Il tuo gatto sa benissimo come si chiama, ma ti ignora lo stesso: la scienza gli toglie uno dei suoi migliori alibi
- I gatti riconoscono il proprio nome e riescono a distinguerlo da altre parole simili, anche quando a pronunciarlo è uno sconosciuto
- La risposta, però, è spesso ridotta ai minimi sindacali: girano la testa o muovono le orecchie, mentre solo una piccola parte vocalizza o si avvicina
- Riconoscere il nome non significa necessariamente avere il nostro stesso concetto di identità: probabilmente imparano ad associare quella sequenza di suoni a qualcosa che li riguarda, dal cibo al trasportino
- Alcuni gatti sembrano imparare anche i nomi degli altri mici con cui vivono e si accorgono quando il nome ascoltato non corrisponde alla faccia mostrata
- La scienza non ha dimostrato che ci ignorino volontariamente. Ha dimostrato però qualcosa di forse più irritante: quando li chiamiamo e non si muovono, potrebbero averci sentito e capito benissimo
Lo chiamate. Niente. Lo richiamate con quella vocina imbarazzante che riservate esclusivamente a lui. Un orecchio ruota appena nella vostra direzione, poi il gatto riprende a leccarsi una zampa con la concentrazione di un cardiochirurgo. Per anni abbiamo potuto aggrapparci a un dubbio dignitoso: forse non ha capito. La scienza ci ha tolto anche questo alibi.
I gatti riconoscono il proprio nome e riescono a distinguerlo da altre parole, anche quando a pronunciarlo è una persona sconosciuta. Lo ha mostrato una serie di esperimenti pubblicata su Scientific Reports da un gruppo di ricercatori giapponesi guidato da Atsuko Saito. La parte più felina dello studio arriva subito dopo: la risposta più comune consisteva nel muovere le orecchie o girare la testa. Presentarsi al cospetto dell’umano, evidentemente, rientrava già nelle prestazioni premium.
Il gatto ha sentito. Ha perfino capito che state parlando di lui
Il test era costruito con un metodo chiamato habituation-dishabituation. Ai gatti venivano fatte ascoltare in sequenza quattro parole pronunciate dal proprietario, simili per lunghezza e accento al loro nome. Via via gli animali reagivano sempre meno: il classico effetto di qualcosa che smette di essere interessante dopo averlo sentito quattro volte.
Poi arrivava il nome.
Tra i 16 gatti del primo esperimento, 11 si erano abituati alle parole precedenti e 9 di questi hanno mostrato una reazione più forte quando hanno sentito il proprio nome. L’effetto è comparso anche nei test successivi e, soprattutto, quando la voce apparteneva a uno sconosciuto: 13 dei 20 gatti che si erano abituati alle altre parole hanno aumentato la propria risposta sentendo il nome. Quindi no, non stavano semplicemente riconoscendo la voce del loro umano disperato.
La risposta, però, era di una sobrietà quasi offensiva. In tutti gli esperimenti più della metà dei gatti reagiva ai suoni muovendo testa o orecchie; meno del 10% vocalizzava, muoveva la coda o si spostava. La versione felina di una spunta blu: messaggio ricevuto, nessuna necessità di proseguire la conversazione.
Già nel 2013 Saito e Kazutaka Shinozuka avevano osservato qualcosa di simile studiando 20 gatti domestici: gli animali riuscivano a distinguere la voce del proprietario da quella di persone sconosciute, pur rispondendo soprattutto con piccoli movimenti di orientamento invece di precipitarsi verso la fonte del suono. Il gatto, insomma, non è Alexa con il pelo. L’interazione resta soggetta a disponibilità del dirigente. Lo studio è stato pubblicato su Animal Cognition.
Il nome probabilmente significa: sta per succedere qualcosa che mi riguarda
Qui conviene togliere per un momento il cappellino da gatto offeso. Dire che un micio riconosce il proprio nome non significa aver dimostrato che possieda il nostro stesso concetto di identità personale e pensi: “Ah, Romeo, certamente io, nato il 12 marzo, residente sul divano”.
