Perché conserviamo o cancelliamo i messaggi del partner: una chat può diventare un ricordo, ma anche una prova
- Uno studio ha analizzato perché conserviamo o cancelliamo i messaggi del partner
- La ricerca si basa su 30 interviste semi-strutturate con adulti coinvolti in relazioni sentimentali ancora in corso
- Messaggi, fotografie e altri oggetti digitali vengono conservati come ricordi, ma anche per documentare ciò che il partner ha detto o promesso
- Cancellare può servire a regolare le emozioni, gestire i conflitti, controllare l’immagine di sé e proteggere la privacy
- La cancellazione può però generare incertezza: a volte quel rassicurante “messaggio eliminato” ha la delicatezza psicologica di una sirena antiaerea
Una dichiarazione d’amore di tre anni fa. La foto idiota spedita alle due di notte. Lo screenshot di quella discussione in cui avevi detto esattamente quella cosa e adesso, guarda caso, sostieni di non ricordarla. Le chat di coppia sembrano materiale digitale usa e getta, e invece possono trasformarsi in archivio sentimentale, cassaforte dei ricordi e, all’occorrenza, piccolo fascicolo dell’accusa.
A chiedersi perché conserviamo o cancelliamo i messaggi del partner sono stati Md Ibnun Sarwar Rafi e Jessica R. Frampton, della School of Communication Studies della University of Tennessee, Knoxville. Il loro studio pubblicato sul Journal of Social and Personal Relationships, intitolato Keeping and Deleting Messages in Ongoing Romantic Relationships: Extending the Virtual Relationship Memory Model, ha esaminato proprio le scelte che compiamo mentre la relazione è ancora in corso.
La risposta è decisamente più articolata del semplice “lo tengo perché ci tengo”. Conserviamo fotografie, conversazioni e altri oggetti digitali per ricordare, certo, ma anche per poter stabilire che cosa sia stato effettivamente detto o promesso. Il telefono, insomma, può essere contemporaneamente album dei ricordi e notaio tascabile. Romanticissimo.
Rafi e Frampton hanno condotto 30 interviste semi-strutturate con adulti coinvolti in relazioni sentimentali. Si tratta quindi di uno studio qualitativo: l’obiettivo non era stabilire quale percentuale della popolazione conservi o elimini determinati contenuti, ma individuare motivazioni, conseguenze percepite e dinamiche ricorrenti. Jessica R. Frampton, assistant professor alla University of Tennessee, Knoxville, si occupa tra l’altro di comunicazione nelle relazioni strette, tecnologie della comunicazione, stress relazionali e gestione delle informazioni.
Conserviamo i messaggi del partner per più motivi
Il punto di partenza della ricerca è il Virtual Relationship Memory Model, un modello elaborato da Leah E. LeFebvre, Kate G. Blackburn e Nicholas Brody per studiare il rapporto tra tecnologia, memoria e relazioni sentimentali, concentrandosi originariamente soprattutto sulla dissoluzione delle coppie e su ciò che resta digitalmente dopo una separazione. Il modello, pubblicato su Communication Theory, considera oggetti, reti sociali e storie come elementi attraverso i quali le tecnologie partecipano alla costruzione della memoria relazionale.
Rafi e Frampton hanno spostato la domanda qualche metro prima del burrone: che cosa facciamo con il nostro archivio digitale quando stiamo ancora insieme?
Dalle 30 interviste emerge innanzitutto che fotografie, messaggi e conversazioni possono funzionare come risorse della memoria della relazione. Permettono di tornare a un momento preciso, ricordare le prime fasi del rapporto, rivivere un’esperienza condivisa oppure conservare qualcosa che, nel frattempo, ha acquisito un particolare valore emotivo.
Fin qui tutto molto tenero. Manca solo la colonna sonora dei Coldplay e possiamo chiudere.
Poi arriva la seconda funzione: la partner accountability. In altre parole, ciò che rimane scritto può essere conservato per rendere il partner responsabile di una dichiarazione, una promessa o un impegno precedente. È la versione accademicamente studiabile di quel momento in cui, durante una discussione, qualcuno pronuncia l’incauto “io questa cosa non l’ho mai detta” e l’altro, con la serenità di un archivista di Stato e lo sguardo di chi aspettava quell’istante da mesi, comincia a scorrere WhatsApp fino al 14 novembre 2024.
Il messaggio smette quindi di essere soltanto comunicazione e diventa una memoria esterna della coppia. Non dobbiamo più affidarci esclusivamente al ricordo di quello che è successo: una parte della nostra storia sentimentale rimane ricercabile, inoltrabile, fotografabile e recuperabile mesi dopo.
È proprio qui che il concetto di memoria relazionale virtuale acquista un significato particolarmente contemporaneo. Il passato della coppia non abita soltanto nei ricordi delle due persone: smartphone e piattaforme continuano ad accumularne piccoli reperti. La ricerca di Rafi e Frampton estende infatti il modello precedente alle relazioni ancora intatte, interpretando la memoria relazionale virtuale non soltanto come ricostruzione retrospettiva di una storia conclusa, ma come processo comunicativo che continua mentre la relazione esiste.
