Il partner può diventare psicologicamente parte del nostro “io”: cosa significa davvero secondo uno studio

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Il partner può diventare psicologicamente parte del nostro “io”: cosa significa davvero secondo uno studio

| 21/09/2026
@AI generated

Investire nelle relazioni è associato a rapporti migliori, ma conta quanto l’altra persona entra nel nostro “io”

  • Uno studio pubblicato il 18 settembre 2026 su Frontiers in Psychology ha coinvolto 369 studenti universitari cinesi tra 18 e 21 anni
  • Il self-investment indica tempo, emozioni ed energie investiti nelle relazioni interpersonali
  • Un maggiore investimento era associato a una migliore qualità percepita delle relazioni e a una maggiore inclusione dell’altra persona nel proprio concetto di sé
  • Il 77,27% dell’associazione statistica complessiva passava attraverso l’inclusione dell’altro nel sé e il self-other link
  • Lo studio è trasversale e basato su questionari: mostra associazioni statistiche, non dimostra rapporti di causa-effetto

 

C’è un momento, nelle relazioni intime, in cui “io” e “tu” iniziano a trasformarsi in “noi”. Di solito non ce ne accorgiamo durante una conversazione illuminante al tramonto. Succede quando cominciamo a dire cose come “noi il sushi non lo mangiamo spesso”, nonostante fino a sei mesi prima uno dei due ordinasse sashimi con la frequenza con cui una persona normale compra il pane.

La psicologia ha deciso di studiare anche questo. Perché evidentemente lasciarci semplicemente vivere le nostre contraddizioni era troppo facile.

Una su Frontiers in Psychology ha analizzato il rapporto tra self-investment e qualità delle relazioni intime. Per self-investment gli autori intendono le risorse che investiamo nei rapporti: tempo, emozioni ed energie.

Lo studio, firmato da Xiangli Guan, Yaqi Zhang, Jingjing Wang, Xuejiao Li, Sha Shen, Yue Yuan, Mary C. Jobe e Md Zahir Ahmed, ha coinvolto 369 studenti universitari cinesi. Il DOI dello studio è 10.3389/fpsyg.2026.1741886.

La domanda era interessante: investire maggiormente nelle relazioni è associato a rapporti percepiti come migliori? E soprattutto, quanto conta il fatto che l’altra persona finisca lentamente per entrare nella nostra stessa definizione di “me”?

La risposta breve è: le variabili sono associate. La risposta lunga richiede qualche cerchio, diverse percentuali e la solenne promessa di non trasformare una correlazione in “la scienza ha scoperto il segreto dell’amore eterno”.

Lo studio su 369 universitari cinesi ha misurato quanto una persona significativa viene incorporata psicologicamente nel nostro concetto di sé

I ricercatori avevano reclutato inizialmente 450 studenti provenienti da Anhui, Pechino, Gansu, Hubei, Shandong, Sichuan, Yunnan e Zhejiang. Dopo l’esclusione di 31 questionari non validi, il campione analizzato comprendeva 369 persone tra 18 e 21 anni, con un’età media di 19,3 anni.

Le donne erano 274, pari al 74,3%; gli uomini 95, cioè il 25,7%. I questionari sono stati somministrati anonimamente nelle aule e online tramite i gruppi WeChat delle classi.

Insomma, prima precisazione anti-titolone: non abbiamo scoperto “come funzionano le relazioni umane”. Abbiamo osservato un campione specifico di giovani universitari cinesi, prevalentemente donne. L’umanità può quindi continuare serenamente a non capire perché qualcuno visualizzi un messaggio alle 18:42 e risponda alle 23:17 con “ahah sì”.

I ricercatori hanno misurato quattro elementi: self-investment, inclusione dell’altro nel sé, self-other link e qualità percepita delle relazioni intime.

La parte più memorabile riguarda la Inclusion of Others in the Self. Ai partecipanti venivano mostrate sette coppie di cerchi: uno rappresentava il sé, l’altro una persona significativa. Da un’immagine all’altra i cerchi diventavano progressivamente più sovrapposti.

In pratica, decenni di canzoni d’amore, poesie e “sei diventato parte di me” condensati in: “Quale coppia di cerchi vi rappresenta?”.

Brutale. Efficiente. Meravigliosamente poco romantico.

Più i cerchi si sovrapponevano, maggiore risultava l’inclusione psicologica dell’altra persona nel proprio concetto di sé. Il self-other link misurava invece soprattutto connessione e vicinanza emotiva percepite, attraverso una scala di sette elementi.

La qualità del rapporto veniva valutata con una versione cinese abbreviata del Quality of Relationship Index. E attenzione: nel paper pubblicato su Frontiers in Psychology, “relazione intima” non significa esclusivamente relazione romantica. La definizione comprende anche amicizie e relazioni familiari profonde.

Quindi no: i sette cerchi non sono il nuovo test definitivo per capire se dovete sposare qualcuno.

Il 77,27% dell’associazione passava attraverso inclusione dell’altro nel sé e connessione emotiva

I risultati mostrano che tutte e quattro le variabili erano positivamente correlate. Il self-investment aveva una correlazione di 0,402 con la qualità delle relazioni intime; l’inclusione dell’altro nel sé arrivava a 0,630 e il self-other link a 0,660.

Gli autori hanno quindi applicato un modello di mediazione con 5.000 iterazioni bootstrap. Se a questo punto avete sentito il vostro cervello chiudere Windows senza salvare, resistete: la parte interessante arriva adesso.

L’effetto totale stimato del self-investment sulla qualità relazionale era 0,44. L’effetto diretto era 0,10, pari al 22,73%. Il restante 77,27% passava complessivamente attraverso percorsi indiretti.

Il percorso self-investment → inclusione dell’altro nel sé → qualità della relazione rappresentava il 31,82% dell’effetto totale. Quello attraverso il self-other link valeva il 18%. Infine, la catena investimento → inclusione dell’altro → connessione emotiva → qualità relazionale rappresentava un ulteriore 27,27%.

Traduzione per chi non trascorre il sabato sera abbracciato a SPSS: quanto investiamo in un rapporto è associato alla qualità con cui lo percepiamo, e una parte consistente di questa associazione passa dal modo in cui integriamo l’altra persona nel nostro “io” e dalla vicinanza emotiva che sentiamo.

Bella storia. Ma niente tatuaggi con “77,27%” per il momento.

Lo studio è infatti trasversale: tutte le variabili sono state osservate sostanzialmente nello stesso momento. Non permette quindi di stabilire cosa provochi cosa.

Potrebbe essere l’investimento a favorire integrazione e connessione. Oppure potrebbe accadere il contrario: chi vive già un rapporto soddisfacente potrebbe avere maggiore voglia di investirvi tempo ed energie. O ancora, potrebbero esistere altre caratteristiche personali e relazionali capaci di influenzare tutte queste variabili.

Ci sono poi altri limiti: campione giovane, 74,3% di donne, reclutamento di convenienza e informazioni ottenute quasi interamente attraverso autovalutazioni. Gli autori hanno adottato accorgimenti contro il common method bias, ma riconoscono che eventuali distorsioni non possono essere completamente escluse.

Rimane comunque un’immagine molto più efficace di cento frasi motivazionali: all’inizio ci siamo noi. Poi arriva qualcuno. E lentamente i due cerchi cominciano a sovrapporsi.

Finché un giorno vi sentite dire: “Noi non guardiamo reality show”.

E sapete benissimo che avete appena finito la quarta puntata.

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