“Ai miei tempi i ragazzi stavano meglio”: cosa dice davvero la nuova meta-analisi internazionale

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“Ai miei tempi i ragazzi stavano meglio”: cosa dice davvero la nuova meta-analisi internazionale

| 31/08/2026
@AI generated

Salute mentale dei giovani, la grande meta-analisi: dal 1981 al 2019 non emerge un peggioramento generale

  • Una meta-analisi pubblicata il 29 agosto 2026 ha esaminato 175 studi condotti in 44 Paesi, per un totale di 418.528 bambini e adolescenti tra 1 e 18 anni
  • Tra il 1981 e il 2019 non emergono prove robuste di un aumento generale del livello medio complessivo dei problemi emotivi e comportamentali
  • Alcuni problemi esternalizzanti, come aggressività e violazione delle regole, risultano diminuiti, mentre in specifici gruppi aumentano ansia, depressione, disturbi somatici e problemi sociali
  • I risultati cambiano a seconda dell’età, del Paese e soprattutto di chi compila il questionario: genitori, insegnanti oppure bambini e adolescenti
  • La meta-analisi non consente di valutare adeguatamente il periodo successivo alla pandemia di Covid-19 e non misura direttamente diagnosi psichiatriche, ricoveri, suicidi o richieste di assistenza

 

«I giovani d’oggi stanno sempre peggio». È una di quelle frasi che sembrano essere nate prima dell’anagrafe stessa: con ogni probabilità qualcuno la pronunciava già lamentandosi dei ragazzini sumeri che non rispettavano più la calligrafia sulle tavolette d’argilla. Cambiano le generazioni, cambiano i pantaloni, cambiano le tecnologie da mettere sul banco degli imputati, ma l’“ai miei tempi” continua a godere di una salute che farebbe invidia a parecchi esseri umani.

Una nuova e imponente meta-analisi sulla salute mentale dei giovani, però, invita a maneggiare questa convinzione con molta più cautela. La ricerca, pubblicata il 29 agosto 2026 su Clinical Child and Family Psychology Review, ha riunito 175 studi condotti in 44 Paesi, per un campione complessivo di 418.528 bambini e adolescenti tra 1 e 18 anni.

Il risultato più sorprendente è anche quello che si presta meglio a essere deformato in uno slogan: tra il 1981 e il 2019 gli autori non hanno trovato prove robuste di un aumento generale del livello medio complessivo dei problemi emotivi e comportamentali.

Questo non significa che “i ragazzi stanno benissimo”. Non significa nemmeno che la crisi della salute mentale giovanile sia una specie di allucinazione collettiva partorita al termine di una riunione su Zoom durata quattro ore e mezza. Il risultato dice qualcosa di molto più preciso: confrontando campioni di popolazione appartenenti a epoche diverse mediante gli stessi tipi di strumenti standardizzati, il punteggio medio complessivo dei problemi emotivi e comportamentali è rimasto sostanzialmente stabile.

 

La salute mentale dei giovani non peggiora in modo uniforme: la meta-analisi trova stabilità generale, ma cambiamenti importanti in ansia, aggressività e altri sintomi

Per capire davvero cosa racconta la ricerca bisogna partire dal metodo, perché 418.528 partecipanti non sono stati convocati tutti insieme in una palestra per rispondere alla domanda: «Allora, come va?». Sarebbe stato molto suggestivo. Dal punto di vista logistico, appena più complicato di organizzare Woodstock.

Gli autori hanno realizzato una meta-analisi cross-temporale, cioè hanno confrontato i punteggi medi registrati da studi condotti in anni differenti.

Gli studi selezionati dovevano utilizzare strumenti appartenenti all’Achenbach System of Empirically Based Assessment. In particolare, la Child Behavior Checklist (CBCL), compilata dai genitori; il Teacher’s Report Form (TRF), affidato agli insegnanti; e lo Youth Self-Report (YSR), nel quale bambini e adolescenti descrivono direttamente i propri sintomi e comportamenti.

Il dettaglio conta parecchio. Un genitore, un professore e un quindicenne possono osservare la stessa persona e produrre tre ritratti sorprendentemente diversi. Chiunque abbia frequentato da vicino un adolescente può fare un esperimento domestico: chiedere contemporaneamente al ragazzo, alla madre e all’insegnante se «va tutto bene». Con buone probabilità arriveranno tre risposte appartenenti a tre generi letterari distinti.

