Profili dating, quanto bisogna raccontare di sé? Uno studio trova il punto in cui “troppo poco” e “troppo” possono penalizzare
- Tre esperimenti pubblicati su Current Psychology hanno coinvolto complessivamente 332 persone single e analizzato come cambia la percezione di un profilo dating in base alle informazioni personali condivise
- Nel primo esperimento i profili con una quantità moderata di informazioni sono stati scelti come opzione preferita dal 52% dei partecipanti, contro il 26% dei profili scarni e il 22% di quelli molto dettagliati
- Raccontare pochissimo di sé tendeva a far percepire il proprietario del profilo come meno interessato a una relazione seria e più orientato verso incontri occasionali
- Il vantaggio della quantità “moderata” non è però universale: nel terzo esperimento l’effetto scompariva quando il profilo dichiarava esplicitamente di cercare una relazione breve o lunga
- Gli autori sottolineano che contenuto, tono e quantità delle informazioni possono sovrapporsi, quindi lo studio non permette di stabilire una lunghezza perfetta valida per ogni bio e ogni dating app
Scrivere un profilo dating è uno di quei compiti apparentemente semplici che riescono a trasformare un adulto funzionante in un copywriter in crisi mistica.
Quanto bisogna dire? Poco, per mantenere l’alone di mistero? Abbastanza da dimostrare di possedere una personalità? Tutto, compreso il nome del gatto, il rapporto irrisolto con l’ex e quella volta nel 2014 in cui abbiamo pianto guardando una pubblicità del pandoro?
Una ricerca pubblicata online il 20 luglio 2026 su Current Psychology suggerisce che la quantità di informazioni personali inserite nei profili dating può effettivamente modificare non solo l’attrazione suscitata, ma anche le intenzioni che gli altri attribuiscono al proprietario del profilo. In alcuni casi, raccontarsi poco può far apparire meno interessati a costruire qualcosa di serio. Raccontarsi moltissimo, però, non garantisce automaticamente un vantaggio.
Lo studio, intitolato Too much information or not enough? How self-disclosure in online dating profiles influences attraction and relationship intentions, è stato realizzato da Gurit E. Birnbaum, Yovel Refaeli e Kobi Zholtack della Reichman University insieme a Harry T. Reis della University of Rochester. Il lavoro è stato accettato l’8 luglio e pubblicato online dodici giorni dopo.
Tre esperimenti sui profili dating mostrano che poche informazioni possono sembrare scarso interesse, mentre una descrizione moderata lascia spazio anche alla curiosità
La parola chiave della ricerca è self-disclosure, cioè la quantità di informazioni personali che scegliamo di rivelare. Gli autori si sono concentrati soprattutto sulla sua ampiezza: quanti aspetti di sé vengono messi sul tavolo, più che sulla profondità emotiva di una singola confessione.
Per verificare l’effetto, il gruppo ha condotto tre esperimenti con persone senza una relazione sentimentale. Complessivamente hanno partecipato 332 studenti.
Il primo studio ha coinvolto 90 persone, 45 donne e 45 uomini, tra 21 e 29 anni. Tutti i partecipanti erano eterosessuali e single. Prima di giudicare gli altri, ognuno doveva creare il proprio profilo dating indicando fotografia, nome, età, città e una breve descrizione personale. Il passaggio serviva a rendere l’esperimento più realistico e a far entrare i partecipanti nella stessa logica di autopresentazione che avrebbero poi dovuto valutare.
Successivamente ciascuno osservava tre profili di persone dell’altro sesso giudicate in precedenza moderatamente attraenti. Cambiava soprattutto una cosa: la quantità di informazioni personali. C’era quindi una versione a bassa, moderata e alta self-disclosure.
Dopo aver osservato ogni profilo, i partecipanti ne valutavano attrattiva sociale e sessuale, presunto interesse verso il sesso occasionale o verso una relazione stabile e il proprio desiderio di avere con quella persona un rapporto breve o lungo. Dovevano inoltre scriverle un messaggio; successivamente giudici indipendenti analizzavano quelle risposte cercando segnali di interesse romantico e desiderio di continuare l’interazione.
Ed è qui che compare quello che gli autori descrivono come un possibile “effetto Goldilocks”: né troppo poco né troppo, ma una quantità intermedia.
Quando la self-disclosure costituiva il principale indizio disponibile, il profilo moderatamente dettagliato è stato scelto come opzione dating preferita dal 52% dei partecipanti. Quello con poche informazioni si è fermato al 26%, mentre il profilo ad alta self-disclosure è stato preferito dal 22%. La differenza risultava statisticamente significativa.
