Non è solo “appiccicoso”: cosa hanno scoperto studiando l’attaccamento dei cani verso il loro umano

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Non è solo “appiccicoso”: cosa hanno scoperto studiando l’attaccamento dei cani verso il loro umano

| 16/09/2026
@AI generated

Attaccamento ansioso nel cane: il legame con il suo umano può arrivare fino a frequenza cardiaca, temperatura e cortisolo

  • Uno studio pubblicato il 10 luglio 2026 su Scientific Reports ha coinvolto 99 coppie formate da un cane e dal suo caregiver
  • Tra i 96 cani inclusi nelle analisi principali, 64 sono stati classificati con attaccamento sicuro, 15 ansioso e 17 evitante
  • I cani con attaccamento ansioso mostravano dopo il test frequenza cardiaca, temperatura rettale e cortisolo salivare più elevati rispetto agli altri gruppi
  • I cani che tendevano a mantenere maggiormente il contatto con il proprio umano avevano frequenza cardiaca e cortisolo nel pelo più bassi
  • Lo studio mostra associazioni tra comportamento di attaccamento e fisiologia dello stress, ma non dimostra che il comportamento del proprietario causi da solo questi effetti

 

Un cane può essere ansioso nella relazione con il proprio umano in un modo che ricorda, con tutte le cautele del caso, alcuni modelli di attaccamento studiati nelle relazioni umane. E la parte interessante è che il fenomeno non sembrerebbe fermarsi al comportamento: in laboratorio, alcuni segnali sono comparsi anche nella frequenza cardiaca, nella temperatura corporea e nel cortisolo.

No, il cane non si siede sul divano raccontando che teme l’abbandono mentre qualcuno prende appunti. Sarebbe certamente più rapido, ma la ricerca scientifica pretende ancora metodi leggermente più complicati.

Lo studio pubblicato su Scientific Reports è stato realizzato da Giacomo Riggio, Carmen Borrelli, Marco Campera, Silvana Diverio e Chiara Mariti, ricercatori dell’Università di Pisa, della Oxford Brookes University e dell’Università di Perugia. Il DOI è 10.1038/s41598-026-60741-1. Il lavoro è stato ricevuto dalla rivista il 17 novembre 2025 e accettato il 30 giugno 2026.

Il punto di partenza è la teoria dell’attaccamento, nata per studiare il legame tra bambini e caregiver e successivamente utilizzata anche nella ricerca sul rapporto tra cani e persone. Gli autori volevano capire se differenti pattern di attaccamento del cane verso il caregiver fossero associati non soltanto a comportamenti diversi durante separazione e ricongiungimento, ma anche a differenti risposte fisiologiche allo stress.

Lo studio su 99 coppie cane-caregiver mostra che l’attaccamento ansioso nel cane si associa a segnali fisiologici di stress più intensi durante una separazione controllata

La ricerca ha coinvolto inizialmente 99 coppie cane-caregiver. I cani dovevano avere almeno due anni, apparire fisicamente sani e vivere con la stessa persona da più di sei mesi. Gli esperimenti si sono svolti nei Dipartimenti di Scienze Veterinarie dell’Università di Pisa e di Medicina Veterinaria dell’Università di Perugia, tra agosto 2021 e ottobre 2022. Quindi è importante distinguere le date: lo studio è stato pubblicato nel 2026, mentre la raccolta dei dati era avvenuta alcuni anni prima.

Dopo l’esclusione di due cani classificati con attaccamento disorganizzato e di uno che non era stato possibile classificare, le analisi principali hanno riguardato 96 coppie. I cani avevano in media 6,5 anni: 58 erano femmine e 38 maschi, 58 sterilizzati o castrati e 38 sessualmente integri. Quarantaquattro erano meticci. I caregiver erano 79 donne e 17 uomini, con un’età media di 40 anni.

I ricercatori hanno sottoposto le coppie alla Strange Situation Procedure, la procedura sperimentale ispirata al celebre paradigma di Mary Ainsworth e adattata negli anni allo studio dell’attaccamento dei cani.

