“Faccio uno screenshot così non dimentico”: lo studio che ha scoperto l’effetto opposto
• Sette esperimenti preregistrati hanno rilevato una memoria peggiore per le immagini sottoposte a screenshot rispetto a quelle semplicemente osservate
• Nell’esperimento 1, il riconoscimento delle immagini salvate con uno screenshot è sceso sotto il 60%, nonostante il numero relativamente ridotto di immagini
• I ricercatori non hanno trovato benefici compensativi consistenti nella memoria della fonte, nell’apprendimento successivo o in altri compiti cognitivi
• Lo studio di Sophia P. Fabrizio, Rebecca Lurie e Deanne L. Westerman è stato pubblicato il 3 agosto 2026 su Memory & Cognition
• Gli esperimenti sono stati condotti soprattutto in laboratorio con immagini e opere d’arte e molti partecipanti universitari: i risultati non dimostrano che gli screenshot “distruggano la memoria” nella vita quotidiana
C’è un gesto che facciamo ormai senza pensarci: vediamo qualcosa di interessante sullo smartphone, premiamo due tasti e facciamo uno screenshot per ricordarlo. Una ricetta, un indirizzo, una frase, il nome di un libro, l’orario di un treno. “Lo salvo così non me lo dimentico”. E invece il cervello potrebbe interpretare quel rassicurante clic digitale in maniera molto diversa: perfetto, se ci pensa il telefono, io posso anche smettere di lavorare.
È, in estrema sintesi, il risultato di sette esperimenti preregistrati condotti da Sophia P. Fabrizio, Rebecca Lurie e Deanne L. Westerman della Binghamton University, State University of New York. La ricerca, intitolata Digital amnesia: The aftermath of a screenshot, è stata pubblicata su Memory & Cognition ed è disponibile in open access. Il DOI è 10.3758/s13421-026-01921-2.
Ma la parte interessante non è tanto scoprire che affidiamo pezzi della nostra memoria al telefono — per quello bastava provare a ricordare il numero di cellulare di una persona conosciuta dopo il 2005 — quanto capire cosa accade nel momento stesso in cui facciamo uno screenshot.
Lo screenshot per ricordare può diventare un segnale di “via libera”: in sette esperimenti la memoria delle immagini catturate è risultata sistematicamente peggiore
Il fenomeno studiato da Fabrizio, Lurie e Westerman si inserisce nella ricerca sul cosiddetto photo-taking impairment effect: in diversi esperimenti precedenti, fotografare qualcosa è stato associato a una memoria successiva peggiore di quell’informazione rispetto alla semplice osservazione. Gli stessi autori parlano più in generale di digital capture effect, perché il problema sembra estendersi anche agli screenshot.
Nel primo esperimento del nuovo studio, i partecipanti osservavano sul proprio smartphone 44 immagini di opere d’arte. Per metà delle immagini dovevano effettuare uno screenshot; le altre dovevano semplicemente essere guardate. Le istruzioni “view” e “screenshot”, così come le immagini, venivano presentate in ordine casuale. I partecipanti, inoltre, procedevano al proprio ritmo e non erano stati inizialmente avvertiti che in seguito avrebbero affrontato un test di memoria.
Ed è qui che la faccenda diventa quasi comica, se non fosse che riguarda un’abitudine quotidiana di milioni di persone. Il riconoscimento delle immagini sottoposte a screenshot è sceso sotto il 60%, nonostante il numero di immagini fosse relativamente contenuto. Gli autori sottolineano il contrasto con la notevole capacità umana di riconoscere immagini già viste: nella discussione citano, per esempio, una ricerca precedente nella quale i partecipanti avevano raggiunto un’accuratezza dell’87% nel riconoscimento di 2.500 immagini.
In pratica, premiamo un tasto proprio perché quella cosa ci interessa abbastanza da volerla conservare e, nelle condizioni sperimentali testate, finiamo per ricordarla peggio. È un po’ come comprare una cassaforte per proteggere le chiavi di casa e poi dimenticare la combinazione.
Soprattutto, l’effetto non è comparso una volta per caso. In tutti e sette gli esperimenti la memoria per le immagini sottoposte a screenshot è risultata peggiore rispetto a quella per le immagini semplicemente osservate. Il risultato è emerso sia quando i partecipanti sapevano che la memoria sarebbe stata verificata, sia quando non lo sapevano; inoltre è comparso con differenti organizzazioni sperimentali delle prove.
I ricercatori volevano però rispondere a una domanda ancora più interessante: magari dimenticare l’immagine salvata ha un prezzo, ma libera risorse cognitive da utilizzare altrove. Sarebbe una sorta di outsourcing mentale: il telefono fa da magazzino e il cervello, finalmente alleggerito, può occuparsi d’altro.
Gli esperimenti non hanno fornito prove consistenti di questo vantaggio. I partecipanti non hanno mostrato una migliore memoria della fonte, cioè una maggiore capacità di ricordare dove fosse stata conservata l’informazione; non hanno ottenuto miglioramenti affidabili nel riconoscimento di materiale presentato successivamente e non hanno mostrato prestazioni superiori in un successivo compito cognitivo.
