La Cassazione dice sì: il datore può spiare le chat aziendali, ma WhatsApp resta sacro
- La Corte di Cassazione ha stabilito che le chat aziendali possono essere lette dai datori di lavoro in caso di sospetti di illeciti disciplinari
- Il caso riguarda un dirigente di Amazon licenziato per non aver rispettato la trasparenza nel processo di assunzione
- La sentenza distingue tra chat aziendali, considerate strumenti di lavoro, e chat private come WhatsApp, tutelate dalla Costituzione
- I controlli disciplinari sono legittimi solo se ci sono indizi concreti di comportamenti illeciti
- Le policy aziendali devono informare chiaramente i dipendenti sull’uso delle chat a fini disciplinari
La Corte di Cassazione ha acceso i riflettori sulle chat aziendali: leggere le conversazioni interne può essere legittimo se il datore sospetta illeciti disciplinari. La sentenza arriva da un caso Amazon, dove un dirigente delle risorse umane era stato licenziato dopo che le chat di lavoro avevano svelato la sua gestione poco trasparente di un’assunzione.
Il principio alla base è semplice: una chat aziendale è uno strumento di lavoro, non uno spazio privato. Anche se contiene qualche messaggio personale, resta soggetta al controllo quando emergono indizi concreti di comportamenti illeciti, come violazioni della policy interna o mancanza di diligenza nel ruolo.
Licenziamento confermato e limiti dei controlli
Nel caso Amazon, il dirigente aveva inizialmente cambiato idea sull’assunzione di un corriere e aveva concordato azioni ostruzionistiche durante le verifiche interne. I tribunali di primo grado e d’appello avevano già confermato il licenziamento per giusta causa, basato sul mancato rispetto degli obblighi di fedeltà e diligenza previsti dal Codice civile. Anche la Cassazione ha dato ragione all’azienda, chiarendo che l’uso delle chat aziendali è legittimo se il dipendente era stato adeguatamente informato tramite policy consultabili e contratti di assunzione.
Diverso è il caso delle chat private come WhatsApp. La Cassazione aveva stabilito lo scorso marzo che messaggi contenuti in un gruppo privato, anche se offensivi o discriminatori, non possono giustificare un licenziamento, perché protetti dalla segretezza delle comunicazioni sancita dall’articolo 15 della Costituzione.
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Policy chiare e controlli difensivi
Il punto centrale della sentenza è che le aziende possono effettuare controlli difensivi solo con fondato sospetto di illeciti. La comunicazione ai dipendenti è essenziale: devono sapere che le chat aziendali non sono spazi intimi ma strumenti di lavoro, e che violazioni delle regole possono avere conseguenze disciplinari. Con questa decisione, la Cassazione chiarisce i confini tra privacy privata e doveri sul posto di lavoro, stabilendo che le chat aziendali non sono inviolabili, ma devono essere utilizzate in modo responsabile e trasparente.

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