Cane spaventato: cosa funziona davvero tra coccole, cibo e incoraggiamento secondo un nuovo studio
- Uno studio pubblicato il 29 agosto 2026 ha osservato 48 coppie cane-proprietario durante l’esposizione a una macchinina telecomandata, usata come oggetto insolito e moderatamente stressante
- I proprietari dovevano rassicurare il cane con voce e carezze, incoraggiarlo ad avvicinarsi alla macchinina, offrirgli cibo oppure rimanere completamente passivi
- Nessuna delle tre strategie attive ha ridotto in modo statisticamente affidabile i comportamenti associati allo stress rispetto al controllo passivo
- I cani guardavano però più spesso il proprietario quando quest’ultimo interagiva con loro, mentre quelli incoraggiati ad avvicinarsi tendevano a seguirlo verso l’oggetto
- I risultati non dimostrano che coccole e premi siano inutili: l’esposizione durava soltanto un minuto e i cani particolarmente paurosi erano stati esclusi dal campione
Il cane vede qualcosa di strano e, nel giro di mezzo secondo, si trasforma nell’addetto alla sicurezza di un aeroporto internazionale: corpo irrigidito, radar accesi, sguardo fisso e la convinzione che quella cosa comparsa in salotto senza regolare visto d’ingresso abbia sicuramente pessime intenzioni. A quel punto tocca al proprietario decidere come rassicurare un cane spaventato. Coccole? Un bocconcino? Il classico «vai a vedere, non è niente»? Oppure niente di niente, con l’umano immobile a fingere che quell’aspirapolvere, monopattino, sacchetto svolazzante o altro emissario del demonio domestico non esista?
La domanda è abbastanza comune da essere diventata materia da laboratorio. Julia Miller, Camila Cavalli, Amin Azadian e Alexandra Protopopova, ricercatori della University of British Columbia, in Canada, hanno confrontato sperimentalmente alcune delle reazioni che i proprietari adottano spontaneamente quando il cane incontra un oggetto sconosciuto.
Lo studio, Immediate behavioural outcomes of owner-delivered support during novel object exposure in dogs, è stato pubblicato il 29 agosto 2026 su BMC Veterinary Research. Il lavoro è sottoposto a peer review; Springer Nature precisa però che, al momento della pubblicazione, si tratta ancora della versione accettata del manoscritto, destinata a passare attraverso ulteriori modifiche editoriali prima della versione definitiva.
Il risultato, prevedibilmente, è meno comodo di un bel «fate così e vivrete tutti felici e contenti». Nessuna delle strategie sperimentate ha ridotto in maniera affidabile lo stress rispetto alla condizione in cui il proprietario rimaneva passivo. Ma questo non significa affatto che l’umano fosse irrilevante. Al contrario: il suo comportamento modificava dove guardava il cane, quanto cercava il contatto e quanto si avvicinava all’oggetto sconosciuto.
Come rassicurare un cane spaventato: 48 coppie cane-proprietario, una macchinina telecomandata e quattro diverse reazioni davanti allo stesso oggetto sconosciuto
Lo studio è partito da 58 cani di proprietà privata, con un’età mediana di quattro anni. Per essere ammessi, gli animali dovevano avere tra sei mesi e 11 anni, vivere con il proprietario da almeno sei mesi, sentirsi a proprio agio in ambienti sconosciuti e in presenza di estranei e avere le vaccinazioni di base aggiornate.
C’era però un criterio di esclusione particolarmente importante: i cani descritti dai proprietari come “molto paurosi” davanti a oggetti in movimento, come macchinine telecomandate o robot aspirapolvere, non potevano partecipare. Tradotto: la ricerca non riguarda cani con fobie gravi. È un dettaglio fondamentale, perché impedisce di prendere i risultati e appiccicarli indistintamente a qualunque animale tremante davanti a un Roomba.
Sette dei 58 cani iniziarono l’esperimento ma non lo completarono per ragioni legate al loro benessere. I ricercatori monitoravano infatti segnali come immobilizzazione, abbaio continuo, tentativi di nascondersi o movimenti molto intensi della scatola che conteneva la macchinina. Altri tre animali furono eliminati dalle analisi per problemi tecnici oppure perché un proprietario non aveva seguito correttamente le istruzioni. Il campione finale fu quindi composto da 48 coppie cane-proprietario.
