta da IA, un dato che apre interrogativi sul futuro della scrittura umana
  • La reazione al boom dell’IA ricalca le categorie di Umberto Eco: gli apocalittici temono il collasso culturale, gli integrati celebrano il potenziale democratico
  • Il contenuto più spesso generato dalle macchine riguarda testi formulaici e di servizio come how-to, news brevi e copy promozionale
  • L’uso quotidiano dell’IA da parte degli stessi autori crea forme di co-scrittura umana-macchina, rendendo sempre meno netta la distinzione tra autore e strumento
  • L’omologazione linguistica spinta dall’IA rischia di ridurre stile e diversità culturale, aumentando paradossalmente il valore della scrittura originale

 

Quando più della metà degli articoli online viene messa insieme da un’intelligenza artificiale, la prima domanda è quasi obbligata: dobbiamo prepararci a un mondo in cui gli umani scrivono solo la lista della spesa – e forse nemmeno quella? Il dato arriva da uno studio di Graphite, che ha analizzato oltre 65.000 articoli scoprendo che le macchine sono diventate le nuove stachanoviste del contenuto digitale. Lavorano veloci, non si lamentano e non hanno mai un blocco dello scrittore. Una concorrenza sleale, insomma.

Questa ondata di testi sintetici ha riaperto un vecchio dibattito già individuato negli anni Sessanta da Umberto Eco. L’allora duello era tra gli apocalittici, convinti che i media avrebbero rovinato tutto, e gli integrati, entusiasti sostenitori del nuovo. Le categorie funzionano perfettamente anche oggi: da una parte chi teme la scomparsa della voce umana, dall’altra chi accoglie l’IA come la soluzione definitiva al problema universale del “mi scade la consegna”.

Dove l’IA produce tanto e gli esseri umani producono meno

Il dettaglio interessante dello studio è la tipologia dei contenuti generati. Non romanzi, saggi o confessioni struggenti, ma testi dalla vita breve: aggiornamenti, recensioni standard, how-to e copy per convincere l’utente a comprare quell’ennesimo gadget che non sapeva di volere. È scrittura utile, certo, ma anche prevedibile, perfetta per un algoritmo che vive di pattern e ripetizioni. Il problema è che, per anni, tanti freelance hanno vissuto proprio di questo.

La questione autentica arriva però dopo: cosa succede alla nozione stessa di autore quando moltissimi testi nascono da un ping-pong continuo tra persona e IA? Il processo è più diffuso di quanto si creda. C’è chi scrive due righe, lascia espandere al modello e poi riedita per recuperare un po’ di umanità. Il risultato è una nuova forma di co-scrittura in cui nessuno sa più chi ha messo cosa, ma tutti si dichiarano soddisfatti del prodotto.

Originalità cercasi, anche perché ormai scarseggia

A complicare il quadro c’è la tendenza all’omologazione. I modelli linguistici, allenati su testi globali, portano verso strutture simili e una lingua sempre più standardizzata. Alcuni studiosi parlano di un’inedita forma di colonialismo linguistico digitale, specie per chi scrive in lingue non anglofone e vede il proprio stile piegarsi ai gusti dell’algoritmo.

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Paradossalmente, proprio questo scenario potrebbe rendere più preziosa la scrittura umana. Non perché sia migliore per definizione, ma perché è più imprevedibile, più locale, più imperfetta. Tutte caratteristiche che gli algoritmi per ora imitano, ma non possiedono davvero.

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