Hanno messo una bodycam a 12 gatti per vedere cosa combinavano fuori casa: in 50 ore i “ninja” non si sono fatti beccare a caccia
- Lo studio ha seguito 12 gatti adulti liberi di uscire sull’isola di Navarino, nell’estremo sud del Cile
- Secondo i proprietari, 8 gatti su 12 avevano già portato animali a casa e 10 su 12 erano stati osservati mentre cacciavano
- Le videocamere hanno registrato 106 ore complessive, di cui 50 ore e 33 minuti utilizzabili mentre gli animali erano attivi
- In tutto quel materiale non è stata documentata nemmeno una predazione vera e propria
- Lo studio non dimostra che i gatti “sapessero” di essere filmati: campione e tempo di osservazione erano troppo limitati per conclusioni del genere
Se avete mai vissuto con un gatto, sapete già come funziona: esce di casa con l’aria di chi deve partecipare a una riunione riservata della CIA e rientra ore dopo fingendo di non sapere nulla, di non aver visto nulla e soprattutto di non conoscere quel povero volatile comparso misteriosamente sullo zerbino. Ora immaginate di voler finalmente ottenere le prove. Gli mettete una videocamera sul collare. Aspettate. Registrate per ore. E niente.
Un gruppo di ricercatori ha fatto più o meno questo con 12 gatti domestici liberi di muoversi all’aperto sull’isola di Navarino, in Cile. Otto dei dodici animali, secondo i proprietari, avevano già portato prede a casa, soprattutto uccelli e topi. Dieci erano stati osservati mentre cacciavano.
Poi sono arrivate le bodycam: nelle 50 ore e 33 minuti di filmati effettivamente analizzabili con i gatti attivi non è stata registrata una singola predazione.
Scientificamente, la spiegazione è molto meno cinematografica di quanto vorremmo: il campione era minuscolo, il periodo di osservazione limitato e lo studio aveva natura esplorativa. Giornalisticamente, invece, possiamo dirlo: dei piccoli Dexter con i baffi. Tanti sospetti, ma nessuna scena del crimine ripresa.
La ricerca, intitolata Is the Cat–Owner Relationship Related to Cat–Wildlife Conflicts?, è stata pubblicata il 3 settembre 2026 sulla rivista scientifica Animals. Gli autori sono Elke Schüttler, Natalia Rojas-Troncoso, Nicolás Berrios e Jaime E. Jiménez, affiliati alla Universidad de Magallanes e al Cape Horn International Center, alla Pontificia Universidad Católica de Chile e alla University of North Texas.
Lo studio completo pubblicato su Animals chiarisce però subito un punto fondamentale: non c’è alcuna prova che i gatti abbiano modificato volontariamente il proprio comportamento perché consapevoli della videocamera. L’idea dei “ninja” funziona benissimo come immagine narrativa, non come conclusione scientifica.
Le bodycam dei gatti hanno registrato 106 ore sull’isola di Navarino
I ricercatori hanno selezionato gatti adulti, sani e abituati a trascorrere almeno due ore al giorno all’aperto. In origine gli animali coinvolti erano 15, ma tre furono esclusi perché mostravano segnali di stress indossando la videocamera.
Il monitoraggio si svolse durante le estati australi del 2017/2018 e del 2018/2019. Le telecamere Eyenimal, prodotte da NUM’AXES e montate su normali collari per gatti, pesavano insieme al collare circa 40 grammi, meno dell’1% del peso medio di un gatto domestico.
Le videocamere registravano anche l’audio e disponevano di luce infrarossa per le ore buie. Una luce blu segnalava inoltre quando il dispositivo era acceso, dettaglio che gli stessi autori indicano come possibile elemento capace di influenzare le interazioni tra i gatti e altri animali.
In totale vennero raccolte 106 ore e 24 minuti di registrazione. Una volta esclusi i momenti in cui i gatti non erano attivi o il materiale non risultava utilizzabile, rimasero 50 ore e 33 minuti da analizzare.
Ed è qui che la storia assume l’eleganza surreale di un interrogatorio in cui tutti hanno un alibi.
Perché i precedenti c’erano eccome.
Otto gatti su dodici, pari al 66,7%, avevano già portato animali a casa. Sette avevano portato uccelli e cinque topi. Tra le specie citate figuravano anche il parrocchetto australe (Enicognathus ferrugineus) e il passero dal collare rossiccio (Zonotrichia capensis). Due proprietari riferirono inoltre di conigli portati a casa e lucertole cacciate.
