Se scopri di piacere a qualcuno, il cervello cambia il modo in cui pensa a quella persona
- Uno studio della Columbia University mostra che il feedback romantico può modificare le rappresentazioni neurali che costruiamo di un potenziale partner
- La ricerca ha coinvolto 30 partecipanti tra 18 e 29 anni, tutti utilizzatori di dating app
- Durante una fMRI, i partecipanti hanno osservato i video-profilo di otto potenziali partner prima e dopo aver ricevuto un feedback sociale
- I cambiamenti neurali erano particolarmente marcati quando il feedback ricevuto contraddiceva l’impressione iniziale
- Lo studio non dimostra che sapere di piacere a qualcuno ci faccia innamorare: riguarda l’aggiornamento dell’interesse romantico e delle rappresentazioni neurali
C’è un momento, nelle dinamiche sentimentali, capace di trasformare una persona fino a cinque minuti prima perfettamente normale in un interessante oggetto di contemplazione: scoprire di piacerle. Il cervello, a quanto pare, potrebbe partecipare attivamente al siparietto. È la versione neuroscientifica di: “Ah, quindi gli piaccio… aspetta un attimo”.
Un nuovo studio della Columbia University suggerisce infatti che il feedback romantico ricevuto da un potenziale partner può modificare il modo in cui il cervello rappresenta quella persona. Non significa che basti scoprire di essere desiderati per innamorarsi seduta stante — sarebbe comodissimo, oltre che vagamente inquietante — ma che ciò che crediamo l’altro pensi di noi contribuisce a modellare come pensiamo a lui e quanto frequentemente torna nei nostri pensieri.
La ricerca, firmata da Benjamin M. Silver, Christopher Baldassano, Lila Davachi e Kevin N. Ochsner del Department of Psychology della Columbia University, è stata pubblicata su Social Cognitive and Affective Neuroscience, rivista di Oxford University Press. Il DOI è 10.1093/scan/nsag074.
Il feedback romantico cambia
Per capire cosa succede quando entra in scena quella meravigliosa complicazione chiamata «reciprocità», Silver e colleghi hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale, o fMRI. La documentazione metodologica collegata alla ricerca riporta un campione di 30 partecipanti tra i 18 e i 29 anni, tutti utilizzatori di dating app. Un numero decisamente contenuto, dettaglio fondamentale prima che qualcuno trasformi trenta cervelli dentro uno scanner nella nuova legge universale dell’amore.
Durante l’esperimento, i partecipanti osservavano i video-profilo di otto potenziali partner e indicavano quanto fossero interessati a ciascuno di loro. Successivamente ricevevano informazioni su ciò che, apparentemente, quelle stesse persone pensavano di loro.
In pratica, i ricercatori hanno portato dentro una macchina per la risonanza magnetica quel delicatissimo momento della vita in cui qualcuno ti sussurra: «Guarda che secondo me gli piaci». Solo con molti più macchinari e probabilmente meno possibilità di rispondere: «Ma sei sicuro sicuro?».
Il feedback sociale era manipolato sperimentalmente. Questo particolare è importante perché consente di osservare l’effetto del feedback sull’elaborazione neurale durante il compito, senza però autorizzare conclusioni del tipo «se scopre che ti piace, allora inizierai a piacerle». La vita sentimentale, purtroppo, non è ancora diventata così facilmente programmabile.
Gli autori si sono concentrati in particolare sulla mentalizing network, cioè la rete cerebrale coinvolta nei processi con cui proviamo a comprendere pensieri, intenzioni e stati mentali delle altre persone. La domanda, quindi, non era soltanto “quanto mi piace questa persona?”, ma anche qualcosa di molto più destabilizzante: “che cosa pensa questa persona di me?”.
Ed è qui che arriva il risultato più interessante.
Le rappresentazioni neurali associate ai potenziali partner cambiavano soprattutto quando il feedback ricevuto era incongruente con l’impressione iniziale. Tradotto dal neuroscientifico all’italiano da aperitivo: se eri convinto che una persona fosse poco interessata e poi scoprivi il contrario — o viceversa — il cervello sembrava avere più materiale da rielaborare.
L’articolo pubblicato sulla rivista scientifica descrive inoltre un ruolo particolare della giunzione temporo-parietale destra, o TPJ, e della corteccia prefrontale dorsomediale, o dmPFC, nella rappresentazione dell’interesse romantico nelle prime fasi dell’incontro. TPJ e precuneo mostravano invece cambiamenti più marcati quando il feedback ricevuto non coincideva con ciò che il partecipante si aspettava.
La questione, quindi, è un po’ più raffinata del semplice «mi piace perché io piaccio a lui». Il risultato suggerisce piuttosto che l’opinione che attribuiamo all’altra persona entra nel processo attraverso cui aggiorniamo mentalmente quella stessa persona.