Gli strumenti considerati misurano i problemi emotivi e comportamentali in modo dimensionale. Non riguardano quindi soltanto disturbi psichiatrici formalmente diagnosticati, ma comprendono anche difficoltà e sintomi che rimangono al di sotto della soglia clinica.

È uno dei motivi principali per cui sarebbe scorretto trasformare lo studio nella frase «la crisi della salute mentale dei giovani non esiste». La ricerca non misura direttamente l’andamento delle diagnosi psichiatriche, dei ricoveri, delle richieste di assistenza o dei suicidi. Fotografa un’altra dimensione del problema.

Quando Vekety, Takacs, Kói, Protzko e gli altri autori hanno analizzato il punteggio totale, non è comparso un deterioramento sistematico nel corso dei quattro decenni considerati.

In alcuni sottogruppi è emersa addirittura una diminuzione dei problemi complessivi: nella prima infanzia secondo le valutazioni dei genitori, nella media infanzia secondo le autovalutazioni e tra i ragazzi adolescenti ancora sulla base dei self-report. Gli effetti, però, non risultavano omogenei tra fasce d’età e informatori.

Ed è proprio aprendo la valigia e guardando cosa c’è dentro che la storia diventa più interessante.

Il peso complessivo del bagaglio sembra essere rimasto relativamente stabile, ma alcuni oggetti sono usciti e altri sono entrati. La meta-analisi individua, attraverso più informatori, una diminuzione dei problemi esternalizzanti, cioè di quelle difficoltà che tendono a manifestarsi verso l’esterno con conflitti, aggressività o violazioni delle regole.

In particolare, l’aggressività durante la media infanzia è diminuita nel tempo secondo più fonti. Gli autori rilevano inoltre una diminuzione dei comportamenti di violazione delle regole nelle valutazioni fornite dai genitori e, in alcuni gruppi, un calo dei sintomi legati a ritiro e depressione.

La direzione, tuttavia, non è sempre rassicurante. Le valutazioni dei genitori indicano un aumento di ansia e depressione negli adolescenti. I self-report mostrano invece un aumento dei disturbi somatici nei ragazzi adolescenti. Tra gli adolescenti europei compare inoltre un aumento dei problemi sociali nelle autovalutazioni.

Sono segnali specifici, circoscritti a determinate fasce d’età, aree geografiche o fonti di valutazione. Non descrivono una gigantesca onda di peggioramento capace di investire allo stesso modo ogni giovane di ogni Paese.

Il caso dei problemi di attenzione rende ancora più evidente quanto sia necessario evitare conclusioni frettolose. Secondo i genitori, questi problemi sarebbero aumentati di circa tre punti ogni dieci anni. Le valutazioni degli insegnanti, però, mostrano in alcuni gruppi la tendenza opposta.

C’è anche un’ulteriore complicazione metodologica: l’affidabilità della sottoscala relativa ai problemi di attenzione compilata dai genitori è diminuita nel corso del tempo. Gli stessi autori sottolineano quindi che non è possibile arrivare a conclusioni solide sull’evoluzione temporale dei problemi di attenzione.

Traduzione: niente processo sommario a smartphone, social network, scuola contemporanea, videogiochi, genitori moderni o Mercurio retrogrado. La meta-analisi individua tendenze, non dimostra quali fattori le abbiano causate.

Il titolo scelto dai ricercatori, Kids These Days!, del resto, non è casuale. John Protzko, tra gli autori della meta-analisi del 2026, aveva già studiato insieme a Jonathan Schooler la nostra straordinaria predisposizione a osservare la generazione successiva e concludere, più o meno elegantemente, che sia venuta male.

Nel 2019, Protzko e Schooler pubblicarono su Science Advances cinque studi preregistrati condotti complessivamente su 3.458 adulti statunitensi. I risultati mostrarono quello che i due studiosi definirono kids these days effect.

Le persone tendevano a considerare i giovani peggiori soprattutto nelle caratteristiche nelle quali ritenevano di eccellere personalmente. Chi attribuiva particolare importanza all’autorità vedeva i ragazzi come meno rispettosi; le persone più istruite tendevano a considerarli meno intelligenti; chi leggeva molto li giudicava meno interessati alla lettura.