Non basta: 10 gatti su 12, cioè l’83,3%, erano stati osservati direttamente dai proprietari mentre cacciavano. Sette erano stati visti inseguire o disturbare uccelli, quattro topi, uno un visone e uno delle mosche.
Poi però arriva la telecamera e, improvvisamente, tutti cittadini modello. Nessun inseguimento concluso con una cattura. Nessuna predazione documentata. Nessun momento da mostrare al giudice.
Le bodycam registrarono comunque comportamenti di esplorazione, osservazione dell’ambiente e attività collegate alla caccia. Ma il passaggio decisivo, quello che avrebbe permesso di vedere una vera predazione, non comparve mai nei filmati analizzati.
I materiali supplementari dello studio comprendono anche alcuni filmati: per esempio un gatto che annusa un uccello morto, uno che esplora la foresta e un altro che osserva un uccello in città. In pratica: sospetti, movimenti strani, precedenti, frequentazioni discutibili. Ma niente flagranza.
Il rapporto con il proprietario non spiega la caccia
La parte più interessante dello studio, al di là della irresistibile trama da “gatti ninja”, riguarda però il rapporto tra comportamento dell’animale e relazione con il proprietario.
I ricercatori hanno utilizzato la Cat–Owner Relationship Scale (CORS), uno strumento pensato per misurare alcuni aspetti del legame percepito tra persona e gatto, tra cui frequenza delle interazioni e vicinanza emotiva.
Lo studio originale sulla Cat–Owner Relationship Scale descrive la scala come uno strumento per valutare differenti componenti della relazione uomo-gatto dal punto di vista del proprietario.
Nel campione di Navarino, tuttavia, non è emersa una relazione statisticamente significativa tra forza del legame gatto-proprietario e comportamenti di esplorazione o caccia osservati attraverso le videocamere.
Nemmeno età, sesso e fattori legati alla gestione dell’animale hanno spiegato in maniera convincente le differenze osservate.
Alcune tendenze sono comunque emerse. I proprietari con punteggi più elevati nella Cat–Owner Relationship Scale tendevano a riferire più episodi in cui il proprio gatto aveva disturbato la fauna selvatica. Inoltre, i gatti descritti come maggiormente inclini alla caccia trascorrevano tendenzialmente più tempo negli ambienti naturali e mostravano più comportamenti esplorativi.
Gli autori, però, non trasformano queste associazioni in rapporti di causa-effetto.
Una possibile interpretazione è molto semplice: chi ha un rapporto più stretto con il proprio gatto potrebbe osservarlo più attentamente e quindi accorgersi più spesso delle sue interazioni con la fauna. Non significa che coccolare di più il proprio micio lo trasformi automaticamente in Rambo.
Il dato che emerge con maggiore chiarezza è invece la forte variabilità individuale. I dodici gatti mostravano comportamenti molto diversi tra loro, sia nell’esplorazione sia nella frequentazione di ambienti urbani e naturali.
Ed è anche per questo che il risultato delle 50 ore senza predazioni va letto con cautela. Lo studio comprende solo 12 animali, tutti provenienti da una singola località subantartica, e gli stessi autori chiedono esplicitamente ricerche con campioni più grandi.
Quindi no: la scienza non ha appena dimostrato che i gatti diventano ninja quando vedono una bodycam.
Ha dimostrato qualcosa di molto più sobrio: in oltre 50 ore di registrazioni utilizzabili, dodici gatti con una storia di caccia riferita dai proprietari non sono stati ripresi durante una vera predazione.
Che poi, per chi conosce i gatti, è quasi più divertente della teoria complottista. Perché puoi mettergli una telecamera al collo, seguirli per ore, raccogliere dati, compilare questionari e analizzare ogni fotogramma. Loro, comunque, riusciranno a lasciarti con la sensazione di esserti perso esattamente il momento importante. I gatti sono dei ninja. E con un ottimo avvocato.

La redazione di commentimemorabili.it si impegna contro la divulgazione di fake news. La veridicità delle informazioni riportate su commentimemorabili.it viene preventivamente verificata tramite la consultazione di altre fonti.
Questo articolo è stato verificato con:
- https://www.mdpi.com/2076-2615/16/17/2777
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/28279780/
- https://www.mdpi.com/article/10.3390/ani16172777/s1
developed by Digitrend