Lasceresti che un’intelligenza artificiale insegni a tuo figlio? Lo hanno chiesto in 35 Paesi

Commenti Memorabili CM

Lasceresti che un’intelligenza artificiale insegni a tuo figlio? Lo hanno chiesto in 35 Paesi

| 28/08/2026
@AI generated

Affideresti tuo figlio, la tua salute o perfino la tua compagnia a un’AI? Lo hanno chiesto a 35.018 persone

C’è chi non lascia il proprio figlio cinque minuti con uno zio perché “gli dà troppi dolci”. Poi ci sono persone che, almeno davanti a un questionario, sarebbero disposte a farlo istruire da un’intelligenza artificiale.

Un gruppo internazionale di ricercatori ha chiesto a 35.018 adulti di 35 Paesi quanto sarebbero disposti ad affidare all’AI quattro ruoli piuttosto delicati: insegnare a un figlio, formulare una diagnosi medica, aiutare con un piccolo problema psicologico oppure fare compagnia nella vita quotidiana.

Medico, insegnante, psicologo o compagno: i quattro ruoli affidati all’AI

I dati arrivano dal Global Digital Wellbeing Survey 2023. I ricercatori hanno analizzato tre bisogni psicologici: autonomia, competenza e relazione con gli altri.

Poi sono arrivati gli scenari. Ai partecipanti è stato chiesto se accetterebbero che un’intelligenza artificiale: insegnasse al proprio figlio; diagnosticasse una condizione medica; fornisse consigli per un piccolo problema di salute mentale; oppure funzionasse come compagno nella vita quotidiana. Insomma, siamo passati abbastanza rapidamente da “AI, correggimi una mail” a “AI, già che ci sei, occupati pure di mio figlio, della mia salute e della mia solitudine”.

I ricercatori hanno poi confrontato le risposte tra nove grandi gruppi culturali utilizzando modelli statistici multilivello. Il risultato più costante riguarda il senso di competenza personale: chi dichiarava di sentirsi più capace ed efficace nella propria vita tendeva anche a mostrarsi più disponibile ad affidare all’AI ruoli come medico e insegnante.

L’autonomia, invece, era maggiormente associata all’apertura verso usi più personali dell’intelligenza artificiale, per esempio come supporto psicologico o compagno quotidiano. Il bisogno di connessione con gli altri mostrava effetti meno uniformi e più dipendenti dal contesto culturale.

Il 62,5% in un gruppo culturale accetterebbe un AI companion

Le differenze tra aree del mondo sono forse il dato più curioso. Nel cluster dell’Africa subsahariana il 62,5% dei partecipanti dichiarava che utilizzerebbe un AI companion per ricevere supporto nella vita quotidiana. Nel cluster nordico la percentuale scendeva al 32,9%. Quasi trenta punti di differenza per rispondere, sostanzialmente, alla domanda: “Ti andrebbe di avere una macchina come presenza stabile nella tua giornata?”.

Anche sull’istruzione il divario era netto: nel cluster arabo-islamico il 38,1% accetterebbe che un figlio fosse istruito da un insegnante generato dall’AI, contro il 17,5% del cluster nordico.

Gli autori hanno sottolineato proprio l’ampiezza di queste differenze culturali, che suggeriscono quanto sia rischioso immaginare un unico atteggiamento universale verso l’intelligenza artificiale. Neanche davanti al robot riusciamo quindi a metterci tutti d’accordo. D’altronde non ci siamo riusciti nemmeno con la pizza con l’ananas.

Ma dire “sì” in un questionario non significa farlo davvero

Qui arriva il limite più importante. Lo studio non ha osservato persone che affidavano realmente il proprio figlio, la propria salute o il proprio benessere psicologico a un’AI. Ha misurato intenzioni ipotetiche.

Scrivere “sì, accetterei una diagnosi fatta dall’intelligenza artificiale” seduti tranquillamente sul divano è una cosa. Dover scegliere davvero tra un algoritmo e un medico davanti a un problema serio potrebbe produrre una risposta molto diversa.

Gli stessi autori lo riconoscono: intenzione dichiarata e comportamento reale non sono la stessa cosa. Lo studio è inoltre osservazionale. Se maggiore competenza personale e maggiore apertura all’AI compaiono insieme, non significa che la prima provochi la seconda.

Anche le differenze culturali vanno lette con cautela: possono entrare in gioco familiarità con la tecnologia, accesso ai servizi, condizioni economiche, fiducia nelle istituzioni e moltissime altre variabili. I dati utilizzati nello studio sono stati inoltre resi disponibili dagli autori su Open Science Framework.

La parte interessante non è quanto sia brava l’AI, ma quanto siamo disposti a delegarle

La ricerca non stabilisce se un medico AI farebbe diagnosi migliori, se un insegnante artificiale sarebbe efficace o se un companion digitale migliorerebbe davvero il benessere. Studia soltanto quanto siamo disposti ad affidare loro quei ruoli. Ed è forse questo il punto più interessante. Finché chiediamo a una macchina di riassumere una mail, stiamo delegando un compito.

Quando le chiediamo di prendere parte alla nostra salute, all’educazione di un bambino o alla vita emotiva, cominciamo a delegare responsabilità e relazioni. Per anni ci siamo chiesti quanto l’intelligenza artificiale sarebbe diventata simile agli esseri umani. Questo studio suggerisce una domanda forse ancora più strana: quanti ruoli umani siamo disposti a regalarle?

logo-img
La redazione di commentimemorabili.it si impegna contro la divulgazione di fake news. La veridicità delle informazioni riportate su commentimemorabili.it viene preventivamente verificata tramite la consultazione di altre fonti.
Questo articolo è stato verificato con:
Chiedi la correzione di questo articoloValuta il titolo di questa notizia
Copyright © 2018 - Commenti Memorabili srl
P. IVA 11414940012

digitrend developed by Digitrend