Film che piacciono a tutti ma che sono in realtà sopravvalutati

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Film che piacciono a tutti ma che sono in realtà sopravvalutati

| 17/04/2024
Fonte: Wikimedia

Il “coraggio” di dissentire

  • Alcuni film piacciono a tutti, quindi se qualcuno prova timidamente a dissentire può essere facilmente criticato
  • Ci sono dei lungometraggi che, se analizzati sotto un’altra luce, possono non piacere
  • Ad esempio, “Il favoloso mondo di Amélie” 
  • Il film campione di incassi “Avatar”
  • Il pluripremiato “Titanic”
  • L’horror/thriller “Madre!”

 

Avere dei gusti personali è qualcosa di estremamente complesso. La verità è che ci trinceriamo dietro le credenze perché è una cosa che ci fa sentire al sicuro. Tentare un passo falso oltre la comfort zone creata dal gregge potrebbe voler dire futuri nefasti e gusti mediocri. Ci incaselliamo all’interno del target di riferimento che detta legge riguardo cosa dovrebbe piacerci e perché.

Ma ve li ricordate i Tokyo Hotel? Poco dopo gli anni Duemila, in Italia se eri un maschio che aveva superato i quattordici anni, eterosessuale, non potevano in alcun modo piacerti. Idem quella sfilza di cantanti adolescenti dai capelli sbionditi dai colpi di sole. Devono piacerti i Pink Floyd, punto e basta.

Per il cinema funziona pressoché allo stesso modo. Non ti piace Un tè nel deserto di Bertolucci? Eresia! Vergogna! Sciagura! Disonore! Disonore su tutta la tua famiglia! Disonore su di te, disonore sulla tua mucca! E ci nascondiamo dietro tentativi stentati di “si, no, è che la fotografia…”, quando semplicemente non ce ne frega niente.

Alcuni film piacciono a tutti, c’è poco da fare. E tentare un timido “io penso che…” potrebbe voler dire tirarsi dietro la nomina di “quello che di cinema non ci capisce niente”. Talvolta però, l’essere così tanto osannati, potrebbe essere sintomo di una supervalutazione basata su ben pochi fattori discriminanti. Tra Avatar e Titanic, eccovi qualche esempio.

Il favoloso mondo di Amélie

Cosa accade di favoloso in questo film? Le mani nei sacchi di fagioli? Quanto è bello picchiettare con il cucchiaino la crosta della creme brulè piuttosto che abbandonarsi alle gioie del sesso? Ma dopotutto chi siamo noi per giudicare? Non lo faremmo se il film in questione non fosse stato d’ispirazione ad un’intera generazione.

Il film in questione infatti si porta dietro uno strascico di ragazzine che, grazie a questo inno all’innocenza, si è convinto che scopiazzare una francese candida e romantica fosse indispensabile per apparire uniche ed originali. Amélie, senza amiche, senza impulsi e senza hobby, trascorre un’ora e mezza di pellicola in una Parigi in cui non ci sono interazioni.

I “piccoli piaceri della vita”, così definiti nel film, sono solo l’eco di tic improbabili che nessuno nella vita reale desidererebbe avere ma che si sono trasformati irrimediabilmente in qualcosa da imitare, con tagli di capelli improbabili e fotografie alle nuvole e alle pozzanghere.

Perché? Perché essere unici a tutti i costi è quello che ci rende tutti molto simili ed Il favoloso mondo di Amélie, da parabola sull’alienazione in giovinezza, si è trasformata in un gigantesco megafono su quanto sia importante essere speciali a tutti i costi, bypassando la possibilità che una vita normale in cui ognuno è unico a modo suo sarebbe probabilmente la cosa più auspicabile.

Avatar

Avatar è la versione patinata di Pocahontas che a suo tempo è stata la versione a cartoni animati della scoperta dell’America. Peccato che Pocahontas, col suo fare accattivante ed il suo strizzare l’occhio ad un’intramontabilità data dall’essere un classico Disney, se la sia cavata di gran lunga meglio.

Cosa manca ad Avatar oltre a nonna Salice e ad un’eroina femminile piena di grinta e di forza di volontà? Probabilmente una trama. O un perché. Il fatto che siano stati spesi più milioni di quanti ne abbia mai richiesti un film, la tecnologia per renderlo 3D ed una resa d’immagine davvero notevole, non sono bastati a renderlo un film interessante e resistente al tempo che passa.

Avatar è piaciuto a tutti, ha vinto un Oscar per questo ed un Golden Globe per quello ma non ha colpito al cuore, diventando uno dei film più sopravvalutati e scadenti di sempre. Piaciuto a tutti ma amato da nessuno, questo Pocahontas nello spazio vince il primato “troppi soldi, poca fantasia”. Mannaggia, signor Cameron. Ma non te lo sei visto Fern Gully?

Titanic

James Cameron ha fatto tante cose buone, ma anche un paio di buchi nell’acqua. Osannato al botteghino, ben prima del trionfo sul grande schermo degli abitanti blu di Pandora, c’è stato Titanic. Diventato ben presto un’icona pop intramontabile, grazie anche ai riferimenti più o meno divertenti (la porta galleggiante in primis), è quasi impossibile trovare qualcuno a cui non sia piaciuto.

“Ah no guarda non sai che pianti mi sono fatta sul finale di Titanic” potrebbe essere una frase detta praticamente da qualsiasi donna sulla faccia del pianeta. Ma questo non è necessariamente un bene. E non dovete essere necessariamente estimatori di storie d’amore o navi che affondano per notarlo.

Con dialoghi scritti in maniera piuttosto negligente e due performance non proprio degne di nota (andiamo, Leonardo DiCaprio e Kate Winslet hanno decisamente saputo fare di meglio), la pellicola si attesta come elaborato imperfetto perfino per due o tre critici cinematografici. Ahi ahi ahi, James.

Madre!

Il birbantello Darren Aronofsky sembra essere un mago del trasformismo per quanto riguarda sfornare un film dietro l’altro sempre profondamente diverso dal precedente. Se escludiamo il colossal penoso Noah (ma che ti è venuto in mente, Darren?) sembra essere parere unanime il genio incredibile di questo regista newyorkese.

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Andare in mezzo ad un gruppo di cinefili agguerriti ed urlare “Mother! mi ha fatto schifo” potrebbe facilmente farvi rischiare la vita. Ma perché, poi? Colpa probabilmente della velleità religiosa di cui il film è saturo. Un simbolismo impregnato di fede che cerca di avvinghiare divinità e madre terra in maniera esageratamente autoriale.

In una sorta di piccolo albero della vita, Darren ha fuso insieme metafore che sono uscite fuori in maniera piuttosto pasticciata. Sarà forse piaciuto alla critica e ai critici da camera da letto ma il grande pubblico, almeno questa volta, pare non averci capito un tubo. Peccato davvero per i 30 milioni di budget. Andrà meglio la prossima volta.

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