Taglie delle scarpe da donna: il 72% delle partecipanti indossava un numero diverso da quello indicato dalla lunghezza del piede
- Uno studio della RMIT University ha misurato i piedi di 107 donne dell’area metropolitana di Melbourne, tra 18 e 54 anni
- Il 72% indossava una taglia USA diversa da quella ricavata dalla lunghezza del piede; con il sistema europeo la quota era del 65%
- Il 59% nel sistema USA e il 52% in quello europeo utilizzava una taglia più grande rispetto a quella prevista dalla sola lunghezza
- Tra donne assegnate alla stessa taglia, la circonferenza nella parte più larga del piede variava fino a 40 millimetri nel sistema USA e 37 millimetri in quello europeo
- I risultati non dimostrano che le donne “sbaglino numero”: suggeriscono piuttosto che una singola taglia basata soprattutto sulla lunghezza descriva male larghezza e forma del piede
Avete presente quel piccolo dramma da camerino in cui provate una scarpa del vostro numero e il piede reagisce come una persona infilata per errore in un ascensore già pieno? Le dita protestano, il tallone scappa, il lato stringe e voi finite inevitabilmente davanti allo scaffale successivo pensando: «Possibile che non sappia nemmeno che numero porto?».
Forse il problema non siete voi. O, quantomeno, non necessariamente.
Uno studio della RMIT University di Melbourne sulle taglie delle scarpe da donna ha scoperto che gran parte delle 107 partecipanti indossava abitualmente un numero diverso da quello che sarebbe stato assegnato considerando soltanto la lunghezza del piede. Nel sistema statunitense la discrepanza riguardava il 72% del campione; utilizzando le taglie europee, il 65%.
Il dettaglio più interessante è la direzione dello scarto. Il 59% delle partecipanti nel sistema USA e il 52% nel sistema europeo indossava scarpe più grandi rispetto alla misura prevista dalla lunghezza del piede. Insomma, più che non conoscere il proprio numero, molte donne potrebbero trovarsi a fare quello che chiunque farebbe davanti a una scarpa troppo stretta: salire di taglia finché il piede smette di minacciare una denuncia.
La ricerca, intitolata One size fits small: exploring the shoe size preferences of Australian women and their implications for shoe design, è firmata da Barbara Pallaspuro, Saniyat Islam e Caroline Swee Lin Tan, ricercatori della School of Fashion and Textiles della RMIT University. Il lavoro è stato pubblicato online il 28 luglio 2026 sull’International Journal of Fashion Design, Technology and Education, mentre RMIT University ha diffuso i risultati il 31 agosto 2026.
Le taglie delle scarpe da donna descrivono soprattutto la lunghezza, ma due piedi dello stesso numero possono avere larghezze molto diverse
Lo studio ha coinvolto 107 donne sane tra i 18 e i 54 anni dell’area metropolitana di Melbourne. I ricercatori hanno misurato caratteristiche antropometriche dei piedi e confrontato quei dati con le taglie abitualmente indossate dalle partecipanti e con i sistemi di misurazione internazionali. Il campione era stato reclutato con criteri di convenienza e selezione mirata, un particolare importante perché impedisce di prendere il famoso 72% e applicarlo automaticamente a tutte le donne australiane, italiane o terrestri in generale.
Il problema individuato dallo studio emerge soprattutto quando si smette di considerare il piede come una specie di righello con cinque dita attaccate davanti.
Tra donne che, sulla base della lunghezza, sarebbero state assegnate alla stessa taglia USA, la circonferenza misurata intorno alla parte più larga del piede poteva differire fino a 40 millimetri. Con il sistema europeo la variazione arrivava a 37 millimetri.
Quattro centimetri non sono propriamente una quisquilia quando bisogna infilare il piede nello stesso modello di scarpa.
È qui che il numero stampato sulla scatola comincia a mostrare tutti i suoi limiti. Due persone possono avere piedi della stessa lunghezza e quindi ricevere teoricamente la medesima taglia, ma avere larghezza, circonferenza e forma abbastanza diverse da vivere esperienze completamente differenti dentro la stessa calzatura.
Saniyat Islam, coautore dello studio e professore associato alla School of Fashion and Textiles della RMIT University, ha sintetizzato il problema sostenendo che le donne australiane non sarebbero necessariamente incapaci di acquistare le scarpe: è il sistema di taglie a descrivere male i loro piedi. Secondo Islam, scegliere un numero più grande può rappresentare un tentativo di ottenere abbastanza spazio in larghezza quando la scarpa corretta in lunghezza risulta troppo stretta.
Lo studio ha trovato anche che il 68% delle partecipanti riportava almeno un problema ricorrente di vestibilità. Non proprio un risultato da usare come slogan per dichiarare guerra a ogni décolleté esistente, ma abbastanza per suggerire che il problema non sia soltanto una fila di clienti che misteriosamente dimentica il proprio numero appena entra in un negozio.
