Gatti e benessere: lo studio non li boccia affatto, semplicemente il loro effetto sociale è molto meno rumoroso
- Lo studio giapponese non ha dimostrato che i gatti rendano meno socievoli o abbiano effetti negativi sul benessere dei proprietari
- Né possedere un gatto né possedere un cane mostrava un effetto diretto statisticamente significativo sul benessere psicologico
- Il tempo dedicato alla cura dell’animale era associato a maggiori interazioni familiari ed extrafamiliari, indipendentemente dalla semplice quantità di contatto fisico
- Il campione comprendeva appena 22 proprietari attuali di gatti, contro 61 proprietari di cani: una differenza che rende molto più difficile individuare associazioni statistiche solide per i felini
- Il vantaggio osservato per i cani riguardava soprattutto la socializzazione; il gatto non usciva sconfitto, semplicemente giocava una partita diversa
Il cane vi porta fuori casa, vi fa conoscere il vicino, vi presenta quello del terzo piano e dopo quindici giorni sapete persino perché Rocky ha litigato con Bruno nel 2024.
Il gatto no.
Il gatto, semmai, vi osserva mentre uscite e sembra domandarsi perché una specie dotata di frigorifero, divano e Wi-Fi senta ancora questa inspiegabile necessità di andare in giro.
Ma attenzione: lo studio su gatti e benessere pubblicato il 3 settembre 2026 su Frontiers in Psychology non conclude affatto che i gatti “facciano meno bene” dei cani. Una lettura del genere sarebbe molto più netta dei risultati effettivamente ottenuti.
Lo studio Social and biological pathways linking relationships with companion animals to human well-being, realizzato da Hikari Koyasu, Sakura Ogasawara, Eiji Miyauchi, Kaede Tsuda, Takefumi Kikusui e Miho Nagasawa dell’Azabu University e della Gunma University, ha seguito 184 persone in Giappone per due settimane. Il lavoro completo è disponibile su Frontiers in Psychology, insieme al DOI della ricerca. Lo studio è stato finanziato attraverso programmi della Japan Science and Technology Agency e della Japan Society for the Promotion of Science.
E proprio guardando attentamente i risultati si scopre che, per una volta, il gatto potrebbe essere vittima di un problema che conosce molto bene: è stato giudicato senza avere avuto molta voglia di partecipare.
Lo studio su gatti e benessere aveva soltanto 22 proprietari felini: troppo pochi per concludere che il cane abbia davvero vinto la sfida della felicità
Partiamo dal dettaglio fondamentale: tra i proprietari attuali coinvolti nella ricerca c’erano 61 persone con un cane e appena 22 con un gatto. Chi possedeva entrambe le specie poteva comparire in entrambi i gruppi.
Ventidue.
Praticamente un’assemblea condominiale particolarmente riuscita.
Gli stessi autori indicano la ridotta numerosità del gruppo dei proprietari di gatti come uno dei limiti dello studio. Questo è importante perché la ricerca non ha trovato per i gatti associazioni sociali altrettanto consistenti rispetto a quelle osservate per i cani, ma “non abbiamo trovato un’associazione significativa” non significa “abbiamo dimostrato che l’associazione non esiste”.
È una distinzione meno sexy di “cani 1, gatti 0”, ma la statistica purtroppo ha questo brutto vizio di rovinare i titoli più divertenti.
Tra gli uomini, possedere un cane era associato a maggiori interazioni familiari, che a loro volta erano associate a maggiori interazioni extrafamiliari. Tra le donne, il possesso del cane era associato sia alle relazioni familiari sia direttamente a quelle esterne alla famiglia.
Per i gatti non emergeva uno schema altrettanto consistente.
Ma il punto è capire che cosa stesse misurando lo studio.
Il cane possiede un vantaggio strutturale quasi sleale quando si parla di socializzazione: deve uscire.
Il proprietario prende il guinzaglio, scende in strada, incontra altri cani e inevitabilmente scopre che dall’altra parte del guinzaglio c’è una persona. A quel punto comincia quel meraviglioso rituale sociale nel quale due perfetti sconosciuti conoscono nome, età, problemi intestinali e preferenze alimentari dei rispettivi animali senza sapere assolutamente nulla l’uno dell’altro.
“Lui è Arturo, ha sei anni, è intollerante al pollo.”
“Piacere.”
Il gatto non offre lo stesso servizio di pubbliche relazioni.
Può avere un rapporto quotidiano molto stretto con il proprietario senza obbligarlo a uscire tre volte al giorno. Di conseguenza, se l’effetto che stiamo cercando riguarda soprattutto l’allargamento della rete sociale esterna, il terreno di gioco favorisce naturalmente il cane.