Prima dell’esperimento, tutti i cani avevano completato anche un breve compito di discriminazione dei colori appartenente a un’altra ricerca. I proprietari avevano inoltre compilato alcune sezioni del Canine Behavioral Assessment and Research Questionnaire, conosciuto come C-BARQ. Il punteggio relativo alla paura non sociale servì a distribuire gli animali in maniera quasi casuale tra le quattro condizioni, cercando contemporaneamente di bilanciare età e sesso. Insomma, l’obiettivo era evitare che tutti i piccoli Woody Allen del campione finissero per qualche scherzo del destino nello stesso gruppo.
A quel punto arrivava lei: una macchinina telecomandata LiteHawk REBEL.
Il giocattolo veniva sistemato all’interno di un contenitore trasparente di plastica largo 88 centimetri, profondo 48 e alto 32, collocato a circa quattro metri dal proprietario. Un assistente controllava la macchinina da una stanza separata, dietro uno specchio unidirezionale. Quando veniva accesa, la LiteHawk REBEL si muoveva lungo i lati del contenitore e ne urtava le pareti. Non esattamente il T-800 di Terminator, ma andatelo a spiegare a un cane che non ha mai letto la scheda tecnica.
Gli animali erano liberi di muoversi, senza guinzaglio, mentre quattro telecamere registravano ciò che accadeva. Sul pavimento era stato tracciato con il gesso anche un quadrato a 30 centimetri dal contenitore, in modo da misurare quanto ogni cane decidesse spontaneamente di avvicinarsi.
La procedura prevedeva cinque fasi della durata di un minuto ciascuna. Dopo un primo minuto di ambientamento iniziava la parte centrale dell’esperimento: la macchinina veniva messa in movimento e ogni proprietario adottava una delle quattro strategie assegnate.
Nel gruppo “calming”, il proprietario restava seduto, parlava con tono rassicurante e poteva accarezzare il cane quando l’animale rimaneva abbastanza vicino. I partecipanti potevano usare le espressioni che avrebbero normalmente pronunciato a casa oppure frasi suggerite equivalenti a «va tutto bene», «non preoccuparti» e «sei al sicuro». Non potevano invece impartire comandi già appresi dal cane.
Nel gruppo “approach”, il proprietario doveva alzarsi, raggiungere il contenitore, toccarlo, indicare la macchinina e invitare verbalmente il cane ad avvicinarsi, usando frasi come «guarda, è una macchina» oppure «è solo una macchina». Una visita guidata al Museo delle Cose Che Non Ti Uccideranno, almeno nelle intenzioni dell’accompagnatore.
Nel terzo gruppo si ricorreva alla diplomazia più antica del rapporto uomo-cane: il cibo. Il proprietario restava seduto e, ogni cinque secondi, offriva piccoli pezzi di hot dog di pollo. Se il cane non mangiava immediatamente, il bocconcino veniva lasciato a terra e, al segnale successivo, ne veniva comunque offerto un altro. L’animale poteva quindi recuperare in seguito quelli precedentemente rifiutati.
Infine c’era il gruppo di controllo. Il proprietario doveva rimanere seduto senza guardare il cane, parlargli, toccarlo o reagire in alcun modo alla macchinina. In pratica, la performance richiedeva di trasformarsi per sessanta secondi in un complemento d’arredo IKEA dotato di metabolismo.
Dopo quel primo minuto la macchinina veniva spenta e il cane poteva muoversi liberamente. In seguito arrivava una seconda esposizione identica, con una differenza importante: tutti i proprietari dovevano rimanere passivi. I ricercatori volevano verificare se l’intervento utilizzato nella prima esposizione producesse un effetto immediatamente successivo.
L’analisi non si basava sul sofisticato parametro scientifico “questo cane mi sembra un po’ nervosetto”. Dai filmati, i ricercatori codificarono a intervalli di cinque secondi vari comportamenti associati allo stress, tra cui sbadigli, ansimare, leccamento delle labbra o del naso, scuotimento del corpo, sollevamento di una zampa, coda abbassata, accucciamento e tentativi di nascondersi.
Venivano valutati anche gli sguardi rivolti al proprietario e alla macchinina, la vicinanza all’essere umano e quella all’oggetto. Accanto al punteggio composito dei singoli comportamenti, gli osservatori assegnavano inoltre un Holistic Stress Score compreso tra 0 e 3, dove zero indicava assenza di stress e tre stress elevato. Nel livello più alto potevano comparire postura fortemente tesa, vocalizzazioni intense e, nel gruppo alimentare, persino il rifiuto del cibo.
