Gli scienziati hanno ascoltato migliaia di conversazioni con cani e gatti: ecco di cosa parliamo

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Gli scienziati hanno ascoltato migliaia di conversazioni con cani e gatti: ecco di cosa parliamo

| 01/09/2026
@AI generated

Parlare con cani e gatti non è solo una nostra fissazione: gli scienziati hanno classificato perfino quando “leggiamo” la loro mente

  • Uno studio pubblicato su Frontiers in Psychiatry ha analizzato 5.072 clip audio con presenza di animali, raccolte da 240 persone
  • I ricercatori hanno sviluppato un sistema chiamato AURAL-Pet per classificare il modo in cui le persone parlano con cani e gatti nella vita quotidiana
  • Tra le categorie compaiono “mind reading”, nomignoli affettuosi, irritazione, ordini formulati come domande e giudizi positivi o negativi sul comportamento dell’animale
  • Le persone raccontavano agli animali ciò che stavano facendo, i propri programmi futuri, appuntamenti dal medico, visite al negozio e perfino il meteo
  • In media, le persone parlavano agli animali nel 9,2% delle clip in cui stavano parlando; per alcuni partecipanti la percentuale arrivava al 49,6%

 

Se avete mai spiegato al gatto che domani dovete andare dal medico, che fuori fa un caldo infernale e che prima di cena dovete passare al supermercato, sappiate che la scienza è finalmente arrivata anche lì. Non per giudicarvi — per quello basta il gatto — ma per classificare con metodo ciò che diciamo realmente ai nostri animali domestici.

Uno studio pubblicato su Frontiers in Psychiatry da Dara S. Jonkoski e colleghi ha sviluppato infatti un sistema scientifico, chiamato AURAL-Pet, pensato per descrivere e quantificare le interazioni quotidiane tra persone e cani o gatti. La ricerca porta il titolo Cross-species conversations: the development of the AURAL-Pet coding system to capture how people talk to pets in daily life e ha DOI 10.3389/fpsyt.2026.1881870.

Per sviluppare e testare AURAL-Pet, il gruppo di ricerca ha utilizzato quattro dataset audio preesistenti raccolti negli Stati Uniti con il metodo EAR, Electronically Activated Recorder, un sistema utilizzato per campionare brevi frammenti sonori della vita quotidiana. I dataset provenivano da quattro precedenti progetti che avevano coinvolto, rispettivamente, anziani, adulti sani impegnati in pratiche di meditazione, coppie alle prese con un tumore al seno e adulti recentemente divorziati o separati.

Il dataset finale comprendeva 5.072 clip audio di 30 o 50 secondi nelle quali era stata rilevata la presenza di un animale, riferibili a 240 partecipanti. L’età media dei partecipanti era di 48,5 anni, con un intervallo compreso tra 24 e 87 anni; il 68,3% era composto da donne e il 31,7% da uomini. Le 240 persone rappresentavano il 44% dei 541 partecipanti complessivamente presenti nei quattro studi originari.

AURAL-Pet classifica nomignoli, sfoghi, ordini camuffati da domande e persino i momenti in cui attribuiamo pensieri e desideri all’animale

Il bello arriva quando si guarda alle categorie elaborate dai ricercatori. Perché AURAL-Pet non si limita a stabilire se uno sta parlando con il cane oppure no. Sarebbe troppo facile. Il sistema entra in quella zona meravigliosamente umana in cui un adulto perfettamente funzionante può guardare il proprio gatto immobile sul divano e dichiarare: “Lo so che vuoi che rimanga a casa”.

Una delle categorie si chiama infatti “mind reading”, letteralmente “lettura della mente”. Viene utilizzata quando una persona esprime verbalmente una propria interpretazione di ciò che l’animale potrebbe desiderare, provare, pensare o avere intenzione di fare. Nello studio rientrano in questa categoria, per esempio, frasi con cui il proprietario attribuisce al pet fame, desideri, emozioni o intenzioni. La frequenza media della categoria “mind reading” era dell’8,6% delle clip pet-adjacent valutate per ciascun partecipante, con una variabilità molto ampia e valori individuali fino al 50%.

C’è poi l’uso dei nomignoli. Nel protocollo compaiono esempi come “baby”, “princess” e perfino “big yellow”. Perché evidentemente, a un certo punto dell’evoluzione, chiamare un animale con il nome registrato dal veterinario ci è sembrato troppo istituzionale. La categoria comprendeva soprannomi affettuosi e variazioni del nome del pet ed era rilevata, in media, nel 13,4% delle clip considerate per ciascun partecipante.

AURAL-Pet registra anche irritazione e frustrazione, quindi sì: la scienza contempla formalmente il momento in cui il cane ha appena fatto qualcosa che non doveva fare e voi gli rivolgete un discorso con la stessa compostezza di un amministratore di condominio durante un’assemblea sul lastrico solare. Questa categoria compariva mediamente nello 0,9% delle clip analizzate per partecipante.

