Essere single può far crescere la propria identità: lo studio su 600 persone
- Tre studi preregistrati hanno coinvolto complessivamente 600 persone
- Chi vedeva la vita da single come ricca di possibilità di crescita riferiva maggiore soddisfazione e minore paura di restare single
- La self-expansion comprende esperienze che fanno scoprire nuove capacità, attività, prospettive o aspetti della propria identità
- Le esperienze di crescita avvenivano spesso insieme ad amici e familiari, non necessariamente in solitudine
- L’esperimento finale non ha dimostrato che basti cambiare mentalità per considerare la vita da single una maggiore opportunità di crescita
Essere single può essere un periodo di crescita personale. No, non nel senso del classico “devi prima imparare ad amare te stesso”, frase che solitamente arriva dopo una rottura insieme al gelato, ai vocali di sette minuti dell’amica e alla tentazione di controllare Instagram alle 2:43 del mattino.
La questione è più interessante. Uno studio pubblicato su Personality and Social Psychology Bulletin ha analizzato la cosiddetta self-expansion: quelle esperienze attraverso cui scopriamo capacità, attività, punti di vista o parti della nostra identità che prima conoscevamo poco o per niente.
La ricerca, firmata da Elina Moreno, Yuthika U. Girme, Anastasiia Burik e Sarah C. E. Stanton, comprende tre studi preregistrati con 600 partecipanti complessivi. Ma attenzione al titolo facile che già scalpita dietro l’angolo: lo studio non dimostra che essere single renda più felici. Non c’è nessun derby “single contro fidanzati”, nessuna coppa da consegnare a chi dorme in diagonale nel letto matrimoniale. Il punto è un altro: conta anche il modo in cui viene vissuta la propria condizione.
Essere single non significa aspettare qualcuno
Gli autori hanno studiato quello che chiamano singlehood self-expansion potential, abbreviato in SSEP: in sostanza, quanto una persona considera il proprio periodo da single capace di offrirle occasioni per ampliare il senso di sé.
La self-expansion theory non nasce con questa ricerca. Tradizionalmente è stata utilizzata soprattutto per studiare le relazioni sentimentali: innamorarsi di qualcuno può portarci dentro nuovi ambienti, interessi, amicizie e prospettive. Il partner ascolta jazz? Magari finisci a un concerto. Ama arrampicare? Potresti scoprire che appenderti a una parete a dieci metri d’altezza ti entusiasma. Oppure che preferisci decisamente il divano. Anche questa, in fondo, è conoscenza di sé.
Moreno e colleghi hanno spostato il riflettore: che cosa succede quando il partner non c’è?
Il primo studio ha seguito 130 persone single per 14 giorni attraverso un diario quotidiano. I partecipanti avevano tra 19 e 49 anni, con un’età media di 22,72 anni.
Il secondo studio ha coinvolto 146 persone per sei settimane, questa volta con rilevazioni settimanali. I ricercatori hanno osservato non soltanto quanto i partecipanti percepissero la vita da single come un’occasione di self-expansion, ma anche quali esperienze facessero realmente e con chi le condividessero.
Il quadro emerso dai primi due studi è piuttosto coerente. Chi vedeva la propria condizione da single come ricca di possibilità di crescita tendeva a riferire più esperienze di self-expansion, maggiore soddisfazione per l’essere single, maggiore soddisfazione di vita, un più alto soddisfacimento dei bisogni psicologici e una minore paura di restare senza partner.
“Tendeva” è la parola importante. Non “diventava”. Non “grazie a”. Non “basta farlo e vedrete la luce”. Siamo nel territorio delle associazioni statistiche, non delle pozioni magiche.
Ed è interessante anche capire in cosa consistessero concretamente queste famigerate esperienze di crescita. Nello studio settimanale comparivano attività fisica, socializzazione, feste e celebrazioni, uscite per mangiare o bere, hobby, viaggi, gite, shopping, film, serie televisive, giochi, obiettivi scolastici o lavorativi e attività legate alla cura di sé.
Insomma, self-expansion non significa necessariamente partire da soli per il Nepal con uno zaino, tre mutande e il bisogno impellente di “ritrovarsi”.
Anzi. Uno dei dettagli più interessanti riguarda proprio la compagnia: secondo quanto riportato anche dalla Society for Personality and Social Psychology nella presentazione della ricerca, le esperienze di self-expansion dei single avvenivano prevalentemente insieme a persone vicine con cui non esisteva una relazione romantica. Nello studio settimanale, fino all’82% dei partecipanti ha indicato amici e familiari come compagni di queste esperienze.