La scena, vista dall’esterno, sembra quasi una puntata molto metodica di “Mi lasci, torni, entra uno sconosciuto, te ne vai di nuovo e vediamo come la prendo”.

La procedura durava complessivamente 19 minuti e comprendeva sette episodi. Prima cane e caregiver rimanevano insieme. Poi entrava una persona sconosciuta. Successivamente il caregiver usciva, lasciando cane e sconosciuto nella stanza. Seguiva il ricongiungimento con il caregiver, poi il cane rimaneva completamente solo, quindi tornava lo sconosciuto e, infine, rientrava nuovamente la persona di riferimento.

Durante la prova i ricercatori osservavano comportamenti utilizzati per valutare l’attaccamento: ricerca della vicinanza, mantenimento del contatto, evitamento e reazioni alla separazione e al ricongiungimento.

La classificazione finale ha prodotto un risultato piuttosto netto: 64 cani, il 64,6%, sono stati classificati come sicuri; 15, il 15,2%, come ansiosi; 17, il 17,2%, come evitanti. I due cani disorganizzati e quello non classificabile non sono stati inseriti nelle analisi inferenziali proprio perché i numeri erano troppo piccoli.

Ed è qui che il corpo del cane ha cominciato, metaforicamente, a parlare.

I cani classificati come ansiosi presentavano dopo il test una frequenza cardiaca più alta rispetto sia ai cani sicuri sia agli evitanti. Le medie marginali stimate riportate nello studio erano di 122,7 battiti al minuto per il gruppo ansioso, 102,7 per quello sicuro e 91,4 per quello evitante.

Anche la temperatura rettale risultava maggiore nei cani con attaccamento ansioso: 39,04 °C nella stima del modello, rispetto a 38,57 °C nei sicuri e 38,62 °C negli evitanti. Le differenze tra ansiosi e gli altri due gruppi erano statisticamente significative.

Sul fronte del cortisolo salivare la storia diventa ancora più interessante. I ricercatori raccoglievano saliva prima della procedura e nuovamente dopo il test per misurare la risposta dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, uno dei sistemi coinvolti nella risposta allo stress.

Alla fine della prova, i cani sicuri e quelli evitanti mostravano concentrazioni di cortisolo salivare inferiori rispetto ai cani ansiosi. I cani sicuri presentavano inoltre un incremento di cortisolo inferiore rispetto agli ansiosi, ma questa specifica differenza non rimaneva statisticamente significativa dopo la correzione per confronti multipli. È una sfumatura importante: il risultato interessante c’è, ma non tutti i numeri meritano di essere trasformati in un verdetto scolpito sul marmo.

Lo studio del 2026 amplia una precedente ricerca preliminare dello stesso gruppo. Nel lavoro pubblicato nel 2022 su Veterinary Sciences, gli autori avevano analizzato soltanto 20 cani, dieci classificati come sicuri e dieci come insicuri. In quel campione il cortisolo salivare dopo la procedura risultava significativamente più alto nei cani insicuri, mentre per la frequenza cardiaca emergeva soltanto una tendenza e non erano state rilevate differenze nel cortisolo del pelo. Il nuovo lavoro utilizza quindi un campione molto più ampio e distingue inoltre l’attaccamento ansioso da quello evitante.

Il contatto con il proprio umano sembra contare, ma non basta una carezza per “curare” l’attaccamento ansioso

Uno dei risultati più belli da raccontare — e più facili da raccontare male — riguarda il contatto.

Indipendentemente dalla categoria di attaccamento, i cani che durante la Strange Situation mostravano una maggiore tendenza a mantenere il contatto con il caregiver presentavano una frequenza cardiaca inferiore. Lo stesso comportamento era associato anche a concentrazioni inferiori di cortisolo nel pelo.

