Parlare con i defunti grazie all’intelligenza artificiale: ora è possibile

Quando l’intelligenza artificiale promette dialoghi post-mortem

 

L’idea di parlare con i morti sembrava destinata a restare nel mondo delle sedute spiritiche e dei film horror, e invece ci ha pensato l’intelligenza artificiale a rendere il tutto più tecnologico e meno polveroso. Un video diventato virale in Corea del Sud ha mostrato una famiglia che interagisce con un padre defunto, riportato “in vita” sotto forma di ologramma realistico. Il progetto si chiama Re;memory ed è firmato da DeepBrain AI, una startup che promette di accorciare la distanza tra vita e morte… almeno sul piano digitale.

Non si tratta di un caso isolato: sempre più aziende stanno scommettendo sulla possibilità di offrire alle persone un incontro post-mortem con chi non c’è più. Un’idea che alterna fascino e inquietudine, come se Black Mirror fosse stato promosso a manuale di psicologia applicata.

Parlare con i morti digitali: sollievo o illusione?

Per alcuni, poter ascoltare ancora la voce di un genitore o di un amico significa trovare un sollievo concreto durante l’elaborazione del lutto. In fondo, mantenere vivo un archivio di ricordi può avere un valore terapeutico: una sorta di diario interattivo che restituisce racconti, aneddoti e persino consigli. In questo senso, l’IA diventa una memoria estesa, utile a chi resta e a chi vuole tramandare la propria storia familiare.

Ma il rischio di trasformare l’assenza in un’illusione permanente è evidente. Se la persona non c’è più, quanto è sano continuare a dialogare con un suo avatar digitale? Alcuni studiosi avvertono che, invece di aiutare a chiudere il cerchio, queste tecnologie potrebbero bloccare chi le utilizza in una sorta di limbo emotivo.

I rischi del business del dolore

L’altro aspetto problematico è, ovviamente, il business. Se è vero che tutto può essere trasformato in un servizio, anche il dolore non fa eccezione. Alcune piattaforme già parlano di abbonamenti per “mantenere in vita” un avatar olografico, altre ipotizzano chatbot pronti a inviare messaggi e addirittura pubblicità targettizzata con la voce del defunto. Sì, avete letto bene: immaginate vostro nonno che dall’aldilà vi ricorda di approfittare delle offerte del Black Friday.

Il pericolo di monetizzare un momento tanto delicato come il lutto è concreto e solleva dubbi etici notevoli. Non si tratta solo di privacy o di dati sensibili: qui si parla di emozioni trasformate in merce da scaffale.

Tra archivio di ricordi e trappola emotiva

Eppure, non tutto è negativo. Per chi vive una perdita recente, avere accesso a un avatar digitale può offrire un ponte momentaneo, un modo per dire ciò che non si era detto. Alcuni psicologi sostengono che il dialogo con un chatbot possa aiutare a esternare emozioni che spesso restano represse.

È come scrivere una lettera a chi non c’è più, con la differenza che dall’altra parte arriva anche una risposta – generata dall’IA, certo, ma pur sempre una forma di interazione. Il punto critico è capire quando smettere. Se l’intelligenza artificiale diventa una stampella utile per attraversare un periodo difficile, ben venga. Ma se si trasforma in una gabbia che impedisce di accettare la realtà, allora il prezzo diventa troppo alto, e non solo sul piano economico.

Leggi anche: Docente lascia il lavoro per parlare con i morti dopo aver visto gli spiriti per quasi tutta la vita

Tecnologia, emozioni e la gestione del dolore

Alla fine, il problema non è la tecnologia in sé ma come la utilizziamo. Parlare con i morti attraverso l’intelligenza artificiale può sembrare un gesto di amore, un tentativo di restare legati a chi si è perso. Ma c’è una sottile linea che separa il conforto dalla dipendenza, il ricordo dalla simulazione. E se oggi possiamo evocare un padre, domani potremmo trovarci a conversare con intere generazioni di avatar che riempiono le nostre vite digitali.

Share