Un piccolo beneficio nel ricordo di un secondo gruppo di opere è comparso in uno degli esperimenti, ma soltanto con una configurazione sperimentale molto specifica e adottando un criterio particolarmente permissivo nella valutazione delle risposte. Gli stessi autori lo descrivono quindi come un vantaggio modesto e circoscritto, non come la prova che fare screenshot liberi automaticamente preziosa RAM cerebrale.
Una delle possibili spiegazioni prese in considerazione riguarda proprio il cognitive offloading, cioè la tendenza ad affidare informazioni a un supporto esterno invece di conservarle interamente nella memoria. È la versione tecnologica del vecchio “non serve che lo ricordi, me lo sono scritto”. Solo che il post-it, almeno, ogni tanto lo guardavamo.
Gli esperimenti 6 e 7 hanno cercato di capire se un uso più consapevole di questa strategia potesse modificare l’effetto. Nel settimo esperimento, per esempio, ai partecipanti veniva fatto credere che avrebbero potuto consultare gli screenshot prima del test; alcuni pensavano inoltre che il test sarebbe arrivato nella stessa sessione, altri dopo un mese. Se il fenomeno dipendesse soprattutto da una strategia cosciente del tipo “tanto è salvato, lo riguarderò”, ci si sarebbe potuti aspettare un effetto maggiore quando il test appariva lontano nel tempo. Non è accaduto: i deficit di memoria sono risultati simili.
Gli autori ritengono quindi che, se una forma di offloading è coinvolta, potrebbe funzionare in maniera automatica o comunque non chiaramente strategica. In altre parole, non è ancora possibile ridurre tutto alla vocina interiore che dice “tranquillo, c’è lo screenshot”. Il meccanismo preciso resta da chiarire.
Non significa che gli screenshot distruggano la memoria: lo studio riguarda condizioni sperimentali precise e il vantaggio cambia se poi consultiamo ciò che abbiamo salvato
Qui occorre evitare la trasformazione inevitabile di una ricerca interessante nel titolo apocalittico “IL TELEFONO CI STA CANCELLANDO IL CERVELLO!!!1!”. Lo studio non dimostra che fare screenshot distrugga la memoria nella vita reale.
Le prove sono state condotte in condizioni controllate e hanno utilizzato soprattutto immagini e opere d’arte. Molti partecipanti erano inoltre studenti universitari della Binghamton University: nell’esperimento 2, per esempio, parteciparono inizialmente 82 studenti universitari, mentre l’esperimento 3 coinvolse 143 studenti di Psicologia. Nell’esperimento 6 si iscrissero 171 studenti universitari, con successive esclusioni e reclutamenti legati anche a modifiche introdotte da un aggiornamento di iPhone.
Di conseguenza, i risultati consentono di parlare di un effetto causale nelle specifiche condizioni sperimentali testate: quando ai partecipanti veniva richiesto di effettuare lo screenshot, la loro memoria per quel materiale risultava successivamente peggiore rispetto alla condizione in cui lo avevano soltanto osservato. Non consentono invece di affermare che ogni screenshot effettuato nella vita quotidiana provochi necessariamente lo stesso risultato, né che l’effetto abbia sempre la stessa intensità.
C’è poi una distinzione fondamentale: salvare qualcosa non equivale a non poterla più recuperare. Uno screenshot rimane pur sempre una memoria esterna che possiamo consultare. Una comunicazione della Binghamton University sottolinea proprio questo punto: pochi screenshot intenzionali, successivamente rivisti, possono comunque integrare la memoria, proprio come un promemoria sul calendario. Il problema studiato riguarda soprattutto ciò che accade alla nostra memoria interna quando catturiamo digitalmente un contenuto senza poi necessariamente riesaminarlo.
La stessa Sophia Fabrizio ha ricordato che prendere appunti a mano richiede invece di elaborare e organizzare l’informazione, creando collegamenti e introducendo quella che in psicologia cognitiva viene definita desirable difficulty, una difficoltà utile all’apprendimento. Anche scrivere, tuttavia, può trasformarsi in cognitive offloading: basta pensare ai compleanni che non ricordiamo più perché tanto ci pensa il calendario dello smartphone.
Il messaggio dello studio, quindi, è molto più interessante della solita guerra “smartphone contro cervello”. La tecnologia ci permette di costruire un archivio esterno praticamente infinito, ma archiviare un’informazione e ricordarla non sono la stessa cosa. Possiamo avere 20.000 screenshot perfettamente conservati e nessuna idea del perché ne abbiamo fatti 19.800.
Ed è forse questa la piccola beffa psicologica raccontata dalla ricerca di Fabrizio, Lurie e Westerman: facciamo uno screenshot perché quel contenuto ci sembra troppo importante per rischiare di dimenticarlo. Nelle condizioni studiate, però, proprio il gesto con cui diciamo allo smartphone “tienimelo da parte” sembra accompagnarsi a un ricordo più debole.
Il telefono, naturalmente, esegue l’ordine alla perfezione. Il cervello potrebbe prenderlo un po’ troppo alla lettera.

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- https://link.springer.com/article/10.3758/s13421-026-01921-2
- https://www.psypost.org/psychologists-find-smartphone-screenshots-can-cause-a-profound-degree-of-digital-amnesia/
- https://www.eurekalert.org/news-releases/1140328
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