Perché la Gen Z non risponde mai al telefono?

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Perché la Gen Z non risponde mai al telefono?

| 07/10/2026
@AI generated

La Gen Z non risponde al telefono: la chiamata a sorpresa ormai sembra quasi un’aggressione

  • Un sondaggio britannico del 2024 ha rilevato che il 23% dei 18-34enni dichiara di non rispondere mai alle chiamate
  • Il 61% degli intervistati tra 18 e 34 anni preferisce ricevere un messaggio, mentre il 68% gradisce le telefonate se concordate prima
  • Più della metà dei giovani adulti associa una chiamata improvvisa all’arrivo di una brutta notizia
  • Messaggi e vocali permettono di scegliere quando rispondere, correggersi e soprattutto evitare quei saluti telefonici che richiedono tre tentativi
  • La telefonata conserva però un valore affettivo: per notizie importanti e relazioni strette, ignorarla sempre può diventare un problema

 

Il telefono squilla. Una volta significava semplicemente che qualcuno voleva parlarci. Per una parte dei più giovani, invece, il primo pensiero somiglia sempre più a: “Oddio, chi è morto?”. Del resto, se per anni amici, colleghi e parenti hanno comunicato attraverso WhatsApp, messaggi, vocali e notifiche, una chiamata comparsa dal nulla sullo schermo ha assunto più o meno la stessa delicatezza di qualcuno che entra in casa gridando: “Dobbiamo parlare”.

Un sondaggio condotto da Opinium per Uswitch su 2.000 adulti britannici tra il 9 e il 12 aprile 2024 ha trovato che il 23% dei partecipanti tra 18 e 34 anni dichiarava di non rispondere mai alle chiamate vocali. Attenzione alla carta d’identità: quella fascia comprende buona parte della Gen Z, insieme ai millennial più giovani. Quindi il dato racconta bene un cambiamento generazionale, senza trasformare improvvisamente ogni ventenne in Dracula davanti alla luce del display.

Nella stessa indagine, il 61% dei 18-34enni preferiva ricevere un messaggio invece di una telefonata e il 68% diceva di essere più disposto a parlare al telefono quando la chiamata era stata concordata in anticipo. Ancora più interessante: il 56% associava una telefonata improvvisa di amici o familiari alla possibilità che fosse successo qualcosa di brutto. Il vecchio “ti chiamo solo per salutarti”, insomma, rischia di provocare cinque secondi di pre-lutto prima ancora di rispondere.

Messaggi e vocali hanno dato ai più giovani il controllo sui tempi

La differenza sta soprattutto nel tempo. Un messaggio può rimanere lì mentre si lavora, si studia, si mangia o si contempla il soffitto fingendo di avere una vita interiore molto complessa. Una telefonata chiede invece una decisione immediata: rispondere oppure ignorare qualcuno sapendo perfettamente che, dall’altra parte, comparirà la scritta “chiamata senza risposta”. Piccolo senso di colpa incorporato nel sistema operativo.

C’è poi la conversazione in diretta. Scrivendo si può pensare, cancellare, riscrivere una frase che sembrava brillante e che riletta somiglia a una minaccia passivo-aggressiva. Al telefono bisogna improvvisare. Ci sono le pause, i convenevoli, le sovrapposizioni e soprattutto il meraviglioso rituale della chiusura: “Va bene, allora ci sentiamo”. “Sì, dai”. “Ciao”. “Ciao ciao”. “Buona serata”. “Anche a te”. Nessuno trova il coraggio di premere il tasto rosso.

C’è anche una questione molto meno psicologica e decisamente più concreta: una chiamata breve ha una certa tendenza a riprodursi. Doveva servire a sapere a che ora si cena domenica e venti minuti dopo si sta discutendo del meteo, del lavoro, della politica e della cugina che nessuno vede dal battesimo del 2009. Un messaggio “Alle 20?” ha maggiori difficoltà a trasformarsi spontaneamente in una riunione di famiglia.

Il cambiamento è visibile anche nei numeri generali delle comunicazioni. Secondo Ofcom, l’autorità britannica delle comunicazioni, tra il 2012 e il 2022 nel Regno Unito i tradizionali SMS e MMS sono scesi da 151 a 36 miliardi l’anno, mentre i messaggi inviati attraverso servizi online sono passati da circa 100 miliardi a oltre 1.300 miliardi. Il 58% degli adulti britannici intervistati da Ofcom dichiarava inoltre che, dovendo scegliere, avrebbe preferito rinunciare per un giorno alle telefonate piuttosto che alle proprie app di messaggistica.

Questo non significa che i giovani siano diventati improvvisamente incapaci di parlare. Il sondaggio Uswitch racconta qualcosa di più sottile: il 37% dei 18-24enni preferiva i messaggi vocali, quindi la voce non è scomparsa. È stata semplicemente privata dell’obbligo di avere dall’altra parte qualcuno disponibile nello stesso preciso istante. Il vocale conserva tono, esitazioni e sfumature, però può essere ascoltato quando si vuole. E, dettaglio fondamentale, non pretende risposta mentre magari si sta ancora cercando il secondo auricolare.

Ignorare ogni chiamata presenta però un piccolo inconveniente

La faccenda si complica quando entrano in scena genitori, nonni e persone cresciute con regole comunicative diverse. Per molti adulti più grandi telefonare non significa invadere lo spazio di qualcuno: significa cercarlo. Se una persona cara chiama, si aspetta che si risponda oppure che almeno arrivi una telefonata di ritorno. Ricevere invece un messaggio il mattino seguente può essere pratico, efficiente e perfettamente comprensibile. Affettuoso, magari, un po’ meno.

Ed emerge anche una discreta contraddizione. Nel sondaggio Uswitch, pur preferendo messaggi e comunicazioni meno invasive, il 53% dei 18-34enni dichiarava che si sarebbe offeso se amici o familiari non avessero telefonato per comunicare una notizia importante, come una nascita o un fidanzamento. La telefonata è fastidiosa finché non vogliamo essere noi la persona abbastanza importante da meritarne una. L’essere umano, ancora una volta, si conferma un sistema operativo pieno di bug.

Qui torna utile il concetto di bid for connection, il “tentativo di connessione” studiato dallo psicologo John Gottman. Il Gottman Institute descrive questi tentativi come piccoli gesti con cui una persona cerca attenzione e contatto: una domanda, una battuta, una richiesta apparentemente banale. Una telefonata del nonno per chiedere qualcosa che avrebbe potuto tranquillamente scrivere può quindi essere anche questo: una scusa molto poco sofisticata per sentirci.

Il compromesso sembra quasi imbarazzante per quanto è semplice. Un messaggio per le informazioni rapide, una telefonata per parlare davvero. Se la conversazione può aspettare, si può chiedere prima: “Sei libero stasera?”. Se invece il telefono squilla senza alcun preavviso, magari riserviamo il panico funebre ai casi in cui lo stesso parente chiama tre volte consecutive.

E chi riceve la chiamata può anche non rispondere subito, purché ogni tanto si ricordi di richiamare. Perché rispettare il tempo degli altri è una forma di attenzione. Per qualcuno, ancora oggi, lo è anche sentire una voce dall’altra parte.

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