Hanno usato sui cani un celebre test psicologico per neonati: cosa accade quando l’umano diventa inespressivo?

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Hanno usato sui cani un celebre test psicologico per neonati: cosa accade quando l’umano diventa inespressivo?

| 01/09/2026
@AI generated

Gli scienziati hanno fatto finta di “spegnersi” davanti ai cani: loro si sono accorti subito che qualcosa non andava

  • Un gruppo di ricerca ha applicato a 32 cani adulti lo Still-Face Paradigm, un esperimento psicologico nato nel 1978 per studiare le reazioni dei neonati
  • Ogni cane ha affrontato il test sia con il proprio proprietario sia con una persona sconosciuta, in due sessioni separate da 3-4 settimane
  • Quando l’essere umano smetteva improvvisamente di interagire e rimaneva immobile e inespressivo, i cani riducevano vicinanza, contatto, sguardi e comportamenti di richiesta
  • Nella fase di “faccia di pietra” aumentava invece l’annusare, e la risposta compariva anche quando davanti al cane c’era uno sconosciuto
  • Lo studio è già disponibile online su Applied Animal Behaviour Science e comparirà nel volume 304 di novembre 2026 con il numero di articolo 107128

 

Immaginate la scena. State giocando con un cane, gli parlate, lo guardate, interagite normalmente. Poi, all’improvviso, vi “spegnete”: niente più risposta, niente gesti, niente espressioni. Restate lì, immobili, con la faccia neutra e gli occhi ancora puntati sull’animale. In pratica, da essere umano funzionante vi trasformate in un NPC che ha terminato le battute disponibili.

È più o meno quello che Laura A. Rial, Magdalena Jousset, Sol M. Ortiz e Mariana Bentosela hanno fatto con 32 cani adulti per capire come reagiscono quando una normale interazione sociale viene interrotta senza alcun preavviso. Lo studio, intitolato Still-face phenomenon in domestic dogs: Does familiarity matter?, è già disponibile online su ScienceDirect e sarà formalmente collocato nel volume 304 di novembre 2026 della rivista Applied Animal Behaviour Science, con DOI 10.1016/j.applanim.2026.107128. Quindi sì: novembre deve ancora arrivare, ma l’articolo scientifico è già consultabile online. Benvenuti nell’editoria accademica, dove anche il calendario ogni tanto ha bisogno di una nota a piè di pagina.

Lo Still-Face Paradigm nato per studiare i neonati è stato applicato ai cani, confrontando le reazioni davanti al proprietario e a uno sconosciuto

Il cuore dell’esperimento è lo Still-Face Paradigm, cioè il “paradigma del volto immobile”. Il protocollo venne sviluppato da Edward Tronick e colleghi nel 1978 per studiare cosa accade quando, durante uno scambio faccia a faccia, la persona che interagisce con un neonato smette improvvisamente di fornire le normali risposte sociali. Nel lavoro originale, i bambini reagivano alla madre diventata improvvisamente inespressiva mostrando diffidenza e progressivo ritiro, mettendo in evidenza quanto la reciprocità conti già nelle primissime interazioni umane. La pubblicazione del 1978 è disponibile anche su PubMed.

Nel nuovo studio sui cani, i ricercatori hanno utilizzato un disegno entro i soggetti: significa che tutti i 32 cani hanno sperimentato entrambe le condizioni. In una sessione interagivano con il proprietario; nell’altra con una persona sconosciuta. Le due prove erano separate da 3-4 settimane e l’ordine delle condizioni veniva controbilanciato, in modo da ridurre il rischio che il semplice fatto di aver già affrontato il test condizionasse i risultati.

I cani erano adulti, di entrambi i sessi e appartenenti a razze differenti, compresi meticci. Inoltre, a differenza di alcuni precedenti esperimenti svolti a distanza, il protocollo veniva condotto in presenza e nell’ambiente domestico del cane.

Ogni sessione era divisa in tre momenti. Prima arrivava l’interazione positiva: la persona interagiva normalmente con il cane. Poi scattava la fase still-face. Senza preavviso, l’umano interrompeva l’interazione, assumeva un’espressione neutra e restava immobile, continuando però a guardare l’animale. Infine arrivava la fase di ricongiungimento, nella quale l’interazione positiva riprendeva.

