Nuovo studio su bilingui cinese-inglese smonta il mito della “lingua straniera più razionale”
- Le scelte morali nei bilingui non cambiano in modo sistematico tra prima e seconda lingua
- Il cosiddetto effetto lingua straniera appare meno solido di quanto suggerito da studi precedenti
- Le abilità cognitive come controllo inibitorio e aggiornamento mentale incidono più della lingua sulle decisioni
- Maggiore controllo inibitorio favorisce scelte utilitaristiche solo nella seconda lingua
- Età di apprendimento, livello di competenza e intelligenza emotiva non risultano fattori decisivi
In quale lingua siamo più morali. È una domanda che incuriosisce chiunque parli due idiomi. Per anni l’idea dominante è stata che ragionare in una seconda lingua renda più freddi e quindi più inclini a scelte utilitaristiche, come sacrificare uno per salvarne molti.
Un nuovo studio condotto su 90 bilingui cinese-inglese invita però a rivedere questa convinzione. I risultati mostrano che la lingua utilizzata non determina automaticamente decisioni più razionali o più distaccate.
Oltre il mito dell’effetto lingua straniera
I ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di valutare diversi dilemmi morali sia nella loro prima sia nella seconda lingua, indicando cosa avrebbero fatto e quanto intensa fosse stata la loro reazione emotiva. L’obiettivo non era solo osservare eventuali differenze, ma capire da cosa dipendessero.
Accanto ai dilemmi, i partecipanti hanno svolto test per misurare controllo inibitorio, capacità di aggiornamento mentale, flessibilità cognitiva e intelligenza emotiva. In questo modo lo studio ha spostato l’attenzione dal semplice fattore linguistico alle risorse mentali coinvolte nel processo decisionale.
Il peso del controllo cognitivo
I dati non hanno mostrato differenze sistematiche tra prima e seconda lingua nelle scelte morali. L’idea di un automatico distacco emotivo in lingua straniera risulta quindi meno robusta di quanto si pensasse.
A fare la differenza sono state invece alcune abilità cognitive. Una maggiore capacità di aggiornare le informazioni era associata a scelte più deontologiche, basate su regole e obblighi, in entrambe le lingue. Al contrario, un forte controllo inibitorio prevedeva decisioni più utilitaristiche, ma solo quando i partecipanti ragionavano nella seconda lingua.
Lingua, emozioni e differenze individuali
Sorprendentemente, fattori spesso considerati centrali come età di apprendimento della seconda lingua, livello di competenza o anni di immersione culturale non hanno inciso in modo significativo né sulle decisioni né sull’intensità emotiva riportata. Anche l’intelligenza emotiva non si è rivelata un predittore determinante.
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Il quadro che emerge è chiaro: le scelte morali dipendono meno dalla lingua in sé e più dalle risorse cognitive disponibili nel momento della decisione. In altre parole, non è tanto l’idioma a renderci più razionali o più emotivi, quanto la nostra capacità di gestire impulsi, aggiornare informazioni e regolare risposte intuitive. In un mondo sempre più bilingue, questa prospettiva ridimensiona spiegazioni semplicistiche e sposta l’attenzione su ciò che accade davvero nella mente quando siamo chiamati a decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato.

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- https://theconversation.com/impulse-and-inhibition-the-complex-ways-bilingual-brains-balance-reason-with-emotion-275140
- https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/0956797617720944
- https://www.cambridge.org/core/journals/studies-in-second-language-acquisition/article/cognition-and-emotion-in-moral-decisionmaking-the-role-of-working-memory-emotional-intelligence-and-language-factors-in-bilinguals-moral-judgments-and-emotions/AE6A4B3D32127C3DF7F507E24F64D173
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