Essere single, quindi, non equivale a essere soli. Concetto rivoluzionario soltanto per certe commedie romantiche nelle quali il protagonista senza partner viene automaticamente rappresentato mentre mangia cibo cinese direttamente dal cartone al buio.
Il “mindset” da solo non basta
Il terzo studio è probabilmente il pezzo più importante dell’intera ricerca, perché impedisce di trasformarla nel solito sermone motivazionale da LinkedIn.
Gli autori hanno coinvolto 324 partecipanti in un esperimento preregistrato. L’età andava dai 18 ai 76 anni, con una media di 38,43 anni. Nel campione finale c’erano 283 persone che si definivano single, 34 separate o divorziate e sette vedove.
I partecipanti sono stati assegnati casualmente a condizioni differenti. A un gruppo è stato chiesto di immaginare come la propria condizione di single potesse permettere di svolgere in futuro attività nuove; il gruppo di controllo doveva invece concentrarsi su attività di routine.
L’idea era semplice: se induco una persona a immaginare possibilità nuove, posso aumentare la sua convinzione che essere single rappresenti una buona occasione di self-expansion?
La risposta, per quanto meno scintillante di un reel motivazionale, è stata no.
L’esperimento non è riuscito ad aumentare significativamente il singlehood self-expansion potential. In altre parole, immaginare attività nuove non ha davvero convinto i partecipanti che la propria condizione sentimentale offrisse maggiori opportunità di espandere il senso di sé.
Qualcosa, però, è successo: il gruppo sperimentale ha riportato più esperienze immediate di self-expansion e un umore più positivo. Ma non abbastanza da poter affermare che cambiando prospettiva sull’essere single si ottengano automaticamente tutti gli altri benefici osservati.
Gli stessi autori lo riconoscono. Come emerge dall’articolo scientifico originale, i primi due studi mostrano soprattutto associazioni e l’esperimento finale non ha risolto la questione della causalità.
Potrebbe quindi funzionare anche al contrario: forse chi sta già bene da single riesce più facilmente a vedere quella fase della propria vita come un terreno pieno di possibilità. Se sei soddisfatto, autonomo e non vivi ogni domenica pomeriggio come l’anticamera della morte, probabilmente sarà anche più semplice accorgerti delle cose che puoi fare.
Il Washington Post sottolinea inoltre un altro limite: gran parte dei partecipanti dei primi studi era composta da giovani adulti. Una fascia d’età che può avere più tempo, libertà e occasioni sociali per provare attività nuove rispetto a persone più avanti negli anni e con responsabilità differenti. Serviranno quindi altre ricerche per capire quanto questi risultati siano generalizzabili.
Ed è proprio qui che lo studio diventa più interessante del titolo “i single sono più felici”, che sarebbe anche falso.
La ricerca non dice che stare senza partner sia meglio. Non dice che una relazione impedisca di crescere. Non dice nemmeno che chi soffre perché vorrebbe avere qualcuno accanto dovrebbe semplicemente “cambiare mentalità”, magari tra una lezione di pilates e un corso di ceramica.
Dice qualcosa di più sobrio: per alcune persone essere single può rappresentare anche uno spazio di esplorazione e crescita, soprattutto quando quella fase non viene vissuta esclusivamente come una sala d’attesa prima della prossima relazione.
Elina Moreno lo ha spiegato anche nel comunicato della Society for Personality and Social Psychology: chi desidera restare single può utilizzare le esperienze di self-expansion per conoscere meglio se stesso e sostenere il proprio benessere; ma lo stesso principio può valere anche per chi sta cercando una relazione. Non bisogna necessariamente amare la propria condizione sentimentale per ricavarne qualcosa.
Forse è questo il punto meno spettacolare e più utile: essere single non è automaticamente libertà, così come essere in coppia non è automaticamente realizzazione. Dipende dalle persone, dalle circostanze e dal significato attribuito a quella fase della vita.
Perché tra “sono single” e “sto aspettando che finalmente inizi la mia vita” c’è una differenza enorme.
Nel mezzo, volendo, c’è proprio la vita.

La redazione di commentimemorabili.it si impegna contro la divulgazione di fake news. La veridicità delle informazioni riportate su commentimemorabili.it viene preventivamente verificata tramite la consultazione di altre fonti.
Questo articolo è stato verificato con:
- https://www.washingtonpost.com/wellness/2026/08/31/being-single-can-be-great-opportunity-personal-growth-study-suggests/
- https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/01461672261462978
- https://www.eurekalert.org/news-releases/1138406
developed by Digitrend