Il linguaggio del gatto viene spesso frainteso: morsi e soffi possono essere scambiati per gioco o affetto
- Uno studio pubblicato l’11 agosto 2026 ha analizzato 11 video online in cui i gatti mostravano segnali di dissenso durante interazioni presentate come gioco
- Per ogni video, tra il 75% e il 93% dei primi 100 commenti sosteneva o approvava l’interazione mostrata
- I ricercatori hanno individuato nove modi ricorrenti con cui gli spettatori reinterpretavano o giustificavano il disagio del gatto
- In 7 degli 11 video era visibile anche una ferita alla persona coinvolta nell’interazione
- Lo studio non dimostra che tutti i proprietari fraintendano i gatti, ma mostra quanto facilmente il dissenso possa essere normalizzato sui social
Il linguaggio del gatto può essere più chiaro di quanto pensiamo. Il problema, a quanto pare, siamo talvolta noi traduttori. Il gatto soffia, morde, tenta di allontanarsi o mostra altri comportamenti di dissenso; dall’altra parte dello schermo qualcuno guarda la scena e pensa: “Che carino, sta giocando”.
Non è soltanto l’impressione di chi ha trascorso abbastanza tempo con un gatto da sapere che “adesso basta” può arrivare qualche secondo prima di un’unghia piantata nell’avambraccio. Uno studio pubblicato sulla rivista Anthrozoös ha analizzato proprio questo cortocircuito tra ciò che il gatto sembra comunicare e ciò che gli esseri umani vogliono vedere.
Julia Sophie Lyn Henning, Torben Dahl Nielsen e Susan Jane Hazel, della School of Animal and Veterinary Sciences di Adelaide University, hanno selezionato 11 video pubblici provenienti da YouTube, TikTok, Instagram e Facebook. Tutti erano stati presentati dagli autori come momenti di “gioco” tra una persona e un gatto. In tutti, però, il gatto mostrava comportamenti che i ricercatori hanno classificato come segnali osservabili di dissenso o disagio, mentre la persona continuava comunque l’interazione.
E qui comincia la parte interessante. O, a seconda del punto di vista del gatto, leggermente irritante.
Lo studio su 11 video mostra quanto facilmente scambiamo il disagio del gatto per gioco, affetto o fiducia, anche quando morde, soffia o prova ad allontanarsi
Per ciascuno degli 11 video, i ricercatori hanno raccolto i primi 100 commenti disponibili, arrivando quindi a 1.100 commenti complessivi. Non si trattava di un campione casuale dell’intero universo dei video di gatti: i filmati erano stati scelti appositamente perché mostravano un’interazione continuata nonostante segnali di dissenso dell’animale. Questo dettaglio è fondamentale. Lo studio non permette di concludere che il 75% o il 90% delle persone in generale non sappia interpretare un gatto. Misura invece ciò che accadeva nelle sezioni commenti di quelle specifiche scene problematiche.
Eppure il risultato resta notevole: a seconda del filmato, tra il 75% e il 93% dei commenti risultava favorevole all’interazione. I commenti critici raggiungevano al massimo il 19% in uno dei video, mentre quelli neutrali erano pochi. Insomma, davanti a un gatto che secondo i criteri dello studio stava comunicando dissenso, la reazione prevalente non era necessariamente “forse è il caso di lasciarlo in pace”. Molto spesso era l’esatto contrario.
La ricerca ha individuato nove grandi temi nelle giustificazioni degli spettatori. Alcuni erano convinti che, se il gatto fosse stato veramente infastidito, lo avrebbe fatto capire in maniera molto più evidente. Altri interpretavano i comportamenti negativi come una manifestazione di fiducia, come una particolare forma di affetto oppure come una barriera iniziale da superare insistendo.
Compare persino quella meravigliosa capacità umana di osservare un animale contrariato e decidere che, in fondo, è tutto molto tenero. Gli autori hanno chiamato uno dei temi “…But it’s cute”: il disagio veniva minimizzato perché il gatto, anche mentre protestava, continuava evidentemente a rispettare i severissimi requisiti estetici imposti da Internet. Essere adorabile, del resto, è un mestiere senza ferie.
Un altro tema è stato battezzato “That’s cat love”: comportamenti di dissenso e perfino la tolleranza umana verso graffi e morsi venivano reinterpretati come elementi normali o addirittura affettuosi della relazione con il gatto.
Il dettaglio diventa meno buffo quando si guarda ciò che avveniva concretamente nei video. In 7 filmati su 11, pari al 63,6%, era visibile una ferita alla persona. Dieci delle undici interazioni riguardavano il proprietario del gatto e nove dei gatti erano adulti. Gli episodi avvenivano spesso sul letto o in soggiorno: praticamente l’ambiente domestico più normale possibile, che rende forse il fenomeno ancora più riconoscibile.