Una delle spiegazioni avanzate da Protzko e Schooler riguarda la memoria. Quando confrontiamo i ragazzi di oggi con quelli di quarant’anni fa, infatti, non necessariamente mettiamo a confronto due generazioni reali. Spesso confrontiamo i giovani contemporanei con il ricordo restaurato della nostra giovinezza.

Una specie di filtro Instagram applicato all’adolescenza, solo che il lavoro di post-produzione lo fa direttamente il cervello.

La meta-analisi pubblicata nel 2026 aggiunge un tassello interessante proprio a questa discussione: almeno per quanto riguarda il carico medio dei sintomi emotivi e comportamentali subclinici rilevati dagli strumenti utilizzati, dal 1981 al 2019 non emerge il grande declino generazionale che una parte della narrazione pubblica potrebbe far immaginare.

Il grande limite è il Covid: lo studio si ferma sostanzialmente al 2019 e non può descrivere la situazione attuale

A questo punto arriva il limite che impedisce di brandire la nuova meta-analisi come una clava durante qualsiasi discussione sulla salute mentale contemporanea: il periodo post-Covid non è stato analizzato nelle conclusioni temporali principali.

La ricerca aveva individuato anche alcuni studi nei quali la raccolta dei dati arrivava fino al 2021. Tuttavia, gli autori hanno escluso dalle meta-regressioni temporali tre studi condotti durante o dopo l’inizio della pandemia, perché il numero era troppo ridotto per sostenere un confronto affidabile.

Le conclusioni principali dello studio riguardano quindi il periodo 1981-2019.

E non è esattamente una postilla stampata in corpo 6 a fondo pagina. Gli stessi ricercatori identificano l’assenza di dati sufficienti sul periodo successivo al Covid-19 come una delle principali limitazioni della meta-analisi, ricordando che la pandemia potrebbe avere avuto conseguenze importanti sulla salute mentale di bambini e adolescenti.

La ricerca presenta inoltre una forte eterogeneità tra gli studi inclusi. I risultati possono cambiare a seconda del Paese, dell’età, del sesso dei partecipanti e della persona incaricata di compilare il questionario.

Anche la rappresentazione geografica non è uniforme. Nei dati europei, per esempio, i Paesi Bassi forniscono numerosi punti di osservazione. Nelle Americhe hanno un peso considerevole gli Stati Uniti, mentre nei dati asiatici è particolarmente rappresentata la Cina.

Gli autori avvertono esplicitamente che un andamento medio osservato nella popolazione non può essere trasformato nel destino di ogni singolo individuo. Un dato aggregato può descrivere la direzione generale di un gruppo senza raccontare in alcun modo ciò che sta vivendo uno specifico ragazzo.

Esiste poi una questione metodologica quasi filosofica: anche il linguaggio con cui descriviamo il disagio può cambiare insieme alla società.

Un genitore degli anni Ottanta e un genitore del 2019 potrebbero osservare esattamente lo stesso comportamento e interpretarlo in maniera differente. Una maggiore consapevolezza psicologica, una riduzione dello stigma e i cambiamenti nel concetto stesso di ciò che definiamo “problema” possono modificare quello che viene riconosciuto, interpretato e successivamente riportato nei questionari.

La meta-analisi tenta di ridurre questo ostacolo usando strumenti comparabili nel corso del tempo, ma non può eliminarlo completamente.

Il messaggio finale è quindi decisamente meno comodo di uno slogan. Ed è proprio per questo che vale la pena ascoltarlo.

Tra il 1981 e il 2019, la salute mentale dei giovani, per come viene misurata dai punteggi di problemi emotivi e comportamentali considerati dalla meta-analisi, non mostra un peggioramento generale uniforme. Emergono piuttosto cambiamenti nella composizione dei problemi: alcune difficoltà diminuiscono, altre possono aumentare e le tendenze cambiano in funzione dell’età, dell’area geografica e dell’informatore.

Insomma, forse ogni generazione non sta necessariamente “peggio” di quella precedente.

Potrebbe semplicemente stare male in modo diverso.

E per l’eterna assemblea condominiale dell’“ai miei tempi”, probabilmente, questa è una conclusione molto più difficile da digerire.

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