Il cortisolo nel pelo viene utilizzato come indicatore dell’attività dell’asse dello stress su una scala temporale più lunga rispetto alla saliva. Ed ecco quindi il dettaglio memorabile: il cane che utilizza maggiormente il proprio umano come punto di contatto e vicinanza durante una situazione stressante sembra mostrare non soltanto una risposta cardiaca più contenuta in quel momento, ma anche livelli inferiori di un indicatore collegato allo stress cronico.

Attenzione, però, perché qui compare quella sottile linea che separa un articolo scientifico interessante dal titolo “Abbraccia il cane e gli passa l’ansia”.

Lo studio non ha trovato che la semplice categoria “attaccamento sicuro” predicesse direttamente un cortisolo nel pelo più basso. L’associazione con il cortisolo cronico emergeva invece rispetto alla specifica dimensione comportamentale del mantenimento del contatto. Gli stessi autori spiegano che questo potrebbe riflettere un uso relativamente stabile della persona di riferimento come fonte di regolazione emotiva, ma si tratta di un’interpretazione compatibile con i risultati, non della dimostrazione di un meccanismo causale.

Inoltre, i ricercatori indicano esplicitamente una limitazione importante: non hanno misurato la qualità della risposta del caregiver quando il cane cercava vicinanza o contatto. Non sappiamo quindi, sulla base di questo esperimento, se una persona fosse particolarmente calorosa, sensibile, distaccata o reattiva e quanto questo contribuisse ai risultati fisiologici osservati.

L’Università di Pisa, presentando la ricerca, ha sottolineato proprio il possibile ruolo protettivo della vicinanza e del contatto. Chiara Mariti ha spiegato che carezze e vicinanza possono rappresentare un fattore importante per il benessere dell’animale. È però corretto distinguere questa interpretazione applicativa da ciò che l’esperimento dimostra direttamente: la ricerca documenta associazioni tra modalità di attaccamento, mantenimento del contatto e indicatori fisiologici; non ha assegnato casualmente i proprietari a diversi stili relazionali per vedere quale producesse un determinato effetto.

Ci sono altri limiti. Il campione comprendeva cani da compagnia fisicamente sani, escludendo di fatto molte coppie impegnate in attività lavorative o competitive. I cani con attaccamento disorganizzato erano soltanto due, troppo pochi per essere studiati separatamente. E frequenza cardiaca, pressione, respirazione e temperatura non venivano misurate prima della Strange Situation, per evitare che la manipolazione necessaria alterasse il comportamento durante il test. Questo significa che per alcuni parametri fisiologici manca un vero valore basale individuale immediatamente precedente alla prova.

Inoltre, parlare di “attaccamento ansioso” non significa diagnosticare al cane una versione pelosa dei problemi sentimentali umani. Le categorie derivano da pattern comportamentali osservati in un paradigma sperimentale adattato alla specie. Il paragone con l’attaccamento umano è scientificamente utile per formulare e verificare ipotesi, ma non autorizza a immaginare Fido davanti alla porta mentre rilegge le vostre ultime spunte blu.

Resta però un dato affascinante: la relazione tra cane e persona di riferimento sembra essere collegata al modo in cui l’organismo dell’animale affronta una situazione sociale stressante. Nel campione analizzato, i cani ansiosi non si limitavano a comportarsi diversamente: dopo il test presentavano anche frequenza cardiaca, temperatura e cortisolo salivare più elevati. Al contrario, una maggiore capacità o volontà di mantenere il contatto con il caregiver era associata ad alcuni indicatori fisiologici più bassi.

Insomma, quando il cane ci segue per casa come un’ombra, appoggia la testa sulla nostra gamba o cerca fisicamente la nostra presenza, non è detto che stia semplicemente esercitando il ruolo di adorabile stalker domestico. Quel contatto può far parte di un sistema molto più complesso attraverso cui l’animale cerca sicurezza e regola il proprio stato emotivo.

E forse la cosa più interessante dello studio è proprio questa: dopo millenni trascorsi a definire il cane “il migliore amico dell’uomo”, stiamo cominciando a misurare quanto, almeno in certe situazioni, anche l’uomo possa diventare il porto sicuro del cane.

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