Partner phubbing, guardare il telefono mentre l’altro parla è associato a solitudine romantica e minore autostima
- Uno studio pubblicato il 7 settembre 2026 ha coinvolto 1.627 giovani adulti eterosessuali tra 18 e 35 anni impegnati in una relazione
- Il 38,1% dei partecipanti dichiarava di controllare il telefono durante conversazioni faccia a faccia con il partner
- Una maggiore esposizione al partner phubbing era associata a minore autostima e maggiore solitudine romantica
- Autostima e solitudine romantica mediavano statisticamente l’associazione tra partner phubbing e benessere psicologico
- Lo studio è trasversale e basato su questionari: non dimostra che guardare il telefono causi solitudine, bassa autostima o minore benessere
“Sì sì, ti ascolto.”
Gli occhi sono sul telefono.
“Continua.”
Pollice verso l’alto. Instagram. WhatsApp. Una notifica. Un’altra notifica. Forse un reel di un procione che lava l’uva.
Fisicamente il partner è a quaranta centimetri da voi. Psicologicamente potrebbe essere momentaneamente emigrato.
Questo comportamento ha persino un nome nella letteratura scientifica: partner phubbing. Indica quella situazione in cui una persona concentra l’attenzione sullo smartphone durante un’interazione faccia a faccia con il proprio partner.
E secondo un nuovo studio pubblicato sul Journal of Community Psychology, una maggiore esposizione al partner phubbing è associata a minore autostima e maggiore “solitudine romantica”.
Quest’ultima espressione è forse la parte più brutalmente efficace dell’intero paper: sentirsi emotivamente soli all’interno della propria relazione.
Con il partner presente.
A mezzo metro.
Che sta guardando il telefono.
Lo studio, intitolato The Silent Rejection: The Indirect Path From Partner Phubbing to Psychological Well-Being Through Self-Esteem and Romantic Loneliness, è stato realizzato da Muhammet Can Doğru, della Yıldız Technical University di Istanbul, e Tuğba Türk Kurtça, della Trakya University di Edirne. Il lavoro è stato pubblicato online il 7 settembre 2026.
Minore autostima, maggiore solitudine romantica e benessere psicologico
Il campione è piuttosto consistente: 1.627 giovani adulti eterosessuali, di cui 821 donne e 806 uomini, con un’età compresa tra 18 e 35 anni e una media di 21,63 anni. Per partecipare bisognava essere coinvolti in una relazione romantica e non essere sposati.
C’è però una caratteristica importante del campione: i partecipanti sono stati reclutati con un campionamento di convenienza, principalmente in ambiente universitario attraverso reti studentesche e social media. Il 61,9% era infatti costituito da studenti universitari.
I partecipanti hanno compilato online diversi questionari psicologici, tra cui una scala dedicata proprio al partner phubbing. Una delle situazioni considerate dalla scala è, in sostanza, quella che probabilmente non necessitava di una commissione scientifica internazionale per essere riconosciuta: il partner che guarda il cellulare mentre gli stai parlando.
E i numeri sulle abitudini digitali raccontano bene il contesto.
Il 73,1% dei partecipanti dichiarava di utilizzare il telefono durante i pasti. Il 96,6% riferiva di usarlo durante le ore dedicate al sonno. E soprattutto 620 persone, pari al 38,1% del campione, ammettevano di controllare lo smartphone durante conversazioni faccia a faccia con il proprio partner.
Quasi quattro persone su dieci.
Il “ti sto ascoltando” pronunciato mentre si guarda uno schermo, insomma, non sembra esattamente un animale raro.
I ricercatori hanno analizzato quattro elementi: esposizione al partner phubbing, autostima, solitudine romantica e benessere psicologico.
Il risultato principale è che una maggiore percezione di partner phubbing era associata a una minore autostima e a livelli più elevati di solitudine romantica.
Gli autori hanno poi utilizzato un modello statistico di mediazione seriale per studiare come queste variabili fossero collegate tra loro.
Nel modello finale, autostima e solitudine romantica mediavano completamente, in termini statistici, l’associazione tra partner phubbing e benessere psicologico. Il percorso diretto tra phubbing e benessere psicologico non risultava invece statisticamente significativo una volta considerate le variabili mediatrici.
Detto in maniera molto più comprensibile: i dati erano compatibili con una sequenza nella quale una maggiore esperienza di disattenzione digitale del partner si associa a valutazioni più negative di sé, quindi a maggiore percezione di distanza emotiva nella relazione e, infine, a un minore benessere psicologico.
Ma c’è una parola importantissima nella frase precedente: compatibili.
Lo studio non dimostra che sia lo smartphone a causare il problema
Questo è il punto sul quale è facilissimo trasformare uno studio interessante in un titolo che dice molto più dei dati.
La ricerca di Doğru e Türk Kurtça è trasversale: le variabili sono state rilevate attraverso questionari nello stesso periodo, senza seguire le persone nel tempo e senza manipolare sperimentalmente l’uso del telefono.
Gli stessi autori sono espliciti: il modello di mediazione rappresenta una spiegazione teorica dei rapporti tra le variabili, non un percorso causale dimostrato.
Non possiamo quindi concludere:
“Il partner guarda il telefono → la tua autostima crolla → ti senti solo → stai psicologicamente peggio.”
Potrebbero esistere relazioni nelle quali una maggiore distanza emotiva precede il phubbing. Una persona insoddisfatta potrebbe rifugiarsi più spesso nello smartphone. Oppure altri fattori non misurati potrebbero contribuire sia alle difficoltà relazionali sia all’uso del telefono.
Inoltre, il campione riguarda esclusivamente giovani adulti eterosessuali non sposati tra 18 e 35 anni, in larga parte legati al contesto universitario. Non possiamo estendere automaticamente questi risultati alle coppie sposate, alle persone più anziane o a tutte le configurazioni relazionali.
C’è però un elemento che rende lo studio particolarmente interessante.
Gli autori non hanno misurato semplicemente la “solitudine” in senso generale, ma la solitudine romantica: la percezione specifica di mancanza di vicinanza emotiva e intimità all’interno della relazione.
Ed è difficile trovare un’immagine più contemporanea.
Due persone sullo stesso divano.
Una parla.
L’altra annuisce mentre guarda uno schermo.
Tecnicamente non è sola nessuna delle due.
Eppure, statisticamente, è proprio lì che compare la solitudine.
Lo studio non ci autorizza a dire che mettere il telefono a faccia in giù salverà una relazione. Però ricorda qualcosa che gli smartphone hanno reso stranamente facile dimenticare: essere fisicamente presenti e prestare attenzione non sono necessariamente la stessa cosa.
Il telefono, del resto, ha compiuto un piccolo miracolo tecnologico.
Ci permette di parlare con una persona dall’altra parte del pianeta mentre ignoriamo perfettamente quella seduta davanti a noi.

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