Perché ci mettiamo tanto a crescere? La risposta è in un fossile di due milioni di anni fa

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Perché ci mettiamo tanto a crescere? La risposta è in un fossile di due milioni di anni fa

| 04/03/2026
Fonte: Pexels

A Dmanisi una scoperta rimette in discussione una teoria classica

  • Gli esseri umani hanno un’infanzia più lunga rispetto agli altri primati e dipendono a lungo dagli adulti
  • Per anni questa caratteristica è stata collegata alle esigenze energetiche di un cervello in crescita
  • Un fossile di Homo primitivo trovato a Dmanisi mette in discussione questa teoria
  • L’analisi dei denti mostra uno sviluppo intermedio tra grandi scimmie e umani moderni
  • L’infanzia prolungata potrebbe aver favorito l’espansione del cervello e non il contrario

 

Gli esseri umani si distinguono dagli altri primati per un dettaglio tutt’altro che marginale: impiegano molto più tempo a diventare adulti. Questa infanzia prolungata è sempre stata considerata fondamentale per imparare a muoversi in un ambiente sociale complesso, fatto di cooperazione, relazioni e trasmissione di competenze.

Per decenni, la spiegazione più accreditata è stata quella del “cervello grande – infanzia lunga”. Secondo questa teoria, lo sviluppo lento servirebbe a sostenere l’enorme fabbisogno energetico di un cervello in crescita, il vero motore dell’evoluzione umana.

Il fossile di Dmanisi che cambia prospettiva

Una scoperta proveniente dal sito di Dmanisi, in Georgia, sta però rimettendo tutto in discussione. I resti appartengono a un giovane Homo primitivo vissuto circa 1,77 milioni di anni fa, morto tra gli 11 e i 12 anni. Un’età che, per gli standard umani moderni, è ancora pienamente infantile.

Eppure, alcuni elementi del suo sviluppo ricordano più da vicino le grandi scimmie. Questo ha spinto i ricercatori a ipotizzare che il rapporto tra crescita cerebrale e durata dell’infanzia sia stato interpretato al contrario. Forse non è stato il cervello a imporre tempi lunghi, ma una infanzia estesa a creare le condizioni per un cervello più grande.

I denti come archivio della crescita

A guidare lo studio è stato il team di Christoph Zollikofer dell’Università di Zurigo, che ha analizzato le microstrutture dentali grazie all’imaging con luce di sincrotrone. I denti, spiegano i ricercatori, funzionano come un diario biologico: crescono seguendo ritmi giornalieri, lasciando tracce leggibili anche dopo milioni di anni.

L’analisi ha rivelato una crescita insolita. I denti anteriori si sviluppavano più rapidamente, mentre quelli posteriori impiegavano più tempo a completarsi. Un modello intermedio tra scimmie e umani moderni, che indica una maturazione fisica non uniforme e una dipendenza prolungata dagli adulti.

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Comunità, cura e cervello in evoluzione

Il sito di Dmanisi racconta anche una storia sociale. Tra i reperti è stato trovato lo scheletro di un individuo anziano, completamente privo di denti, sopravvissuto per anni grazie all’aiuto del gruppo. Una prova concreta di cura comunitaria. Secondo gli studiosi, questo sistema di supporto avrebbe reso possibile un’infanzia più lunga, creando le basi per l’espansione cerebrale avvenuta in seguito. Una piccola rivoluzione concettuale, nata da un grande sorriso fossilizzato.

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