Un manoscritto della Biblioteca Laurenziana rivela che già in epoca carolingia si conosceva il difetto del tempo ufficiale
- Un manoscritto dell’813 conservato a Firenze rivela che lo scarto di tre giorni tra il calendario giuliano e l’anno solare era già stato calcolato con precisione
- La scoperta deriva da una ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche su un codice della Biblioteca Medicea Laurenziana già notato nel Settecento da Leonardo Ximenes
- Il documento affianca al 21 marzo del calendario giuliano la data reale del 18 marzo per l’ingresso del Sole in Ariete, registrando l’anticipo anche per gli altri solstizi ed equinozi
- L’errore era dovuto all’anno giuliano creato da Giulio Cesare, leggermente più lungo dell’anno astronomico e poi corretto ufficialmente solo nel 1582 da papa Gregorio XIII
- Il testo precede di trent’anni un calendario simile trovato a Prüm in Germania, dimostrando la presenza di una vasta rete di scambi culturali e astronomici nell’Impero carolingio
Pensavamo che per accorgersi del clamoroso ritardo del calendario ci volesse la benedizione di Papa Gregorio XIII nel 1582, e invece nell’anno 813 qualcuno aveva già capito tutto con ben sette secoli di anticipo. Un manoscritto conservato a Firenze presso la Biblioteca Medicea Laurenziana, originariamente contenuto in un Sacramentario dell’Opera del Duomo, dimostra infatti che gli studiosi dell’epoca carolingia avevano già chiarissimo il difetto della misurazione del tempo ufficiale. La scoperta, emersa grazie a uno studio condotto dal Consiglio nazionale delle ricerche, riporta alla luce quanto segnalato nel Settecento dall’astronomo gesuita Leonardo Ximenes, il cui rilievo era però rimasto fino ad oggi nell’ombra.
La prova di questa incredibile consapevolezza risiede in una doppia annotazione dei fenomeni astronomici reali accanto alle date convenzionali del calendario giuliano. Se la tradizione fissata dal Concilio di Nicea nel 325 posizionava l’equinozio di primavera al 21 marzo, il codice fiorentino annotava il reale ingresso del Sole in Ariete al 18 marzo. Lo stesso identico scarto di tre giorni di anticipo veniva registrato con eccezionale precisione anche per gli altri solstizi ed equinozi. Un’accuratezza scientifica perfettamente compatibile con i calcoli dell’astronomia moderna, che dimostra come nel Medioevo si fosse perfettamente a conoscenza dello slittamento accumulato.
L’accumulo dei minuti nel tempo e la rete di saperi dell’Impero carolingio
L’inghippo risaliva direttamente al sistema introdotto da Giulio Cesare nel 46 a.C., eccellente per l’epoca ma penalizzato da un piccolissimo difetto di fabbrica. L’anno giuliano era infatti impercettibilmente più lungo dell’anno solare effettivo per via di una manciata di minuti di scarto ogni dodici mesi. Con il passare dei secoli, questa minuscola differenza accumulata ha finito per spostare in avanti le stagioni reali rispetto alle tabelle ufficiali. La soluzione formale sarebbe arrivata soltanto nel 1582 con la Riforma Gregoriania, destinata a cancellare dieci giorni dal calendario civile e a cambiare le regole dei bisestili, ma la falla del sistema era già stata smascherata da un pezzo.
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Il documento della Laurenziana precede di una trentina d’anni un manoscritto analogo datato 840 e conservato nell’area di Prüm, in Germania. Questa sorprendente analogia suggerisce l’esistenza di una fitta rete culturale nell’Impero carolingio, dove monaci e copisti dediti al computo ecclesiastico si scambiavano continuamente nozioni scientifiche avanzate. Molto prima del Rinascimento, Firenze era dunque già un centro nevralgico per lo studio dell’astronomia pratica, dimostrando che nell’Europa medievale c’era chi osservava attentamente il cielo senza lasciarsi ingannare dalle date riportate sulla carta.

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