Il ghosting fa stare male anche chi sparisce
- Uno studio ha analizzato il lato meno raccontato del ghosting: le emozioni di chi smette di rispondere
- Sophia Li, Coral Zheng e Juliana Schroeder hanno condotto tre studi su 1.146 partecipanti complessivi
- Chi veniva ghostato tendeva a sottovalutare quanto negativamente si sentisse la persona che non aveva risposto
- La distanza tra emozioni percepite e dichiarate risultava maggiore quando il ghosting era involontario
- Una risposta anche molto breve, invece del silenzio, contribuiva ad attenuare questa asimmetria emotiva
Il ghosting fa stare male anche chi sparisce. O, per essere scientificamente più precisi, chi viene ignorato tende a sottovalutare quanto negativamente si senta la persona che ha smesso di rispondere. È una differenza importante: lo studio non dice che il ghoster soffra più della persona lasciata davanti a WhatsApp come un archeologo intento a interpretare l’ultimo accesso. Dice qualcosa di più sottile, e forse proprio per questo più interessante.
A mostrarlo sono Sophia Li, Coral Zheng e Juliana Schroeder in una ricerca pubblicata online su Personality and Social Psychology Bulletin. La versione accettata e sottoposta a revisione tra pari è inoltre depositata nel repository dell’Università di Cambridge.
La ricerca arriva quindi a tre giorni dalla pubblicazione online e affronta il ghosting ribaltando per una volta la telecamera. La letteratura si è concentrata spesso sul dolore di chi viene abbandonato nel silenzio; Li, Zheng e Schroeder hanno invece chiesto se anche l’atto di ghostare possa essere emotivamente spiacevole e, soprattutto, se la persona ignorata riesca a rendersene conto.
Chi subisce ghosting tende a immaginare l’altra persona emotivamente più indifferente
Non siamo davanti alla classica ricerca costruita esclusivamente chiedendo a un gruppo di persone: «Immagina che qualcuno non ti risponda: come ti sentiresti?». Gli autori hanno utilizzato tre approcci differenti e 1.146 partecipanti complessivi: 195 persone hanno ricordato esperienze reali di ghosting, 601 hanno affrontato scenari ipotetici e 350 hanno partecipato a un’interazione dal vivo nella quale il ghosting veniva indotto sperimentalmente. La composizione dei tre studi e i rispettivi campioni sono riportati anche nell’abstract della versione accettata conservata dall’Università di Cambridge.
Proprio quest’ultimo elemento rende il lavoro particolarmente interessante. Una cosa è immaginarsi nei panni di qualcuno che guarda un messaggio e decide di non rispondere; un’altra è studiare il fenomeno mentre un’interazione sta realmente avvenendo. Non elimina ogni limite sperimentale — il laboratorio non diventa improvvisamente la vita solo perché qualcuno smette di risponderti — ma consente di andare oltre una semplice raccolta di opinioni.
Il risultato si è ripetuto nei tre studi: le persone ghostate sottostimavano quanto male si sentissero i loro interlocutori per non aver risposto. In altre parole, dal lato di chi aspetta una risposta il silenzio può sembrare accompagnato da una serenità olimpica: tu contempli il telefono chiedendoti cosa sia successo, mentre nella tua ricostruzione mentale l’altro sta probabilmente sorseggiando uno spritz senza ricordarsi nemmeno della tua esistenza. Gli esperimenti suggeriscono che questa rappresentazione può essere sbagliata.
L’asimmetria diventava inoltre più ampia quando il ghosting era involontario. Questo dettaglio conta parecchio, perché impedisce di trasformare il risultato in una favoletta consolatoria del tipo «se non ti risponde è perché in fondo soffre anche lui». Non è ciò che la ricerca dimostra. Il lavoro misura una discrepanza tra quanto male chi sparisce riferisce di sentirsi e quanto disagio la persona ignorata gli attribuisce.
Gli autori hanno individuato anche un comportamento capace di ridurre questa distanza: mandare una risposta minima invece di non rispondere affatto. Nell’abstract viene utilizzato come esempio un messaggio equivalente a «scusa, non posso parlare». Quando una persona inviava una breve risposta anziché sparire, la sottovalutazione del suo stato emotivo si attenuava. Lo stesso accadeva quando chi non rispondeva non interpretava il proprio comportamento come ghosting.
Il ghosting non diventa improvvisamente altruismo
Qui occorre mettere un freno prima che il risultato venga trasformato nel prevedibile carosello social: «La scienza dimostra che chi ti ghosta soffre più di te». No. Lo studio di Sophia Li, Coral Zheng e Juliana Schroeder non dimostra che chi sparisce soffra più di chi rimane senza risposta e non stabilisce neppure che il senso di colpa sia necessariamente la ragione per cui una persona decide di ghostare.
La conclusione sostenuta dai dati è molto più circoscritta: chi viene ghostato tende a sottovalutare le emozioni negative provate dall’altra persona per il fatto di non aver risposto. È quindi un’asimmetria nella percezione delle emozioni, non una gara olimpica del disagio con medaglia d’oro assegnata al ghoster.
La distinzione è importante anche perché il termine ghosting non indica genericamente qualsiasi risposta arrivata tardi. Una ricerca teorica pubblicata nel 2025 su Computers in Human Behavior, firmata da Janneke M. Schokkenbroek, Alessia Telari, Luca Pancani e Paolo Riva, ha proposto di definire il fenomeno come una forma di ostracismo attuata prevalentemente attraverso tecnologie digitali, caratterizzata dall’interruzione unilaterale, improvvisa o graduale, della comunicazione senza spiegazioni, finalizzata alla conclusione definitiva di una relazione significativa. Il lavoro è consultabile sulla piattaforma ScienceDirect di Elsevier.
Esiste inoltre un precedente interessante. Una versione antecedente del lavoro di Li e Zheng, pubblicata negli Academy of Management Proceedings nel giugno 2025, descriveva quattro studi per un totale di 2.169 partecipanti e anticipava la stessa direzione generale dei risultati: le persone ghostate sottovalutavano quanto negativamente si sentissero coloro che avevano smesso di rispondere. L’articolo appena pubblicato su Personality and Social Psychology Bulletin, invece, riporta tre studi e 1.146 partecipanti; sono dunque questi i numeri da riferire specificamente alla nuova pubblicazione del 31 agosto 2026.
La forza della nuova ricerca sta soprattutto nell’aver combinato ricordi di esperienze reali, scenari immaginati e ghosting indotto durante un’interazione dal vivo. Il disegno permette di ottenere evidenze più robuste rispetto a una singola indagine basata soltanto sulle intenzioni dichiarate, pur senza autorizzare conclusioni universali sulle motivazioni di chi sparisce o sull’intensità assoluta della sofferenza delle due parti.
Il punto, alla fine, è quasi beffardo nella sua semplicità. Il ghosting nasce dall’assenza di comunicazione e proprio quell’assenza impedisce anche di conoscere ciò che sta succedendo dall’altra parte dello schermo. Chi aspetta riempie il vuoto con le informazioni che possiede — cioè pochissime — e può finire per attribuire all’altro un’indifferenza maggiore di quella realmente dichiarata.
Questo non assolve chi sparisce e non trasforma il silenzio in una misteriosa dimostrazione d’affetto. Semmai suggerisce una soluzione molto meno cinematografica: anche una risposta brevissima può evitare parte dell’equivoco. Nessun monologo da film francese, nessuna seduta spiritica per evocare il messaggio perfetto. A volte basta rispondere.

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