Gli autori descrivono infatti i cani come possibili “catalizzatori sociali”, soprattutto grazie alle passeggiate e alle occasioni di incontro che producono.
Il gatto non fallisce necessariamente in questa funzione.
Semplicemente non sembra particolarmente interessato ad averla inserita nel contratto.
Il gatto non garantisce la felicità, ma nemmeno il cane
Ed eccoci al risultato che riabilita definitivamente l’onore felino. Possedere un cane non aveva un effetto diretto statisticamente significativo sul benessere psicologico. Esattamente come possedere un gatto.
Tra gli uomini, l’effetto diretto del cane sul benessere aveva β=0,01 e p=0,92; quello del gatto β=0,08 e p=0,46. Tra le donne, il cane aveva β=0,03 con p=0,74 e il gatto β=-0,02 con p=0,76.
Quindi il cane risultava associato a una maggiore socialità, ma questo non si traduceva automaticamente in un pulsante “+10 felicità”. E qui il gatto potrebbe metaforicamente alzare una zampa e chiedere: “Scusate, quindi tutta quella gente che avete conosciuto a cosa vi è servita?”. Domanda provocatoria, ma statisticamente legittima.
La ricerca suggerisce infatti un quadro più complesso: il benessere potrebbe essere collegato non tanto alla semplice proprietà dell’animale, quanto alle attività e alle relazioni che si sviluppano intorno alla convivenza con lui.
Anche il semplice contatto fisico non faceva miracoli. Il tempo trascorso ad accarezzare o toccare cane o gatto non risultava significativamente associato al benessere, né direttamente né attraverso i percorsi indiretti analizzati.
Quindi no: trascorrere due ore sul divano con un gatto sulla pancia, Netflix acceso e il telefono impostato su “non disturbare” non costituisce ancora una terapia riconosciuta.
Personalmente attenderei ulteriori studi prima di escluderlo definitivamente. Molto più interessante era invece il tempo dedicato alla cura dell’animale, associato a livelli più elevati di interazioni sia familiari sia extrafamiliari. Queste interazioni entravano successivamente nei percorsi statistici collegati ad autostima, fiducia e benessere. Anche l’attaccamento all’animale mostrava alcune associazioni indirette attraverso le relazioni sociali.
La differenza è fondamentale: lo studio non suggerisce che basti possedere un essere peloso per stare meglio. Suggerisce che potrebbero contare il coinvolgimento, la cura e ciò che la relazione con quell’animale produce nella vita quotidiana.
E questo permette una lettura molto meno ingenerosa nei confronti dei gatti. Il cane sembra avere un vantaggio specifico come facilitatore della socialità esterna. Il gatto, almeno in questo piccolo campione, non mostrava lo stesso schema. Ma la ricerca non dimostra che il gatto peggiori il benessere, riduca la socialità o produca una relazione meno significativa.
Anzi, il limite dei soli 22 proprietari felini rende particolarmente prudente qualsiasi confronto definitivo. Lo studio aveva inoltre altri limiti: gli indicatori di salute mentale sono stati misurati in un unico momento e alcune possibili variabili confondenti, come reddito e caratteristiche della personalità, non sono state controllate. Non è quindi possibile stabilire rapporti causali.
Potrebbero essere, per esempio, persone già più propense alla vita all’aperto e alla socializzazione a scegliere un cane. Allo stesso modo, persone maggiormente attratte da una relazione domestica e meno dipendente dalle attività esterne potrebbero preferire un gatto. Lo studio non consente di stabilirlo.
Quindi, se proprio vogliamo trasformare questa ricerca in una guerra tra specie — cosa che la ricerca non fa — il risultato sarebbe alquanto deludente.
Il cane sembra dire: “Ti faccio conoscere più persone”.
Il gatto potrebbe rispondere: “Bene. Ma eri tu a volerle conoscere?”.
E improvvisamente la questione diventa filosofica.
Il cane vi trascina nel mondo.
Il gatto non sembra avere la stessa capacità di ampliare la rete sociale, ma nemmeno lo studio dimostra che debba averla per contribuire a una relazione importante con il proprietario.
Uno vi porta al parco.
L’altro si sdraia sul vostro computer mentre state lavorando, vi guarda negli occhi e vi comunica senza pronunciare una parola che la vostra riunione delle 15:30 non interessa a nessuno.
Sono semplicemente due modelli di welfare differenti.

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Questo articolo è stato verificato con:
- https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2026.1810355/full
- https://doi.org/10.3389/fpsyg.2026.1810355
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