Passeggi col cane, guardi il telefono e lui ha già fatto tutto: lo studio sulle distrazioni che non notiamo
- In 40 ore di osservazioni i ricercatori hanno registrato 11 episodi in cui il proprietario non si è accorto che il cane aveva defecato
- Telefono, cuffie, conversazioni e gestione di più cani potevano dividere l’attenzione durante la passeggiata
- Sono stati osservati anche cani entrare nella vegetazione, disturbare uccelli e avvicinarsi al bestiame
- Lo studio dell’University of Surrey ha coinvolto quattro aree del Surrey e un workshop con 15 professionisti legati a territorio e conservazione
- La ricerca è osservazionale: non dimostra che lo smartphone causi questi comportamenti né consente di generalizzarli a tutti i proprietari
Porti il cane a spasso, lui annusa, gira su se stesso, sceglie con l’accuratezza di un architetto il centimetro quadrato perfetto, si accovaccia e fa quello che deve fare. Tu, nel frattempo, sei al telefono. O hai le cuffie. O stai parlando con qualcuno. Risultato: il cane ha già concluso tutte le pratiche amministrative e tu non te ne sei nemmeno accorto.
Non è soltanto una scena da parco che chiunque abbia un cane può visualizzare senza grande sforzo di fantasia. Thomas Roberts e Haeyoung Eun dell’University of Surrey hanno studiato proprio cosa succede durante le passeggiate quando l’attenzione del proprietario viene divisa tra animale, telefono, cuffie, altre persone e ambiente circostante.
Il lavoro, intitolato Love Dogs, Love Nature: Rethinking Environmental Responsibility Through Everyday Dog-Walking Practices, è stato pubblicato online il 28 agosto 2026 sulla rivista Society & Natural Resources, con DOI 10.1080/08941920.2026.2724506, ed è stato ripreso l’8 settembre da Phys.org.
Il punto della ricerca non è costruire l’ennesimo processo allo smartphone, trattato ormai come il Satana tascabile responsabile di qualsiasi male contemporaneo, dalla cervicale alla fine della civiltà occidentale. Roberts ed Eun mostrano invece qualcosa di più concreto: alcuni problemi durante le passeggiate possono nascere da attenzione divisa, comportamenti quotidiani e infrastrutture poco adatte a come le persone si muovono davvero con i propri cani.
In sole 40 ore i ricercatori hanno visto 11 proprietari perdersi perfino il momento più difficile da non notare
Per studiare il fenomeno, Roberts ed Eun non si sono limitati a chiedere ai proprietari se fossero attenti durante le passeggiate. Sarebbe stato un po’ come domandare agli automobilisti se mettono sempre la freccia: certo, tutti impeccabili, poi basta imboccare una rotatoria per entrare in una puntata di Survivor.
I ricercatori hanno effettuato 40 ore di osservazioni sul campo in quattro aree del Surrey, nel Regno Unito, e hanno affiancato questa attività a un workshop con 15 agricoltori, gestori del territorio e professionisti della conservazione. Ed è proprio durante quelle 40 ore che emerge il dato più memorabile della ricerca: 11 episodi in cui il proprietario non si è accorto che il proprio cane aveva defecato.
Undici episodi in 40 ore non sono abbastanza per stabilire una legge universale, ma la scena resta notevole. Un cane che sta per fare i bisogni, del resto, non è esattamente un ninja. Annusa, rallenta, gira, cerca il punto giusto e assume una posizione che difficilmente lascia spazio a interpretazioni filosofiche. Non sta contemplando l’infinito: sta facendo la cacca.
Le osservazioni suggeriscono che telefono e cuffie potevano contribuire a spostare l’attenzione del proprietario, ma non erano le sole distrazioni. Anche una conversazione con altre persone poteva assorbire lo sguardo, mentre chi portava a passeggio più cani doveva dividere l’attenzione tra diversi animali contemporaneamente.
Lo studio, quindi, non dice che “lo smartphone fa dimenticare la cacca”. Sarebbe una conclusione molto più comoda, molto più virale e anche molto meno corretta. La ricerca è osservazionale e descrive ciò che gli autori hanno visto, senza dimostrare un rapporto di causa ed effetto tra una specifica distrazione e un determinato comportamento.
Il problema, inoltre, non riguardava soltanto le deiezioni lasciate a terra. Durante le osservazioni i ricercatori hanno visto anche cani non controllati entrare nella vegetazione, disturbare uccelli o avvicinarsi al bestiame. In ambienti naturali e agricoli, pochi secondi di disattenzione possono quindi avere conseguenze che vanno oltre il classico sacchetto dimenticato.