Coccole e bocconcini non “vincono”, ma il cane guarda il proprietario e può seguirlo verso ciò che gli fa paura anche restando stressato
Prima di osservare cosa facessero davvero gli animali, i ricercatori avevano chiesto a 66 proprietari quali strategie considerassero più utili quando un cane affronta un oggetto che potrebbe spaventarlo.
L’85,7% riteneva utile esplorare l’oggetto e incoraggiare il cane a fare altrettanto. Il 78,6% considerava utile offrire bocconcini, mentre il 71,5% approvava il tentativo di tranquillizzare verbalmente il cane. Ignorarlo convinceva decisamente meno: soltanto il 7,1% dei partecipanti era d’accordo con questa strategia e nessuno si dichiarava fortemente d’accordo sulla sua utilità.
Quando la domanda passava dalla teoria alla pratica quotidiana, le percentuali cambiavano. Tra le 46 risposte valide, il 34,8% dei proprietari riferiva di utilizzare parole rassicuranti e/o carezze, il 28,3% di ricorrere al cibo e il 23,9% di incoraggiare il cane ad avvicinarsi. Il 19,6% preferiva aumentare la distanza dallo stimolo o evitarlo. Lasciare il cane libero di esplorare e mostrargli direttamente l’oggetto comparivano entrambi nel 13% delle risposte, mentre soltanto il 6,5% diceva di provare a distrarlo.
Noi esseri umani, insomma, arriviamo preparatissimi con una discreta collezione di teorie. I cani, come spesso accade, non hanno evidentemente ricevuto la circolare.
Durante l’esperimento, infatti, nessuna delle tre strategie attive produsse una riduzione statisticamente affidabile dei comportamenti di stress rispetto al controllo passivo. Nel punteggio comportamentale complessivo non emersero differenze significative né tra le diverse condizioni né tra la prima e la seconda esposizione.
Questo, però, non significa che la macchinina fosse percepita come l’equivalente cinofilo di un vaso di gerani. Confrontando i momenti in cui il giocattolo era acceso con quelli in cui rimaneva spento, il punteggio olistico mediano dello stress saliva da 0,50 a 1,00. Contemporaneamente, il punteggio ottenuto sommando i singoli comportamenti aumentava da 7,75 a 11,75. Entrambe le differenze erano statisticamente significative. L’oggetto provocava quindi uno stress lieve, ma misurabile.
Ed è qui che il ruolo del proprietario diventa più interessante.
I cani appartenenti ai tre gruppi in cui il proprietario interveniva guardavano l’umano più frequentemente rispetto ai cani del gruppo di controllo. Quando il proprietario parlava, offriva cibo o si muoveva verso la macchinina, diventava quindi una componente importante della situazione. Quando restava immobile nella sua interpretazione del comodino, il cane tendeva a rivolgergli meno sguardi.
Nel gruppo “approach” compariva inoltre un altro effetto: durante la prima esposizione, i cani trascorrevano più tempo vicino alla macchinina rispetto agli animali degli altri gruppi.
Sarebbe però sbagliato tradurre questo dato con un rassicurante «vedete? Basta andare vicino all’oggetto e il cane capisce che non deve avere paura». Durante la stessa esposizione, infatti, il punteggio olistico dello stress dei cani del gruppo “approach” era più elevato rispetto a quello registrato nella seconda esposizione.
Gli autori interpretano questa combinazione come un possibile segnale della disponibilità del cane a seguire il proprietario verso l’oggetto nonostante continui a manifestare stress. Ed è probabilmente uno dei risultati più utili dello studio: avvicinarsi non significa necessariamente essere tranquilli.
Un cane può seguire il proprio umano verso qualcosa che lo intimorisce perché lo utilizza come riferimento sociale. Non perché, dopo un rapido briefing con se stesso, abbia raggiunto la serenissima conclusione: «Ah, beh, se lo dici tu allora nessun problema».
Gli autori collegano infatti il comportamento al fenomeno del social referencing: quando un cane incontra una situazione ambigua può osservare il comportamento umano e sfruttare quelle informazioni per modulare le proprie azioni. La University of British Columbia ospita anche l’Animal Welfare Program e lo Human-Animal Interaction Lab coordinato da Alexandra Protopopova, impegnati nello studio di cognizione, apprendimento e benessere dei cani.
I risultati del 2026 non cancellano neppure le ricerche precedenti secondo cui il contatto con il proprietario può produrre effetti utili in situazioni differenti.