Una bio ridotta praticamente ai minimi sindacali, quindi, non sembrava particolarmente misteriosa e affascinante. Rischiava piuttosto di assomigliare alla versione sentimentale di una mail con scritto soltanto “vedi allegato”.
I proprietari dei profili con poche informazioni venivano infatti considerati meno attraenti sul piano sociale, più interessati al sesso occasionale e meno orientati verso una relazione stabile rispetto a chi raccontava qualcosa in più. Sul piano dell’attrattiva sessuale, invece, nel primo esperimento non emergevano differenze significative tra i tre livelli di self-disclosure.
Il risultato più curioso riguarda proprio i profili molto dettagliati. Erano considerati socialmente attraenti quasi quanto quelli moderati e addirittura venivano percepiti come ancora più orientati verso una relazione seria. Eppure i partecipanti dichiaravano un maggiore interesse a costruire una relazione a lungo termine con il proprietario del profilo moderato rispetto sia a quello scarno sia a quello molto dettagliato.
Perché?
Gli autori ipotizzano diverse possibilità. Poche informazioni possono suggerire scarso investimento, chiusura oppure il tentativo di nascondere qualcosa. Troppe informazioni, invece, potrebbero produrre sovraccarico informativo, sembrare una forma di condivisione eccessiva oppure eliminare una parte di quella curiosità che alimenta le prime fasi della conoscenza.
È un po’ la differenza tra ricevere il trailer e trovarsi davanti direttamente il cofanetto con director’s cut, scene eliminate e commento del regista prima ancora di avere deciso se il film ci interessa.
Attenzione, però: questa è un’interpretazione proposta dagli autori, non la dimostrazione che il cervello umano possieda un contatore universale capace di gridare “TROPPE INFORMAZIONI!” alla cinquantunesima parola.
Il secondo esperimento ha provato a capire meglio perché una quantità moderata potesse funzionare.
Questa volta hanno partecipato 132 studenti, 66 donne e 66 uomini, tra 19 e 34 anni. Il 95% si identificava come eterosessuale e il restante 5% come bisessuale. Ogni partecipante vedeva un solo profilo, assegnato casualmente, con self-disclosure bassa oppure moderata.
Il profilo scarno conteneva sostanzialmente una frase equivalente a “vale assolutamente la pena chattare con me”. Quello moderato aggiungeva alcune informazioni sulla personalità e sugli interessi: creatività, ottimismo, attività fisica, caffè e tramonti in spiaggia. Dopo la valutazione del profilo, arrivava perfino una chat online di cinque minuti con la persona mostrata. Solo che quella persona era in realtà un complice del laboratorio e utilizzava risposte prestabilite. Altro che ghosting: qui dietro al match c’era direttamente il protocollo sperimentale.
I risultati hanno confermato una parte importante del primo studio. Il profilo più scarno veniva percepito come meno interessato a una relazione stabile e più interessato agli incontri occasionali. I partecipanti, a loro volta, esprimevano meno interesse per una relazione lunga e maggiore interesse per qualcosa di casuale con quel proprietario.
L’analisi statistica era coerente con un possibile meccanismo: una descrizione moderata faceva apparire la persona più orientata verso un rapporto serio e questa impressione era collegata al maggiore desiderio del partecipante di iniziare una relazione seria con lei.
Gli stessi autori invitano però alla cautela nel parlare di causalità per questa mediazione psicologica, perché percezione delle intenzioni e interesse personale venivano misurati nella stessa sessione.
Raccontarsi tanto non è sempre un errore: se il profilo dichiara cosa cerca, la “quantità perfetta” smette di essere così semplice
A questo punto sembrerebbe tutto risolto: basta scrivere una bio di media lunghezza e attendere il matrimonio.
Naturalmente no. Sarebbe stato troppo facile e probabilmente avremmo già trovato una startup pronta a vendere “57 parole scientificamente ottimizzate per trovare l’anima gemella”.
Il terzo esperimento cambia infatti parecchio il quadro.
Vi hanno partecipato 110 studenti, 56 donne e 54 uomini, tra 20 e 33 anni, tutti eterosessuali, single e appartenenti a un’università non statunitense. Questa volta ogni partecipante osservava sei profili, costruiti combinando tre livelli di self-disclosure — basso, moderato e alto — con due intenzioni dichiarate: ricerca di una relazione breve oppure di una relazione a lungo termine.
Per ridurre il rischio che i risultati dipendessero da una singola frase particolarmente simpatica o antipatica, gli autori utilizzarono due descrizioni differenti per ciascun livello di self-disclosure e randomizzarono l’abbinamento tra fotografie, testi e intenzioni relazionali.
Ed ecco il colpo di scena: l’effetto Goldilocks osservato nel primo studio non si ripeté.