Lo studio dimostra che riesce a distinguere quella particolare sequenza di suoni dalle altre. I ricercatori ritengono probabile che il nome acquisisca importanza perché viene ascoltato continuamente ed è associato a qualcosa che accade subito dopo: cibo, carezze, gioco oppure esperienze decisamente meno edificanti, come veterinario e bagno.
Vista così, la faccenda assume anche una certa logica. Se per anni ogni “Micio!” è seguito alternativamente da una bustina di umido, un grattino sotto il mento o dall’apparizione del trasportino, è comprensibile che quella parola finisca molto in alto nell’algoritmo personale degli avvisi importanti.
Lo studio contiene anche una piccola eccezione. I gatti che vivevano nelle normali abitazioni riuscivano a distinguere il proprio nome da quello degli altri mici di casa. Quelli studiati in un cat café, invece, in quell’esperimento non mostravano la stessa capacità. Gli autori ipotizzano che vivere con molti gatti e sentire visitatori diversi pronunciare continuamente nomi differenti possa rendere le associazioni più confuse. Il campione proveniva però da un solo cat café, quindi nessun processo alle capacità cognitive dei gatti da locale.
E conoscono anche il nome degli altri gatti di casa
Come se il piccolo archivio mentale non fosse già abbastanza pieno, nel 2022 un altro studio dello stesso filone ha scoperto che alcuni gatti domestici sembrano imparare spontaneamente anche i nomi dei loro coinquilini felini.
I ricercatori hanno coinvolto 48 gatti e fatto ascoltare il nome di un altro gatto con cui vivevano. Subito dopo compariva su uno schermo la fotografia di un micio. A volte nome e faccia coincidevano, altre volte venivano deliberatamente scambiati.
I gatti delle abitazioni private guardavano più a lungo lo schermo quando appariva la faccia sbagliata, un comportamento interpretato come violazione dell’aspettativa: avevano sentito “Pallina” e, invece di Pallina, sul monitor era comparso Ernesto. Una situazione che evidentemente richiedeva qualche secondo supplementare per elaborare l’incompetenza del personale umano. Lo studio, pubblicato ancora su Scientific Reports, suggerisce che queste associazioni vengano apprese semplicemente vivendo insieme, senza addestramento specifico.
Nel 2024 il gruppo ha spinto l’esperimento ancora oltre. A 31 gatti sono state presentate immagini associate a parole completamente inventate, come “parumo” e “keraru”. Dopo poche esposizioni gli animali sembravano già accorgersi quando i ricercatori scambiavano gli abbinamenti. Con suoni elettronici, invece, l’effetto non risultava altrettanto chiaro. Gli autori hanno concluso che i gatti possono formare rapidamente associazioni tra immagini e parole pronunciate dagli esseri umani. Anche questo lavoro è apparso su Scientific Reports.
Quindi il curriculum comincia a diventare piuttosto scomodo: distinguono la nostra voce, riconoscono il proprio nome, possono imparare quello degli altri gatti e riescono perfino ad associare rapidamente parole nuove a immagini.
La scienza, però, non ha dimostrato che quando rimangono immobili ci stiano deliberatamente ignorando. L’intenzione non si può ricavare da questi esperimenti. Sappiamo qualcosa di più semplice e, per chi vive con un gatto, forse ancora più irritante: può aver sentito perfettamente il proprio nome anche quando l’unico segno di vita è stato un orecchio girato per mezzo secondo.
Dopo di che torna a dormire.
La pratica, dal suo punto di vista, era già stata evasa.

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Questo articolo è stato verificato con:
- https://www.nature.com/articles/s41598-019-40616-4
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/23525707/
- https://www.nature.com/articles/s41598-022-10261-5
- https://www.nature.com/articles/s41598-024-74006-2
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