Allo stesso tempo, Roberts ed Eun non descrivono affatto una popolazione di proprietari composta da barbari in ciabatte pronti a devastare gli ecosistemi. Molte persone osservate si comportavano in modo responsabile, raccogliendo regolarmente le deiezioni del proprio cane; alcuni arrivavano perfino a raccogliere quelle lasciate dagli animali di altri proprietari.
È proprio questo contrasto a rendere interessante il lavoro. Non tutto può essere ridotto alla comoda distinzione tra “bravi” e “incivili”. Alcuni comportamenti problematici possono dipendere da persone generalmente responsabili che, in un determinato momento, stanno semplicemente guardando altrove.
Non sempre è il proprietario a essere un disastro
La parte forse meno ovvia dello studio riguarda infatti l’ambiente in cui avviene la passeggiata. Perché sì, il proprietario deve prestare attenzione al cane, ma anche l’organizzazione degli spazi può facilitare o complicare un comportamento corretto.
I ricercatori hanno osservato una concentrazione di rifiuti e deiezioni entro circa 50-100 metri dai parcheggi e lungo i sentieri più frequentati. La spiegazione proposta è estremamente poco misteriosa: molti cani fanno i bisogni poco dopo essere scesi dall’auto o aver iniziato la passeggiata.
È la classica legge non scritta del cane: puoi aver preparato lo zaino, controllato il meteo, scelto il percorso e pianificato una camminata di dodici chilometri, ma lui farà la cacca a quarantacinque secondi dal parcheggio. Naturalmente il cestino utile si troverà o tre metri dietro di te oppure a Mordor.
Secondo gli autori, proprio per questo i cestini dovrebbero essere collocati nei punti in cui servono davvero, seguendo i comportamenti osservati di persone e animali. Durante il workshop con i 15 partecipanti sono emerse anche altre possibili soluzioni: aree dedicate ai cani senza guinzaglio lontane dagli habitat più sensibili, interventi di gestione condivisa e cartelli brevi, chiari e sistemati nei punti in cui chi passeggia deve prendere una decisione concreta.
Anche la comunicazione sembra fare la differenza. I ricercatori hanno osservato che i cartelli stagionali dedicati agli uccelli che nidificano a terra, capaci di spiegare perché fosse necessario prestare maggiore attenzione, sembravano attirare più interesse rispetto ai generici obblighi di tenere il cane al guinzaglio.
Non è difficile capire il motivo. Un cartello che spiega “qui ci sono uccelli che nidificano a terra” racconta cosa stai rischiando di disturbare; un semplice “tenere il cane al guinzaglio” può trasformarsi dopo la cinquantesima lettura nello stesso rumore visivo del volantino del kebabbaro infilato sotto il tergicristallo.
Lo studio segnala però anche un altro dettaglio: l’effetto dei messaggi può diminuire quando diventano troppo familiari. In altre parole, puoi pure appendere il cartello più intelligente del mondo, ma se lo vedi ogni giorno per mesi finirà per fondersi con il paesaggio, insieme alla panchina, al lampione e a quel signore che alle 7.30 porta sempre fuori il bassotto in pigiama.
Secondo Roberts ed Eun, quindi, aggiungere nuove regole non basta necessariamente. Una gestione più efficace degli spazi dovrebbe tenere conto di come le persone passeggiano davvero, dove i cani tendono a fare i bisogni, in quali punti vengono lasciati liberi e dove l’attenzione dei proprietari tende a spostarsi.
Gli autori ricordano anche che portare il cane a passeggio ha numerosi aspetti positivi: significa attività fisica, socialità, benessere e contatto con la natura. Proprio perché si tratta di un’abitudine così comune e preziosa, però, vale la pena capire come ridurre gli effetti involontari su fauna, bestiame e territorio.
Resta fondamentale non trasformare gli 11 episodi osservati in 40 ore in una crociata contro chiunque abbia mai controllato un messaggio durante una passeggiata. Lo studio riguarda soltanto quattro località britanniche, il periodo osservato è limitato e il metodo non permette di stabilire causalità.
Gli 11 casi, quindi, non significano che “il telefono fa dimenticare la cacca”, né che il problema riguardi la maggioranza dei proprietari. Mostrano soltanto che, in situazioni reali, l’attenzione può essere assorbita abbastanza da far sfuggire persino un comportamento del cane piuttosto evidente.
E forse è proprio questa la parte più divertente e allo stesso tempo più utile della ricerca: non serve essere un proprietario deliberatamente irresponsabile per combinare una piccola cazzata. A volte basta fare quello che facciamo tutti continuamente: pensare di riuscire a prestare attenzione a cinque cose insieme. Il cane, nel frattempo, ne sta facendo una sola. E pure piuttosto riconoscibile.

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