Quando nei profili compariva chiaramente la scritta “cerco qualcosa di breve” oppure “cerco una relazione lunga”, quell’informazione diventava un filtro molto potente. In generale, una maggiore self-disclosure migliorava la percezione sociale del proprietario del profilo e aumentava l’interesse verso una possibile relazione seria. Il vantaggio della quantità moderata rispetto a quella alta, invece, scompariva.
Il risultato più particolare emergeva proprio nei profili che dichiaravano di cercare qualcosa a breve termine.
Quando il proprietario si presentava come orientato al breve periodo, l’interesse dei partecipanti verso una relazione seria con lui o lei cresceva progressivamente passando dalla self-disclosure bassa alla moderata e poi a quella alta: su una scala utilizzata nello studio, le medie passavano da 2,00 a 2,36 e infine 2,85.
Nei profili che dichiaravano già intenzioni a lungo termine, invece, l’interesse per una relazione stabile saliva da 2,46 con poca self-disclosure a 3,00 con quella moderata, per poi rimanere sostanzialmente stabile a 2,94 nella condizione con molte informazioni.
In pratica, una bio molto dettagliata poteva perfino attenuare il segnale “cerco solo qualcosa di casuale”. Gli autori ipotizzano che dedicare molto spazio alla propria descrizione possa trasmettere apertura, disponibilità alla connessione e investimento, caratteristiche che sembrano poco coerenti con l’immagine di qualcuno interessato esclusivamente a un incontro fugace.
Naturalmente questo non significa che chi scrive una biografia da Premio Strega sotto la voce “Su di me” desideri segretamente sposarsi.
Significa soltanto che chi legge può interpretare la quantità di informazioni come un segnale, anche quando quel segnale sembra contraddire ciò che il proprietario del profilo ha dichiarato esplicitamente.
Ed è forse il risultato più interessante dell’intera ricerca: un profilo dating non comunica esclusivamente attraverso ciò che dice, ma anche attraverso quanto sembra essersi impegnato a dirlo.
Ci sono inoltre diversi limiti da tenere ben presenti.
Prima di tutto, i campioni erano composti da studenti relativamente giovani. Due dei tre esperimenti includevano soltanto partecipanti eterosessuali; nel secondo erano presenti anche sei persone bisessuali, ma il campione non permetteva un’analisi approfondita delle differenze tra orientamenti sessuali. Non sappiamo quindi se gli stessi schemi si replichino allo stesso modo tra persone più anziane, su app differenti, in culture diverse o in popolazioni LGBTQ+ più ampie.
C’è poi un problema ancora più importante: la quantità delle informazioni non può essere separata perfettamente dal loro contenuto.
Nel primo studio, per esempio, i profili ad alta self-disclosure contenevano dettagli che potevano risultare personalmente diagnostici o perfino essere letti come piccoli campanelli d’allarme, compreso il riferimento a una recente rottura sentimentale. Gli stessi autori riconoscono che la minore preferenza osservata per il profilo più dettagliato potrebbe quindi dipendere non soltanto dalla quantità di testo, ma anche dal tipo e dal tono delle informazioni rivelate.
Nel terzo esperimento questo problema è stato ridotto utilizzando più descrizioni per ciascun livello, ma non eliminato del tutto.
Per questo la ricerca non identifica il numero ideale di parole da mettere in una bio. Non dice che 40 parole funzionano, 80 sono romantiche e dalla centesima in poi arriva la polizia delle dating app.
La conclusione proposta da Gurit Birnbaum è più ragionevole: quando la descrizione personale rappresenta la principale informazione disponibile, una quantità moderata può comunicare apertura, impegno e disponibilità alla conoscenza senza sovraccaricare chi legge o togliere completamente spazio alla curiosità. Quando però nel profilo entrano altri segnali forti — soprattutto l’obiettivo relazionale dichiarato — il significato della self-disclosure cambia.
Tradotto dal linguaggio accademico al meraviglioso inferno delle dating app: scrivere soltanto “chiedi e scoprirai” potrebbe non farvi sembrare enigmatici come Batman. Potrebbe semplicemente far pensare che non aveste voglia di compilare il profilo.
All’estremo opposto, raccontare immediatamente interessi, valori, aspettative, genealogia familiare, ex, vacanze del 2007 e trauma derivante dalla morte di Mufasa non assicura automaticamente maggiore attrazione.
Nel mezzo sembra esserci uno spazio interessante: dire abbastanza da far capire che dietro quelle fotografie esiste un essere umano, lasciando qualcosa da scoprire durante la conversazione.
Che poi quella conversazione parta davvero è un’altra questione. Per quella, purtroppo, la scienza non ha ancora trovato il pulsante “rispondi al messaggio, maledetto”.

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