Il body positive su TikTok nasconde un paradosso: ci fa stare meglio, ma pensare di più al nostro aspetto

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Il body positive su TikTok nasconde un paradosso: ci fa stare meglio, ma pensare di più al nostro aspetto

| 10/09/2026
@AI generated

Il paradosso del body positive su TikTok: migliorava l’umore, ma faceva anche pensare di più al proprio aspetto

  • Uno studio sperimentale della Western University ha coinvolto 323 donne e persone che si identificavano al femminile
  • Ogni partecipante ha visto 20 video TikTok in ordine randomizzato appartenenti a cinque diverse categorie
  • Dopo i contenuti body positive aumentava l’auto-oggettivazione, ma contemporaneamente migliorava l’umore positivo
  • Thinspiration e fitspiration erano invece associate sia a maggiore auto-oggettivazione sia a un peggioramento dell’umore
  • Lo studio misura effetti immediati e non permette di stabilire cosa produca l’esposizione continuativa a TikTok nel lungo periodo

 

La cosa assurda è che un contenuto nato per liberarci dall’ossessione per l’aspetto fisico può, almeno nell’immediato, farci concentrare ancora di più sull’aspetto. E contemporaneamente farci stare meglio. Non è esattamente il finale che ci aspetteremmo dalla sceneggiatura: il cattivo non è del tutto cattivo, il buono non si presenta con l’aureola e TikTok, tanto per cambiare, riesce a complicare una faccenda che sembrava semplicissima.

È il paradosso emerso da uno studio pubblicato su PLOS One da Samantha Jones, Pasternak ed Erin Heerey, della Western University in Canada. Il lavoro, intitolato The impact of appearance-focussed social media and self-objectification on mood, non conclude affatto che il body positive su TikTok faccia male. Dice qualcosa di molto più interessante — e molto meno comodo da trasformare in uno slogan da social — sugli effetti psicologici immediati dei contenuti che continuano a riportare l’attenzione sul corpo.

Body positive su TikTok: l’esperimento

Lo studio ha coinvolto 323 donne e persone che si identificavano al femminile. Prima dell’esperimento, le partecipanti hanno indicato anche la propria tendenza generale all’auto-oggettivazione; successivamente ciascuna ha guardato un set randomizzato di 20 video TikTok appartenenti a cinque categorie: thinspiration, fitspiration, body positive, contenuti positivi generici e contenuti neutrali. Dopo ogni singolo video venivano misurati l’umore e l’auto-oggettivazione momentanea. Samantha Jones, prima autrice dello studio e ricercatrice alla Western University, si occupa tra l’altro di social media, regolazione emotiva e reti sociali.

Qui serve chiarire una parola che rischia di sembrare uscita da un esame universitario fissato alle otto del mattino: auto-oggettivazione. In questo contesto indica la tendenza a osservare e valutare se stessi e il proprio corpo soprattutto attraverso l’aspetto, quasi assumendo lo sguardo di un osservatore esterno. In pratica, il corpo smette per un momento di essere semplicemente ciò con cui andiamo in giro per il mondo e diventa qualcosa da esaminare.

Ed è proprio su questa misura che è arrivata la sorpresa. Rispetto ai video positivi generici, l’auto-oggettivazione risultava maggiore dopo i contenuti thinspiration, con un coefficiente B=1,24. Subito dopo arrivavano i video body positive, con B=0,98, mentre la fitspiration mostrava un aumento più contenuto, pari a B=0,43. In altre parole, nell’esperimento non erano soltanto i contenuti che esaltavano magrezza o forma fisica a spostare temporaneamente l’attenzione verso il proprio aspetto: succedeva anche con quelli costruiti per promuovere accettazione e positività corporea.

Ma qui arriva la parte che impedisce di titolare allegramente “Il body positive fa male” e andare tutti a pranzo soddisfatti.

L’effetto sull’umore era infatti molto diverso a seconda del tipo di contenuto. Thinspiration e fitspiration erano associate a un aumento delle emozioni negative e a una riduzione di quelle positive rispetto ai video neutrali. I contenuti body positive, al contrario, erano associati a un umore più positivo. Quindi sì: dopo quei TikTok le partecipanti tendevano momentaneamente a pensare maggiormente a se stesse attraverso la lente dell’aspetto fisico, ma allo stesso tempo si sentivano meglio.