Il cervello sociale, evidentemente, non lavora come una commissione imparziale. Tu hai già compilato la tua scheda mentale — simpatico, carino, interessante, forse un po’ troppo fissato con il padel — poi arriva la notizia che quella persona è interessata a te e qualcuno, metaforicamente, riapre il fascicolo.
Il lavoro non nasce peraltro dal nulla: una versione precedente della ricerca era stata resa disponibile come preprint e compare anche tra le pubblicazioni del Dynamic Perception and Memory Lab della Columbia University, diretto da Christopher Baldassano.
Non significa che ci innamoriamo perché piacciamo
C’è poi una seconda parte dell’esperimento che rende tutto ancora più curioso. I partecipanti sono stati osservati anche durante scansioni cerebrali a riposo, dopo aver visto i video. Lo scopo era capire se la rappresentazione di uno dei potenziali partner potesse riaffacciarsi spontaneamente nel cervello anche quando quella persona non era più davanti agli occhi.
Ed effettivamente qualcosa succedeva.
Nella TPJ, quando il feedback ricevuto era coerente con ciò che il partecipante aveva pensato inizialmente, la rappresentazione di quella persona tendeva a riattivarsi spontaneamente più spesso durante il riposo.
Detto senza costringere nessuno a conseguire una laurea in neuroscienze prima di arrivare alla fine dell’articolo: alcune persone sembravano continuare a «tornare in mente» anche dopo il compito, e la frequenza di questa riattivazione era collegata al tipo di feedback sociale ricevuto.
Gli autori interpretano l’insieme dei risultati come un’indicazione del ruolo dell’allineamento sociale: ciò che crediamo un’altra persona pensi di noi può contribuire non soltanto a modificare come la rappresentiamo mentalmente, ma anche quanto quella rappresentazione viene riattivata.
Una versione precedente del lavoro, con la relativa cronologia scientifica, è consultabile anche sulla pagina dedicata al preprint, utile per seguire il percorso della ricerca precedente alla pubblicazione definitiva. Qui, però, è necessario mettere un freno al romanticismo neuroscientifico.
Lo studio non dimostra che scoprire di piacere a qualcuno ci faccia automaticamente innamorare di lui. Non dimostra nemmeno che l’interesse romantico nella vita reale funzioni sempre secondo questo schema.
Il campione comprendeva soltanto 30 giovani adulti tra 18 e 29 anni, tutti utilizzatori di dating app. Inoltre, l’esperimento si svolgeva in una situazione molto controllata: video-profilo, feedback manipolato e partecipanti osservati attraverso fMRI.
La realtà, come prevedibile, è un po’ più maleducata. Ci sono la voce, gli odori, il linguaggio del corpo, le conversazioni, il contesto, le esperienze precedenti, il desiderio fisico, le aspettative e quella straordinaria capacità umana di distruggere un’attrazione promettente pronunciando la frase sbagliata nei primi dieci minuti.
Proprio perché il feedback era manipolato sperimentalmente, è possibile parlare di un effetto del feedback sull’elaborazione osservata durante il compito. Non è invece corretto estendere il risultato fino a sostenere che conoscere l’interesse dell’altro produca necessariamente attrazione nella vita quotidiana.
Ed è forse questa distinzione a rendere la ricerca più interessante, non meno.
Pensiamo spesso all’attrazione come a una specie di giudizio privato: vediamo qualcuno, lo conosciamo e decidiamo se ci piace. Nel frattempo, però, cerchiamo anche di interpretare i suoi segnali, capire come ci guarda e intuire se siamo ricambiati. Quando arriva un’informazione nuova – soprattutto se smentisce ciò che pensavamo – il cervello aggiorna il ritratto che aveva costruito.
Insomma, quel vecchio “Ah, quindi gli piaccio…” potrebbe davvero essere seguito da un piccolo ricalcolo mentale.
Non dall’innamoramento automatico. Non dalle farfalle nello stomaco per decreto della TPJ. Ma da un cambiamento nel modo in cui quella persona viene rappresentata e pensata, almeno nei 30 partecipanti osservati dalla Columbia University.

La redazione di commentimemorabili.it si impegna contro la divulgazione di fake news. La veridicità delle informazioni riportate su commentimemorabili.it viene preventivamente verificata tramite la consultazione di altre fonti.
Questo articolo è stato verificato con:
- https://sciety.org/articles/activity/10.31219/osf.io/3tc4m_v3
- https://www.dpmlab.org/pubs.html
- https://academic.oup.com/scan/advance-article/doi/10.1093/scan/nsag074/8785891
developed by Digitrend