Secondo i ricercatori, la varietà osservata tra piedi della stessa lunghezza sarebbe tale da richiedere indicativamente sei o sette opzioni di larghezza per offrire una vestibilità adeguata alla gamma di forme presente nel campione. E qui la realtà commerciale entra in scena con la grazia di un elefante in un negozio di cristalli: la maggior parte delle scarpe viene invece venduta in una sola larghezza.
Le mezze taglie, quindi, non risolvono automaticamente il problema. Spostarsi dal 38 al 38,5 modifica principalmente una dimensione longitudinale, mentre una persona potrebbe avere bisogno di un 38 della stessa lunghezza ma sensibilmente più largo.
È un po’ come comprare pantaloni conoscendo soltanto l’altezza della persona e ignorando completamente vita e fianchi. Poi certo, qualcosa riusciremo pure a chiudere. La domanda è a quale prezzo per la circolazione sanguigna.
Non significa che il 72% delle donne compri scarpe “sbagliate”: lo studio chiede sistemi capaci di considerare anche forma e larghezza
Il dato del 72% è perfetto per diventare un titolo, ma è anche perfetto per essere maltrattato.
Dire che il 72% delle donne studiate indossava una taglia diversa da quella prevista attraverso la lunghezza del piede è corretto. Dire che «il 72% delle donne porta il numero sbagliato» non lo è.
La differenza è sostanziale. La taglia calcolata in base alla lunghezza non rappresenta necessariamente una verità anatomica assoluta rispetto alla quale qualsiasi altra scelta diventa un errore. Se una scarpa della lunghezza teoricamente corretta comprime il piede lateralmente, prendere un numero superiore può essere una soluzione pratica a un sistema che non offre abbastanza alternative.
I ricercatori interpretano proprio in questo modo la prevalenza delle taglie più grandi: alcune partecipanti potrebbero utilizzare la lunghezza in eccesso per ottenere lo spazio laterale che manca. Si tratta però di un’interpretazione coerente con i dati, non della dimostrazione causale che ogni singola donna abbia scelto una taglia superiore esattamente per questo motivo.
Lo studio mette inoltre sul tavolo il tema della diversità anatomica della popolazione australiana. Tra le 25 partecipanti che dichiaravano di trovare spesso le scarpe troppo strette, il 60% proveniva da background dell’Asia nord-orientale, sud-orientale o meridionale. Gli autori precisano però che la ricerca non era progettata per stabilire differenze tra gruppi etnici e che servirebbero campioni molto più ampi per verificare eventuali associazioni.
Caroline Swee Lin Tan ha sottolineato che i tradizionali sistemi di misurazione delle calzature riflettono ancora in larga parte una gamma limitata di forme del piede di origine occidentale, nonostante la popolazione australiana sia fortemente multiculturale. Anche in questo caso, però, il punto dello studio non è stabilire quale gruppo abbia “il piede giusto”: sarebbe un concetto piuttosto curioso già in partenza. L’obiettivo è capire se i prodotti riescano realmente a rappresentare la varietà delle persone che dovrebbero utilizzarli.
A complicare ulteriormente la faccenda ci sono poi i sistemi internazionali. USA, Regno Unito ed Europa non utilizzano la stessa numerazione e i consumatori devono spesso trasformarsi in piccoli ragionieri del piede davanti alla tabella di conversione. Più della metà delle partecipanti allo studio, per esempio, non conosceva la propria taglia britannica.
Gli autori suggeriscono quindi due possibili direzioni: più opzioni di larghezza e informazioni più chiare per permettere ai consumatori di orientarsi tra marchi e diversi sistemi di taglie. RMIT University ha inoltre annunciato che il gruppo è interessato a collaborare con aziende del settore per sviluppare sistemi di misurazione più inclusivi.
Restano, naturalmente, limiti importanti. Il campione comprende soltanto 107 donne di Melbourne e non è rappresentativo dell’intera popolazione femminile. Lo studio è inoltre descrittivo: fotografa misure, preferenze e problemi di vestibilità, ma non dimostra che l’attuale sistema di taglie provochi direttamente specifiche patologie o che offrire sette larghezze risolverebbe automaticamente tutti i problemi.
Il messaggio più interessante è molto più semplice.
Se due piedi lunghi uguali possono differire di quattro centimetri nella circonferenza, pretendere che una singola cifra racconti tutta la loro forma è forse un’ambizione leggermente eccessiva.
Quindi sì: la prossima volta che entrate convinte di portare il 38, provate un 38 e vi sembra di aver infilato il piede nella pressa di un’officina, potreste anche evitare la crisi d’identità davanti allo specchio.
Forse conoscete perfettamente il vostro piede. È la scatola che sa troppo poco di lui.

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- https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/17543266.2026.2709095
- https://www.rmit.edu.au/news/all-news/2026/aug/shoe-size
- https://www.eurekalert.org/news-releases/1141884
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