È questo il cuore dello studio. Due effetti che, intuitivamente, sembrerebbero dover viaggiare in direzioni opposte si presentano insieme. Il body positive può continuare a mettere il corpo al centro del palcoscenico — riflettori accesi, sipario aperto, praticamente Broadway — ma il messaggio attraverso cui lo fa può essere associato a emozioni più positive.

Gli stessi autori sottolineano questa complessità. Nel materiale diffuso tramite EurekAlert, Jones e colleghi spiegano che l’esposizione imprevedibile alle diverse tipologie di video TikTok può produrre cambiamenti momentanei sia nel modo di pensare sia nel modo di sentirsi. Il punto, quindi, non è soltanto chiedersi quanto un contenuto parli del corpo, ma anche come ne parli e quale risposta emotiva accompagni quell’attenzione.

Lo studio fotografa quello che succede subito dopo i video, non gli effetti cronici di TikTok

Il risultato è intrigante proprio perché va trattato con attenzione. Lo studio ha un disegno sperimentale: le partecipanti hanno visto diversi tipi di contenuto all’interno di una procedura controllata e l’ordine dei video era randomizzato. Per questo, quando parliamo delle variazioni momentanee osservate nell’esperimento, l’evidenza è più forte di quella ottenibile da una semplice correlazione tra abitudini sui social e benessere psicologico.

Ma da qui a sostenere che il body positive modifichi stabilmente il rapporto con il proprio corpo c’è in mezzo un’autostrada, non un marciapiede.

Gli autori hanno infatti misurato ciò che avveniva immediatamente dopo la visione dei video. Non sappiamo se gli stessi effetti rimangano per ore, giorni, mesi o dopo anni trascorsi a scorrere TikTok con il pollice ormai dotato di addominali propri. Lo studio, come ricordano gli stessi ricercatori, non permette di stabilire gli effetti a lungo termine dell’esposizione.

C’è inoltre un altro limite importante: non è stata effettuata una misura baseline dello stato momentaneo di umore e auto-oggettivazione immediatamente prima della sequenza di video. Le partecipanti avevano riportato la propria tendenza generale all’auto-oggettivazione, ma mancava quella fotografia iniziale equivalente alle misure raccolte dopo i singoli TikTok.

Anche il campione invita alla prudenza. Le 323 partecipanti erano giovani e prevalentemente di corporatura media. I risultati, quindi, non possono essere automaticamente estesi a tutte le donne, a tutte le identità di genere, a tutte le fasce d’età o a persone con corporature differenti. Sarebbe un salto logico che lo studio non autorizza.

La ricerca di Jones, Pasternak e Heerey – identificata dal DOI 10.1371/journal.pone.0355465 – lascia quindi una conclusione meno spettacolare di “TikTok ci rovina” o “il body positive funziona”, ma probabilmente più utile: concentrarsi sull’aspetto e sentirsi peggio non sono necessariamente la stessa cosa. Nell’esperimento, i video body positive hanno mantenuto l’aspetto fisico al centro dell’attenzione, ma quella maggiore auto-oggettivazione è comparsa insieme a un umore più positivo.

Ed è forse questa la parte più interessante. Abbiamo spesso l’abitudine di classificare i contenuti online come se fossero alimenti in dispensa: questo è sano, questo è spazzatura, questo sta nel ripiano “senza sensi di colpa”. La psicologia, purtroppo per chi ama le etichette semplici, tende a comportarsi peggio del cassetto dei contenitori di plastica: apri e non trovi mai il coperchio che pensavi.

Il body positive su TikTok, almeno in questo esperimento, non esce né assolto né condannato. Ha prodotto più emozioni positive e, nello stesso momento, maggiore auto-oggettivazione. Per capire cosa significhi davvero dopo centinaia o migliaia di video serviranno studi sul lungo periodo. Fino ad allora, il paradosso resta esattamente questo: un messaggio pensato per aiutarci a fare pace con il nostro corpo può farci pensare di più al corpo proprio mentre ci fa sentire meglio.

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