Non è Mozart ma ciò che canti: cosa rivela davvero la tua musica
- Non è il genere musicale a indicare l’intelligenza, ma i testi delle canzoni ascoltate
- Lo studio ha analizzato 185 persone e oltre 58.000 brani monitorati per cinque mesi
- Chi ascolta canzoni tristi e introspettive tende ad avere punteggi cognitivi più alt
- Testi ricchi di incertezza e riferimenti sociali sono associati a risultati più bassi
- Si tratta di una correlazione, non di un rapporto causa-effetto
Aprire Spotify e giudicare qualcuno dalla playlist è un riflesso quasi automatico. Ma se pensavi che bastasse ascoltare musica classica o jazz per sembrare brillante, la scienza ha appena cambiato le regole del gioco.
Un recente studio pubblicato sul Journal of Intelligence ribalta completamente il punto di vista: non sono melodia e ritmo a raccontare qualcosa sulla mente, ma i testi delle canzoni. In altre parole, non conta tanto cosa ascolti, ma cosa dicono le canzoni che scegli.
Lo studio che cambia prospettiva sulla musica
I ricercatori hanno seguito 185 partecipanti per cinque mesi, monitorando direttamente dai loro smartphone le abitudini musicali quotidiane. Non solo: ogni partecipante ha affrontato test per valutare ragionamento, vocabolario e competenze matematiche, cioè le basi dell’intelligenza generale. Nel frattempo, sono stati analizzati più di 58.000 brani, esaminandone non solo il suono ma soprattutto il contenuto delle parole.
Il risultato? Un legame chiaro tra tipologia dei testi e abilità cognitive. Chi prediligeva canzoni con testi malinconici, introspettivi e legati alla vita quotidiana mostrava punteggi più alti nei test. Non necessariamente musica triste per moda, ma parole che riflettono emozioni profonde e una certa attenzione al presente.
Non basta cambiare playlist per diventare un genio
Al contrario, chi ascoltava canzoni con testi ricchi di riferimenti sociali superficiali o con linguaggio incerto – pieno di “forse”, “magari”, “probabilmente” – tendeva ad avere risultati più bassi nei test cognitivi. Ma attenzione a non fraintendere. Gli stessi ricercatori sottolineano che si tratta di una semplice correlazione: ascoltare musica malinconica non rende automaticamente più intelligenti. E aggiornare la playlist non trasformerà nessuno in un genio nel giro di una notte.
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Il dato interessante è un altro: le nostre abitudini digitali quotidiane, anche quelle apparentemente banali come ascoltare musica, possono riflettere aspetti più profondi del modo in cui pensiamo. Eppure il quadro non è completo. Variabili come l’età o il contesto personale possono influenzare sia i gusti musicali sia le capacità cognitive. Per questo motivo, gli studiosi parlano di un potenziale ancora da esplorare, soprattutto combinando questi dati con altri comportamenti digitali.

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- https://www.focus.it/cultura/curiosita/musica-e-intelligenza-c-e-un-legame
- https://www.mdpi.com/2079-3200/14/2/29
- https://www.researchgate.net/publication/400760814_Deep_Beats_Deep_Thoughts_Predicting_General_Cognitive_Ability_from_Natural_Music-Listening_Behavior
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