La più antica parolaccia dell’italiano si trova in un dipinto di una chiesa

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La più antica parolaccia dell’italiano si trova in un dipinto di una chiesa

| 04/04/2021
La più antica parolaccia dell’italiano si trova in un dipinto di una chiesa
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Figli di buona donna: la più antica parolaccia dell’italiano… in una chiesa di Roma

  • Incredibile ma vero: la più antica parolaccia dell’italiano volgare si trova raffigurata all’interno di un affresco, in una chiesa
  • Si tratta della Basilica di San Clemente, a pochi passi dal Colosseo
  • La parolaccia è pronunciata dal pagano Sisinnio, durante il tentativo di arresto di Papa Clemente
  • L’uomo, infatti, voleva vendicarsi con il pontefice per aver convertito al Cristianesimo sua moglie
  • Un improvviso miracolo e l’incapacità dei suoi scagnozzi spinge Sisinnio ad apostrofarli in modo leggermente indelicato

 

Ci saremmo aspettati di trovarla scritta in un bagno pubblico dell’autogrill, e invece no. Per quanto possa sembrare assurdo, la più antica parolaccia dell’italiano volgare è inscritta nientepopodimeno che all’interno di una chiesa. Non certo una chiesa qualunque: si tratta della Basilica di San Clemente, nel cuore di Roma e a pochi passi dal Colosseo. L’epiteto poco simpatico si trova all’interno di un dipinto che raffigura un miracolo.

Le pareti della Basilica inferiore, infatti, sono ricoperte da numerosi affreschi risalenti a un periodo compreso tra il IX e il XII secolo. Uno, in particolare, può essere considerato come il primo affresco a fumetti della storia. Il dipinto, infatti, racconta la storia di Sisinnio, il prefetto di Roma. L’uomo era pagano, e voleva vendicarsi con Papa Clemente per aver convertito sua moglie Teodora al Cristianesimo.

Fili de le putetraite

Sisinnio aveva già tentato, senza alcun successo, di far arrestare il papa durante la celebrazione della messa. Nel corso dell’operazione, però, il prefetto era stato improvvisamente colpito da cecità. Il secondo tentativo dell’uomo, stando a quanto riporta l’affresco, non è andato meglio. Insieme ai suoi scagnozzi, infatti, Sisinnio cercò di acciuffare San Clemente, legandolo con una corda.

Grazie a un altro miracolo, tuttavia, il corpo del religioso si trasformò in una pesante colonna, impossibile da trascinare via. Da qui, la furibonda rabbia del prefetto, che non voleva darsi per vinto. La scena rappresentata nell’affresco, infatti, raffigura Sisinnio nell’atto di sgridare i suoi scagnozzi, incitandoli a tirare quello che poco prima era il corpo di San Clemente.

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Proprio in questa occasione compare la più antica parolaccia dell’italiano volgare, rappresentata all’interno della chiesa. Esasperato e furibondo, il prefetto apostrofa i suoi sgherri con toni non esattamente gentili: “Tirate, figli di puttana!“. Non c’è dubbio che la colorita espressione renda al meglio tutta la rabbia di Sisinnio. Certo è, comunque, che leggere alcuni termini sulle pareti di una Basilica sia decisamente bizzarro. E voi, che ne pensate? Andrete a vedere l’affresco con i vostri occhi?

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