Sempre più coppie condividono la posizione con il partner e il motivo non è la gelosia

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Sempre più coppie condividono la posizione con il partner e il motivo non è la gelosia

| 31/08/2026
@AI generated

Condividere la posizione con il partner non significa per forza controllarlo: spesso serve a sapere quando mettere su la pasta

  • Uno studio pubblicato il 22 aprile 2026 ha analizzato 203 adulti che già condividevano la propria posizione con almeno una persona
  • I partecipanti condividevano la posizione in media con 3,86 persone, mentre la mediana era di 2
  • Il 62,6% condivideva la posizione con il partner romantico, il tipo di relazione più frequente nel campione
  • Con partner e amici prevalevano soprattutto motivazioni pratiche, mentre con genitori, figli, fratelli e coinquilini emergeva più spesso la sicurezza
  • Il campione era autoselezionato e composto esclusivamente da persone che già utilizzavano il location sharing, quindi i risultati non indicano quanto questa pratica sia diffusa nella popolazione generale

 

Condividere la posizione con il partner può sembrare l’evoluzione tecnologica del vecchio interrogatorio: «Dove sei?», «Con chi sei?», «Perché sei ancora lì?». Mancano soltanto la lampada puntata in faccia e un detective stanco che fuma in un angolo. Nella vita quotidiana, però, il location sharing con il partner può avere una funzione assai meno inquietante: capire se ha finito di lavorare, coordinarsi senza mandarsi quattordici messaggi o, molto più concretamente, sapere quando mettere su l’acqua per la pasta.

È uno degli aspetti che emergono da Near, Far, Wherever You Are: With Whom and Why Do People Use Location Sharing in Relationships, studio pubblicato sul Journal of Social and Personal Relationships.

La ricerca è firmata da Brian G. Ogolsky, Matthew Rivas-Koehl, Evaline Y. Li, Ghada Kawas, Emily J. Charvat, Christopher R. Maniotes e Jennifer L. Hardesty. Gli autori risultano affiliati alla University of Illinois Urbana-Champaign, con Christopher R. Maniotes della Eastern Illinois University. La scheda ufficiale della University of Illinois Urbana-Champaign conferma titolo, autori, rivista e data di pubblicazione.

Il punto di partenza dello studio è semplice: le applicazioni per smartphone permettono ormai di condividere in tempo reale la propria posizione geografica con altre persone. Ma dietro quel puntino che si muove sulla mappa possono esserci motivazioni molto diverse. I ricercatori hanno quindi cercato di capire con chi le persone condividano la posizione, perché decidano di farlo e come cambino le motivazioni in base al tipo di relazione.

Lo studio su 203 adulti mostra che con partner e amici il location sharing serve soprattutto alla praticità, mentre in famiglia prevale la sicurezza

I ricercatori hanno coinvolto 203 adulti che già condividevano la propria posizione con almeno una persona. Questo dettaglio è fondamentale: lo studio non ha preso 203 persone a caso per scoprire quante utilizzassero il location sharing. Ha studiato specificamente individui che lo utilizzavano già.

Ai partecipanti è stato chiesto di verificare concretamente con quante persone condividessero la posizione. Gli studiosi hanno inoltre analizzato con un approccio qualitativo descrittivo le risposte aperte fornite dai partecipanti sulle ragioni della condivisione.

Il risultato restituisce una piccola geografia digitale delle relazioni contemporanee. Ogni partecipante condivideva la propria posizione con 3,86 persone in media, con una deviazione standard di 7,22 e una mediana di 2. Il partner romantico risultava la persona con cui la posizione veniva condivisa più frequentemente: il 62,6% dei partecipanti indicava infatti questa categoria.

Attenzione, però, alla tentazione del titolone «Il 62,6% delle persone controlla il partner». Sarebbe sbagliato due volte: innanzitutto perché il campione comprendeva soltanto utilizzatori del location sharing; inoltre perché conoscere la posizione del partner non equivale automaticamente a controllarlo.

Ed è proprio il “perché” a rendere interessante la ricerca.

Brian G. Ogolsky e colleghi hanno individuato quattro categorie principali di motivazioni: processi relazionali, cioè l’uso della condivisione per mantenere, sostenere o gestire una relazione; motivazioni casuali, come indifferenza, passività o intrattenimento; praticità, quindi efficienza e gestione delle attività; sicurezza, intesa anche come tranquillità personale.