Uno studio randomizzato del 2017 condotto su 33 cani durante una visita veterinaria confrontò una condizione in cui il proprietario poteva accarezzare e parlare con il cane con una condizione in cui rimaneva presente senza interagire. Il contatto con il proprietario risultò associato a un minor numero di tentativi di saltare dal tavolo della visita e a una riduzione dell’aumento della frequenza cardiaca e della temperatura massima della superficie oculare.
Allo stesso modo, il mancato effetto immediato dei bocconcini nello studio della University of British Columbia non autorizza nessuno a prendere il sacchetto dei premi e lanciarlo teatralmente nel secchio dell’umido.
Il controcondizionamento, infatti, non equivale a dare una salsiccetta una volta mentre il cane ha paura. La tecnica punta a costruire progressivamente un’associazione differente attraverso esposizioni e abbinamenti ripetuti.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2024 su Applied Animal Behaviour Science ha preso in esame 12 articoli peer reviewed e due tesi riguardanti tecniche di controcondizionamento nei cani. La maggior parte degli studi riportava risultati favorevoli almeno in alcuni contesti, ma gli autori segnalavano anche differenze marcate nelle procedure, campioni piccoli e una considerevole eterogeneità metodologica. Tutti elementi che limitano la possibilità di generalizzare i risultati.
Anche il nuovo studio propone una spiegazione estremamente concreta per l’assenza di un effetto immediato del cibo: un solo minuto di bocconcini potrebbe semplicemente non bastare per creare una nuova associazione tra qualcosa percepito come minaccioso e qualcosa di piacevole.
Dodici pezzetti di hot dog, in altre parole, non costituiscono automaticamente una terapia comportamentale completa. Sarebbe bello: anche gli psicologi probabilmente avrebbero parecchio da ridire sul modello terapeutico “un wurstel ogni cinque secondi e passa tutto”.
C’è poi il limite più importante dello studio: i cani particolarmente paurosi davanti agli oggetti in movimento erano stati esclusi per ragioni di sicurezza e benessere. Inoltre, sia l’esposizione sia l’intervento duravano pochissimo e la seconda prova avveniva immediatamente dopo la prima. Gli autori precisano esplicitamente che i risultati non possono essere estesi alle situazioni nelle quali la paura sia più intensa o duri più a lungo.
Un altro limite riguarda la distanza. Nel gruppo “approach”, il proprietario si spostava deliberatamente verso la macchinina; nel gruppo dei bocconcini, invece, rimaneva seduto e tendeva naturalmente ad attirare il cane verso di sé. Distanza dall’oggetto, attenzione del proprietario e tipo di intervento finivano quindi per sovrapporsi almeno in parte.
Infine, il punteggio comportamentale assegnava lo stesso peso ai diversi segnali di stress, mentre il Holistic Stress Score utilizzato dagli osservatori dispone ancora di una validazione limitata. Gli stessi autori invitano quindi alla prudenza nell’interpretazione.
La conclusione dello studio non è «non consolate un cane spaventato». E non è nemmeno «riempitelo di bocconcini e il problema sparirà».
La ricerca mostra qualcosa di meno spettacolare, ma molto più preciso: davanti a un oggetto nuovo e moderatamente stressante, nel corso di un’esposizione di appena un minuto, parole rassicuranti e carezze, cibo oppure incoraggiamento ad avvicinarsi non hanno ridotto lo stress immediato più del controllo passivo.
Il proprietario, tuttavia, continuava ad avere un ruolo evidente. Quando interagiva, il cane lo guardava maggiormente. Quando si avvicinava all’oggetto, il cane tendeva a seguirlo. E poteva seguirlo pur continuando a manifestare disagio.
Quindi, se il vostro cane vi guarda davanti al Roomba come se aveste appena introdotto in soggiorno un Dalek di Doctor Who, la risposta scientificamente più corretta non è ancora «fai questo e funzionerà sicuramente». È più scomoda, perché obbliga a osservare davvero l’animale: bisogna considerare l’intensità della paura e non confondere il semplice avvicinamento con l’assenza di stress.
Perché un cane che ci segue verso il mostro potrebbe non aver affatto cambiato idea sul mostro.
Potrebbe semplicemente fidarsi di noi abbastanza da andare a controllare insieme.

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Questo articolo è stato verificato con:
- https://awp.landfood.ubc.ca/2024/07/01/dr-alexandra-sasha-protopopova-promoted-to-associate-professor-at-the-awp/
- https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0168159124001539
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/28501556/
- https://link.springer.com/article/10.1186/s12917-026-05837-6
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