Il gatto, in sostanza, non dispone del pulsante “termina interazione”. Ha però denti, zampe, coda, orecchie, vocalizzazioni e la possibilità di tentare di andarsene. Il problema nasce quando noi traduciamo automaticamente quei segnali nel dialetto universale di “ma sì, sta scherzando”.
Quando il gatto dice basta e noi traduciamo «mi ama»
Lo studio del 2026 non arriva dal nulla. Gli stessi ricercatori avevano già affrontato il problema della comprensione del linguaggio del gatto in un precedente esperimento pubblicato nel 2025 su Frontiers in Ethology.
In quella ricerca, 368 adulti residenti in Australia dovevano interpretare video di interazioni tra esseri umani e gatti. I partecipanti riconoscevano abbastanza bene i comportamenti più evidenti, mentre con i segnali negativi più sottili la capacità di classificazione si avvicinava al caso. In media, circa un gatto su quattro mostrato in uno stato chiaramente negativo veniva classificato in modo errato.
La parte forse più sorprendente riguardava un piccolo video educativo di due minuti e mezzo. I partecipanti erano stati assegnati casualmente a un gruppo che riceveva indicazioni sui segnali del gatto oppure a un gruppo di controllo che guardava informazioni generiche sulla sua cura. L’addestramento migliorava leggermente la prestazione complessiva, ma produceva anche un risultato paradossale: la capacità di riconoscere alcuni segnali negativi sottili diminuiva. Gli autori hanno quindi avvertito che interventi educativi molto brevi potrebbero essere insufficienti e, in alcune circostanze, perfino controproducenti quando si tratta di interpretare segnali ambigui.
Non significa, naturalmente, che sia inutile imparare il linguaggio felino. Significa che non basta probabilmente un prontuario da frigorifero del tipo “coda così = felice, orecchie cosà = arrabbiato”. I gatti comunicano attraverso combinazioni di postura, movimento, espressioni, vocalizzazioni e contesto. E soprattutto possono cambiare idea durante un’interazione. Una carezza gradita trenta secondi fa non è un contratto notarile valido fino a mezzanotte.
C’è poi il ruolo dei social. Una precedente ricerca di Alina Kühnöhl e colleghi, pubblicata online nel 2025 e successivamente nel Journal of Applied Animal Welfare Science, ha esaminato 162 video di animali domestici presentati come divertenti e selezionati perché contenevano potenziali problemi di benessere animale. Nel campione, i ricercatori osservarono reazioni di stress nell’82% dei video e rischi di lesioni nel 52%. Anche qui occorre leggere bene il metodo: i video erano stati scelti intenzionalmente sulla base della presenza di possibili criticità, quindi quelle percentuali non possono essere estese a tutti i video divertenti presenti sui social.
Il collegamento con il nuovo studio è però interessante. Un comportamento può diventare normale ai nostri occhi semplicemente perché lo vediamo ripetuto, commentato e trasformato in intrattenimento. Il gatto che soffia diventa “drammatico”. Quello che morde “fa così perché ti vuole bene”. Quello che cerca di sottrarsi all’interazione diventa parte della scenetta.
Gli autori dello studio su Anthrozoös sottolineano infatti che il problema non riguarda soltanto la capacità di riconoscere i segnali. Alcuni spettatori sembravano riconoscere che qualcosa non andasse e, contemporaneamente, trovavano comunque un modo per razionalizzare l’interazione: il gatto si fida, bisogna conquistarlo, fa parte del suo carattere, è solo un gioco, è comunque divertente.
Ed è probabilmente qui che la ricerca diventa più interessante anche per chi pensa di conoscere perfettamente il proprio micio. Non perché lo studio dimostri che stiamo tutti torturando inconsapevolmente il gatto sul divano — conclusione decisamente più grande dei dati disponibili — ma perché mostra quanto siamo bravi a interpretare un comportamento in modo compatibile con ciò che noi vorremmo stesse accadendo.
Il gatto, invece, potrebbe avere una teoria più semplice: se mi allontano, lasciami andare. Se interrompo il gioco, il gioco è finito. Se devo arrivare al morso per farmi capire, forse la conversazione era cominciata qualche segnale prima.
E improvvisamente quella famosa fama dei gatti come creature incomprensibili assume un’altra sfumatura: magari, qualche volta, il gatto aveva spiegato tutto benissimo. Siamo noi che stavamo leggendo i sottotitoli sbagliati.

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Questo articolo è stato verificato con:
- https://doi.org/10.1080/10888705.2025.2546394
- https://www.frontiersin.org/journals/ethology/articles/10.3389/fetho.2025.1675587/full
- https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/08927936.2026.2708478
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