Le ragioni cambiavano in base alla persona dall’altra parte della mappa.

Con partner romantici e amici, la praticità era la motivazione più frequente. Con madri, padri, figli, coinquilini e fratelli, invece, prevalevano le ragioni legate alla sicurezza.

In altre parole, il gesto è sempre quello — aprire un’app e guardare dove si trova qualcuno — ma il significato può cambiare parecchio.

Con un figlio può voler dire: «Voglio sapere che sia arrivato sano e salvo». Con un partner può diventare: «Vediamo se è uscito dall’ufficio così comincio a preparare la cena». Una funzione che sulla carta sembra progettata per Jason Bourne finisce così per risolvere problemi della portata di un soffritto.

La University of Illinois Urbana-Champaign ha spiegato in un approfondimento dedicato allo studio e al modo in cui le app di localizzazione stanno cambiando la comunicazione che uno degli aspetti centrali riguarda proprio la semplificazione delle piccole attività quotidiane nelle relazioni. Ogolsky osserva che il location sharing può permettere di ottenere determinate informazioni senza interrompere continuamente l’altra persona con messaggi o telefonate.

Pensiamoci: prima serviva la sequenza rituale «A che ora esci?», «Non lo so», «Più o meno?», «Tra poco», «Quanto è “tra poco”?». Oggi si apre la mappa e si scopre che “sto arrivando” significa, come sospettavamo da anni, “sono ancora dall’altra parte della città”.

Naturalmente non tutte le motivazioni riportate dai partecipanti erano puramente organizzative. Alcune persone descrivevano atteggiamenti riconducibili all’idea di non avere nulla da nascondere, mentre una minoranza riferiva forme di pressione da parte del partner.

Questo passaggio è importante perché impedisce di trasformare la ricerca in un’assoluzione generale del tracciamento nelle coppie. Condividere volontariamente la propria posizione per coordinarsi non è la stessa cosa che sentirsi obbligati a farlo per evitare sospetti, accuse o conflitti.

La stessa University of Illinois sottolinea infatti che la tecnologia pone questioni di privacy e può essere utilizzata impropriamente anche all’interno di relazioni abusive.

Il location sharing, quindi, non possiede automaticamente un significato positivo o negativo. La stessa informazione — «so dove sei» — può significare cura, comodità, sicurezza, abitudine oppure controllo a seconda del contesto e delle dinamiche della relazione.

Il limite dello studio: i risultati non dimostrano che tutte le coppie vogliano condividere la posizione né che questa pratica sia sempre innocua

C’è un confine metodologico che conviene tracciare con il pennarello indelebile prima che qualche percentuale cominci a viaggiare da sola sui social.

Lo studio non dimostra che il 62,6% di tutte le persone o di tutte le coppie condivida la propria posizione con il partner. Quel 62,6% riguarda esclusivamente i 203 partecipanti selezionati per una ricerca nella quale il requisito di partenza era già condividere la posizione con almeno qualcuno.

Il campione era inoltre autoselezionato e prevalentemente bianco, eterosessuale e istruito. Queste caratteristiche impongono cautela nel generalizzare i risultati a popolazioni con composizione demografica, culturale e socioeconomica differente.

Lo studio pubblicato il 22 aprile 2026 non stabilisce nemmeno che il location sharing con il partner migliori una relazione, aumenti la fiducia o renda una coppia più stabile. Non era questo ciò che i ricercatori stavano testando.

Il risultato è più preciso: nel campione di 203 adulti che già condividevano la posizione, le motivazioni dichiarate cambiavano in base al tipo di relazione. Con partner e amici emergeva soprattutto la praticità; con madri, padri, figli, coinquilini e fratelli prevaleva invece la sicurezza.

Gli stessi autori descrivono la ricerca come un primo passo per comprendere meglio le dinamiche relazionali associate alla condivisione della posizione. Non è quindi un referendum sul fatto che sia giusto o sbagliato sapere dove si trovi il proprio compagno alle 18:42.

Resta però un’immagine piuttosto perfetta dei nostri tempi.

Abbiamo in tasca dispositivi collegati a satelliti capaci di stabilire dove si trovi una persona praticamente in tempo reale. Una tecnologia che, raccontata a qualcuno cinquant’anni fa, avrebbe evocato servizi segreti, fantascienza distopica e governi totalitari.

Noi la apriamo e pensiamo: «Ah, è quasi a casa».

E mettiamo su la pasta.

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