Microshifting: il nuovo ritmo del lavoro tra smart working e pause strategiche

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Microshifting: il nuovo ritmo del lavoro tra smart working e pause strategiche

| 03/01/2026
Fonte: Pexels

Microshifting: il lavoro a piccoli sorsi che manda in crisi il vecchio 9-17

  • Il microshifting consiste nel frammentare la giornata lavorativa in mini-slot flessibili alternati a pause brevi
  • L’obiettivo è lavorare meglio, non meno, organizzando il tempo secondo energia e concentrazione personali
  • Permette di gestire traffico, commissioni e vita familiare senza perdere produttività
  • La flessibilità aiuta a evitare stress e burnout, ma richiede confini chiari e disciplina
  • Funziona soprattutto per lavori digitali o per obiettivi, meno per attività che richiedono presenza continua

 

Il microshifting ha un nome che sembra uscito da un manuale di marketing, ma in realtà descrive qualcosa di molto semplice: lavorare un po’, vivere un po’, e smontare quel monoblocco lavorativo che per decenni ha fatto sembrare le giornate tutte uguali. Non si parla di rivoluzioni epiche, ma di frammentare il lavoro in mini-turni che seguono più i ritmi umani che quelli del badge. Una telefonata qui, una pausa là, un foglio Excel tra una corsetta e la spesa fatta prima dell’assalto serale.

Se l’immagine dei manager che pretendono la presenza per otto ore vi sembra ancora dominante, il microshifting offre un modo per riadattare la routine. Con un po’ di organizzazione e una connessione Wi-Fi funzionante, si può iniziare presto, prendersi una pausa lunga, riprendere nel pomeriggio e magari chiudere il computer dopo cena. Il principio? Lavorare per obiettivi, non a tempo.

Flessibilità quotidiana e gestione della vita reale

La parte interessante del microshifting è che rispecchia come viviamo davvero. Perché uscire nel traffico quando le prime cose da fare sono smistare mail e controllare due documenti? Molti iniziano da casa, arrivano in ufficio con calma e poi, dopo una riunione necessaria, si dedicano a due passi o a una commissione. Una volta finito, si può tornare operativi dal divano o da un coworking senza passare nuovamente dall’ufficio.

Questo approccio non cancella gli impegni, ma permette di distribuirli meglio. Tutto diventa più gestibile, soprattutto per chi deve incastrare famiglia, lavoro e qualche frammento di vita sociale. E può persino consentire di prendere i figli alle 16.30 invece di incontrarli quando sono ormai cotti.

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Generazioni diverse, stesso bisogno di flessibilità

Non è una pratica riservata alla Gen Z, anche se a loro sembra cucita su misura. Millennials e Gen X possono adottarla senza stravolgimenti, purché si liberino dell’idea che produttività significhi sedersi alla scrivania per otto ore senza mai staccare. La flessibilità diventa utile soprattutto per chi gestisce la logistica domestica e rischia il burnout tra mille compiti. Anche qui, però, serve equilibrio: con il rischio sempre presente che frammentare troppo il tempo porti a essere disponibili h24. Le aziende, dal canto loro, non perdono nulla. Anzi: meno rigidità può tradursi in più produttività. La motivazione nasce dall’autonomia, non dalla presenza fisica. E in un mondo pieno di notifiche e richieste simultanee, un modello più flessibile è almeno un tentativo di organizzare il caos invece di subirlo.

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