Il sistema distingue inoltre i comandi, compresi quelli formulati sotto forma di domanda. L’esempio riportato dagli autori è qualcosa come: “Vuoi andare a prendermi quella palla?”. Che grammaticalmente lascia all’animale l’illusione democratica di poter rispondere “no”, mentre entrambi sappiamo benissimo che non era affatto una consultazione popolare.

I ricercatori hanno classificato anche i giudizi positivi e negativi sul comportamento dell’animale, evitando però di affidarsi eccessivamente al tono della voce. Durante lo sviluppo di AURAL-Pet si erano accorti che distinguere in modo affidabile sarcasmo, ironia e altre sfumature vocali era complicato; per aumentare la concordanza tra valutatori hanno quindi privilegiato il contenuto delle parole. Il “bravo amore della mamma” e il “sei un disastro ambulante con la coda”, insomma, finiscono in caselle diverse, purché il significato sia abbastanza chiaro.

Parliamo con gli animali di programmi, medico e meteo

La parte forse più memorabile dello studio riguarda però gli argomenti delle conversazioni. I ricercatori hanno previsto una categoria denominata “human substitute” per i casi in cui il partecipante parlava con il pet come se fosse un interlocutore umano, affrontando temi che andavano oltre le necessità immediate dell’animale. Non semplicemente “hai fame?” o “andiamo fuori?”, quindi, ma comunicazioni decisamente più elaborate.

Analizzando il contenuto delle clip, i codificatori hanno osservato persone che raccontavano agli animali quello che stavano facendo o pensando, descrivevano le azioni del pet oppure anticipavano ciò che avrebbero fatto in seguito. Sono comparsi più volte discorsi relativi al meteo, alla temperatura, al negozio e ai programmi futuri. Tra le annotazioni dei ricercatori figurano esplicitamente anche riferimenti a “doctor plans”, cioè programmi o appuntamenti dal medico.

Tradotto in termini domestici: esiste gente che informa il cane dell’agenda della giornata con una precisione che probabilmente non riserva nemmeno al gruppo WhatsApp di famiglia. Il cane, dal canto suo, incassa l’informazione con grande professionalità, salvo poi perdere ogni dignità quando sente aprire il cassetto dei biscotti.

Il fenomeno, peraltro, non sembra marginale. Per calcolare quanto spesso le persone si rivolgessero agli animali, gli autori hanno confrontato le clip in cui veniva registrato un discorso diretto al pet con tutte le clip in cui il partecipante parlava con qualcuno o qualcosa: un animale, un’altra persona, un gruppo oppure se stesso.

Su 30.433 clip complessive contenenti parlato, i partecipanti parlavano agli animali in media nel 9,2% dei casi. La variabilità individuale era però enorme: si passava dallo 0% fino al 49,6%. In altre parole, per qualcuno quasi una conversazione registrata su due coinvolgeva un animale.

Gli autori sottolineano che AURAL-Pet è stato sviluppato soprattutto come strumento metodologico: lo studio non dimostra che parlare al gatto del meteo migliori la salute mentale, né che attribuire pensieri al cane produca particolari benefici psicologici. Il lavoro fornisce invece un metodo per misurare in modo sistematico queste interazioni naturali e permettere a ricerche future di verificare eventuali associazioni con il benessere umano, quello animale e la qualità del legame tra persona e pet.

C’è inoltre un limite importante. I quattro dataset erano archivi audio raccolti per altri studi e non erano stati originariamente progettati per indagare il rapporto tra esseri umani e animali. Mancando una componente video, i ricercatori non potevano sempre stabilire con certezza se l’animale presente fosse un cane oppure un gatto. La distinzione era affidabile soprattutto quando si sentivano vocalizzazioni inequivocabili, come abbai o miagolii, perciò la variabile relativa alla specie è stata eliminata dal sistema definitivo.

Per la stessa ragione, il gruppo non poteva sapere con certezza se l’animale presente appartenesse effettivamente al partecipante. Gli autori hanno quindi scelto prudentemente l’espressione “pet-adjacent”, invece di parlare automaticamente di proprietari di animali. Lo studio riguardava inoltre conversazioni in lingua inglese e il sistema AURAL-Pet dovrà essere valutato ulteriormente prima di estenderne l’affidabilità ad altre lingue o ad altre specie domestiche.

Il valore curioso della ricerca rimane comunque intatto: parlare con cani e gatti non significa soltanto impartire ordini o chiedere se hanno fame. Nelle registrazioni della vita reale finiscono programmi, pensieri, negozi, medici e previsioni del tempo. Una specie di podcast quotidiano a pubblico singolo, con ascoltatore peloso e diritto di replica fortemente limitato.

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