In altre parole, il cane passava da “ehi, stiamo facendo qualcosa insieme” a “perché improvvisamente sembri un manichino della Rinascente?” senza alcuna spiegazione intermedia.

Ed è proprio durante quella brusca interruzione che il comportamento cambiava.

I cani trascorrevano meno tempo vicino alla persona, riducevano il contatto, guardavano meno l’essere umano e diminuivano i comportamenti di richiesta. L’effetto della fase still-face emergeva indipendentemente dal fatto che davanti all’animale ci fosse il proprietario o uno sconosciuto. Durante la stessa fase aumentava invece il comportamento di annusamento.

È importante non trasformare questi dati in un dialogo Disney che lo studio non ha mai registrato. I ricercatori non dimostrano che il cane pensi letteralmente “il mio umano ha qualcosa che non va”. Dimostrano però che la brusca violazione delle normali regole dell’interazione modifica rapidamente il comportamento sociale dell’animale.

Anche uno sconosciuto che diventa improvvisamente inespressivo cambia il comportamento del cane

Ed è qui che l’esperimento diventa particolarmente interessante. Ci si potrebbe aspettare una risposta del genere soprattutto davanti al proprietario, cioè alla persona con cui il cane ha costruito un rapporto stabile. Invece la diminuzione di prossimità, contatto, sguardi e richieste durante la fase still-face compariva anche quando l’interlocutore era uno sconosciuto.

Secondo Rial, Jousset, Ortiz e Bentosela, il risultato contribuisce a mostrare il valore positivo che l’interazione con gli esseri umani può avere per i cani anche in assenza di un legame precedente. Non significa, naturalmente, che proprietario e sconosciuto siano intercambiabili.

Una differenza infatti è emersa: considerando l’intero compito, i cani mostravano meno comportamenti associati allo stress quando interagivano con il proprietario. Gli autori interpretano il dato come un’indicazione del ruolo del legame cane-proprietario nel modulare il modo in cui l’animale affronta la situazione.

Ai proprietari era stata inoltre somministrata la versione argentina della Monash Dog Owner Relationship Scale, la MDORS-AR, per valutare se la forza del rapporto dichiarata attraverso il questionario fosse associata alle reazioni osservate. Non sono state trovate associazioni tra i punteggi della scala e le variabili comportamentali analizzate. Dunque lo studio rileva differenze tra la condizione con il proprietario e quella con lo sconosciuto, ma non permette di concludere che un punteggio più elevato nel questionario sul legame produca automaticamente una risposta still-face più marcata.

Il lavoro arriva inoltre in un filone di ricerca già esistente. Nel 2024 Molly Byrne, Kayla Sawyer e Angie Johnston del Boston College avevano utilizzato lo Still-Face Paradigm con cani domestici e proprietari, osservando anche in quel caso una significativa diminuzione degli sguardi durante la fase inespressiva.

Nel marzo 2026, inoltre, Chiara Canori e colleghi hanno pubblicato su Animal Cognition un’altra versione adattata dello stesso paradigma, introducendo sia una condizione still-face sia una fase in cui l’essere umano voltava completamente il viso. Anche quella ricerca indagava il repertorio comunicativo utilizzato dai cani quando l’interazione sociale improvvisamente si inceppa ed è disponibile in open access su Springer Nature.

Il nuovo esperimento di Rial e colleghi aggiunge però un tassello preciso: confronta direttamente, sugli stessi 32 cani, proprietario e sconosciuto. E mostra che basta interrompere bruscamente una normale interazione positiva perché il comportamento dell’animale cambi, anche quando dall’altra parte non c’è la persona con cui divide divano, passeggiate e la misteriosa scomparsa di metà delle crocchette.

Insomma, diventare improvvisamente una statua davanti a un cane non passa inosservato. Non sappiamo quale monologo interiore accompagni quella faccia canina perplessa — la scienza, purtroppo, non dispone ancora dei sottotitoli — ma sappiamo che il cane modifica in modo misurabile il proprio comportamento sociale. Ed è già una risposta piuttosto eloquente.

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