Cancellare i messaggi del partner può proteggerci da emozioni e conflitti
Se conservare i messaggi del partner può avere diverse funzioni, cancellarli ne presenta almeno altrettante. Dalle interviste emergono quattro motivazioni principali: regolazione delle emozioni, gestione dei conflitti, gestione dell’impressione e tutela della privacy.
Eliminare un contenuto può servire, per esempio, a non tornare continuamente su qualcosa che provoca rabbia, tristezza o disagio. Può anche impedire che un vecchio messaggio riaccenda una discussione già sufficientemente cotta, servita, digerita e possibilmente accompagnata dall’amaro.
In altri casi entra in gioco la gestione dell’impressione: decidiamo quali parti della nostra vita digitale vogliamo lasciare visibili e quali preferiamo non avere sotto gli occhi, nostri o del partner. Poi c’è la privacy, concetto apparentemente semplice ma capace di trasformarsi in un trattato di diritto costituzionale non appena due persone si fidanzano: stare insieme non significa necessariamente considerare ogni centimetro del telefono territorio comune.
La cancellazione può tuttavia produrre un effetto collaterale piuttosto familiare a chiunque abbia visto comparire la scritta “questo messaggio è stato eliminato”: l’incertezza.
Secondo Rafi e Frampton, le conseguenze della cancellazione dipendono dal contenuto del messaggio e dal contesto della relazione. Un elemento eliminato può essere perfettamente innocuo. Eppure, proprio perché non è più disponibile, può aprire uno spazio interpretativo che prima non esisteva. La domanda diventa inevitabile: “Perché l’hai cancellato?”.
Quella minuscola riga grigia lasciata da alcune applicazioni è praticamente un generatore industriale di sceneggiature mentali. Nel giro di trenta secondi il cervello può passare da “avrà sbagliato chat” a una produzione Netflix completa di tradimento, doppia vita e appartamento segreto a Montecarlo.
La ricerca aggiunge un altro elemento: le decisioni sulla memoria digitale della coppia possono essere influenzate anche da amici, familiari e altri componenti della propria rete sociale. La gestione dei messaggi non avviene quindi necessariamente nel vuoto, come se esistessero soltanto due persone e i rispettivi telefoni. Anche la rete sociale può partecipare alle scelte su ciò che viene conservato o eliminato.
Questo aspetto riprende e amplia il Virtual Relationship Memory Model, nel quale le reti costituiscono, insieme agli oggetti e alle storie, una delle componenti attraverso cui viene costruita la memoria delle relazioni. Una descrizione del modello originario e delle sue pubblicazioni è disponibile anche nella pagina accademica di Leah E. LeFebvre, una delle autrici che lo hanno sviluppato.
Attenzione, però, a non chiedere alla ricerca più di quanto possa rispondere. Lo studio di Rafi e Frampton non stabilisce quale strategia sia più sana, non dimostra che chi cancella i messaggi abbia necessariamente qualcosa da nascondere e non autorizza a concludere che chi conserva tutto sia più innamorato. Con 30 interviste semi-strutturate e un’impostazione qualitativa, gli autori volevano comprendere motivazioni, esperienze e conseguenze percepite di questi comportamenti, non distribuire patenti di buona condotta sentimentale.
Nemmeno i dati grezzi delle interviste possono essere utilizzati per ulteriori verifiche indipendenti: nell’articolo gli autori precisano che il dataset non è pubblicamente disponibile perché i partecipanti non avevano fornito il consenso alla condivisione dei dati.
La ricerca ha però il merito di mettere a fuoco qualcosa che facciamo continuamente quasi senza rendercene conto: curiamo l’archivio digitale della nostra relazione mentre la stiamo vivendo.
Un tempo una storia d’amore lasciava fotografie stampate, lettere, cartoline, biglietti del cinema e magari qualche oggetto dimenticato in un cassetto. Oggi produciamo un archivio sentimentale praticamente in tempo reale: buongiorno, buonanotte, litigate, vocali, fotografie del pranzo, dichiarazioni importanti e “arrivo tra cinque minuti” inviati quando siamo ancora sotto la doccia.
E, mentre la relazione procede, continuiamo a decidere che cosa meriti di restare e che cosa debba sparire.
A volte conserviamo un messaggio perché ci ricorda quanto siamo stati amati. Altre volte perché potrebbe tornare molto utile quando qualcuno, con sicurezza granitica, proverà a sostenere: “Questa cosa te la sei inventata”.
Il romanticismo digitale, a quanto pare, ha anche la funzione “cerca nella conversazione”.

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Questo articolo è stato verificato con:
- https://sites.ua.edu/lelefebvre/research/
- https://academic.oup.com/ct/article-abstract/33/4/175/6752037
- https://cci.utk.edu/cmst/about/directory/jessica-frampton/
- https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/02654075261486554
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