Uno studio su 118 universitari mostra che i nostri gusti possono infilarsi nei giudizi sugli sconosciuti anche quando sono irrilevanti
- Lo studio ha coinvolto 118 partecipanti della Universitat Jaume I in due esperimenti comportamentali
- I partecipanti dovevano stimare gusti e abitudini di persone e gruppi senza bisogno di usare le proprie preferenze
- Eppure le preferenze personali continuavano a influenzare il modo in cui veniva valutato soprattutto uno sconosciuto
- Il fenomeno è chiamato egocentric anchoring-and-adjustment, una sorta di ancoraggio al proprio punto di vista
- Gli autori avvertono che il test era artificiale e condotto soprattutto su giovani universitari, quindi non fotografa automaticamente i giudizi nella vita reale
Quando dobbiamo capire se uno sconosciuto ami il caffè, divori libri oppure consideri la bicicletta un mezzo di trasporto o uno strumento di tortura, abbiamo già un riferimento molto comodo a disposizione: noi stessi. Anche quando nessuno ci ha chiesto di usarlo.
È quello che hanno osservato Marta Rodríguez Aramendía e Raphael Kaplan, del Dipartimento di Psicologia di base, Psicologia clinica e Psicobiologia della Universitat Jaume I di Castelló de la Plana, in uno studio pubblicato su Royal Society Open Science il 7 ottobre 2026.
I ricercatori hanno esaminato un fenomeno chiamato ancoraggio egocentrico: quando proviamo a immaginare gusti, comportamenti o preferenze degli altri, possiamo partire inconsapevolmente da ciò che sappiamo meglio. Cioè da noi. Poi correggiamo il tiro.
Una specie di: “Io il piccante lo adoro, lui probabilmente un po’ meno”. Operazione apparentemente innocua, salvo un dettaglio: il nostro gusto per il peperoncino non ci aveva chiesto nessuno di metterlo sul tavolo.
In due esperimenti su 118 universitari
Il lavoro comprendeva due esperimenti comportamentali. Nel primo si erano iscritti 98 partecipanti; dopo l’esclusione di chi non aveva completato il compito o aveva ottenuto meno del 60% di risposte corrette, ne sono rimasti 73, di cui 50 donne, con un’età media di circa 21 anni. Nel secondo sono stati analizzati 45 partecipanti sui 56 iniziali, 29 donne, con un’età media intorno ai 23 anni. Complessivamente, quindi, le analisi hanno riguardato 118 persone. I dettagli bibliografici e l’abstract dello studio sono disponibili anche su PubMed.
Per prima cosa, i partecipanti dovevano valutare su una scala da 0 a 10 quanto fosse probabile che svolgessero più di cento normali attività quotidiane: mangiare cibo piccante, leggere un libro, andare al lavoro in bicicletta e così via. Per la fase successiva ne vennero utilizzate 75.
Poi entrarono in scena due persone immaginarie e due gruppi sociali, identificati come abitanti della città e abitanti di un villaggio. I volontari dovevano stimare anche le loro preferenze rispetto alle stesse attività. A quel punto arrivava uno sconosciuto misterioso.
Durante 240 prove, con un massimo di dieci secondi per rispondere, veniva fornita un’informazione relativa alla sua preferenza rispetto a quella di una persona o di un gruppo già valutato. Partendo da quel dato, i partecipanti dovevano ricostruire la probabile posizione dello sconosciuto e scegliere a quale delle due alternative proposte fosse più vicino.
Il trucco dell’esperimento stava proprio qui: le preferenze personali dei partecipanti non servivano per risolvere il problema. Eppure continuavano a comparire. Durante le valutazioni iniziali, più tempo una persona impiegava per assegnare agli altri una preferenza distante dalla propria, maggiore risultava proprio quella distanza. Per gli autori è un andamento compatibile con l’idea dell’ancoraggio e successiva correzione: si parte mentalmente da sé stessi e ci si allontana poco alla volta.
I partecipanti tendevano inoltre a considerare i due gruppi, cittadini e abitanti del villaggio, più lontani da sé rispetto ai singoli individui immaginari. La parte più interessante emerge però quando i ricercatori hanno cercato di capire dove pesassero maggiormente le preferenze personali. Il modello che utilizzava la distanza tra il partecipante e lo sconosciuto spiegava la prestazione meglio di quelli basati soltanto sulle altre persone o sui gruppi presenti nel compito.
Nel particolare gioco costruito in laboratorio, inoltre, l’accuratezza aumentava quando la preferenza attribuita allo sconosciuto risultava più distante da quella personale. Non significa che siamo universalmente più bravi a capire chi è diverso da noi: significa che, dentro questo specifico esperimento, la relazione tra il proprio riferimento personale e il personaggio sconosciuto continuava a spiegare una parte della prestazione anche se, sulla carta, quel riferimento era inutile.
Il bias egocentrico è misurabile
Rodríguez Aramendía e Kaplan ipotizzano che lo sconosciuto, essendo il personaggio sul quale i partecipanti possedevano meno informazioni, lasciasse più spazio all’uso del sé come punto di riferimento. Quando i dati scarseggiano, insomma, il cervello potrebbe tirar fuori dal cassetto ciò che ha già pronto. E nel cassetto, inevitabilmente, ci siamo noi.
Il risultato si inserisce in un filone che il gruppo della Universitat Jaume I studia da tempo. Nel 2025 Rodríguez Aramendía, Mariachiara Esposito e Kaplan avevano pubblicato su PLOS Biology uno studio con neuroimaging nel quale la conoscenza di sé risultava coinvolta nelle rappresentazioni cerebrali usate per organizzare informazioni sociali sugli altri.
Questa volta, però, non sono state effettuate scansioni cerebrali. Gli esperimenti del 2026 sono comportamentali. Parlare direttamente di “cosa fa il cervello” sulla base di questi soli dati sarebbe quindi un salto che gli autori non hanno misurato qui.
Ci sono anche altri limiti piuttosto concreti. Alcune delle analisi più interessanti erano esplorative e non erano state previste nel piano preregistrato. Il secondo esperimento avrebbe dovuto raggiungere 51 partecipanti analizzabili, ma si è fermato a 45. Inoltre, le persone e lo sconosciuto erano personaggi inventati e il compito seguiva regole precise: niente collega nuovo conosciuto alla macchinetta del caffè, vicino incontrato in ascensore o individuo inquietante che scrive “ciao bellissima” dopo tre secondi su Instagram.
Anche il campione era molto specifico: giovani provenienti da una sola università spagnola. Gli autori ricordano quindi che i risultati non possono essere automaticamente estesi ad altre età, culture o alle complesse valutazioni sociali della vita quotidiana. Lo studio non ha inoltre esaminato quanto i partecipanti si sentissero vicini ai gruppi utilizzati né il loro senso di appartenenza.
Il lavoro è stato finanziato attraverso programmi della Comunità Valenciana, della Universitat Jaume I e del Ministero spagnolo della Scienza, dell’Innovazione e delle Università. Gli autori dichiarano assenza di conflitti di interesse e segnalano anche l’impiego di strumenti di intelligenza artificiale per migliorare lingua e leggibilità del manoscritto.
La conclusione, quindi, è più piccola e forse proprio per questo più interessante: quando giudichiamo qualcuno, possiamo portarci dietro noi stessi anche quando non serviamo. Il metro è già in tasca. Il problema è ricordarsi che misura molto bene chi lo sta impugnando.

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Questo articolo è stato verificato con:
- https://doi.org/10.1098/rsos.260134
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/42841162/
- https://journals.plos.org/plosbiology/article?id=10.1371/journal.pbio.3003050
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