Anche i chatbot sbagliano: solo il 38% delle risposte è corretto

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Anche i chatbot sbagliano: solo il 38% delle risposte è corretto

| 13/08/2026
Fonte: Pexels

Promossi in grammatica ma rimandati in filosofia: i software generativi creano fake news culturali scritte benissimo

  • Una ricerca condotta dalla community culturale Libreriamo rivela che nell’ambito umanistico solo il 38% delle risposte fornite dalle intelligenze artificiali generatrici risulta corretto e verificabile
  • I dati mostrano che il 18% delle risposte dei chatbot contiene errori grossolani e plateali, mentre ben il 44% è composto da testi del tutto inventati ma scritti in modo ingannevolmente plausibile
  • I software dimostrano un’eccellente competenza formale raggiungendo il 90% di accuratezza nella grammatica italiana, ma falliscono sui contenuti scendendo al 13% di risposte esatte per la filosofia
  • I sistemi tendono a operare una forte semplificazione enciclopedica riducendo la complessità di autori celebri come Shakespeare, Seneca o Nietzsche a banali aforismi motivazionali da tastiera
  • Gli esperti consigliano di sfruttare i programmi per impostare schemi e raccogliere spunti iniziali di studio, raccomandando però la verifica costante e sistematica delle fonti per non assimilare notizie false

 

Chiedere a un’intelligenza artificiale di riassumere il pensiero di Friedrich Nietzsche o di recuperare i versi più celebri di Giacomo Leopardi può rivelarsi un’esperienza decisamente ingannevole. Il software restituirà quasi certamente un testo impeccabile dal punto di vista stilistico, caratterizzato da una prosa fluida, elegante e apparentemente autorevole. Peccato che, in più della metà dei casi analizzati, quella profonda riflessione o quel passaggio lirico siano in realtà il frutto di un’allucinazione tecnologica, generata combinando parole a caso ma con estrema coerenza formale.

A svelare questo cortocircuito cognitivo delle macchine è un’indagine condotta da Libreriamo, una nota community digitale legata al mondo della cultura. Come riportato dal portale Skuola.net, lo studio ha preso in esame circa 1.500 conversazioni reali avvenute tra gli utenti del web e i più celebri sistemi di IA generativa. Il responso finale traccia un quadro piuttosto critico per il comparto umanistico: appena il 38% delle risposte fornite sui temi culturali è esatto e riscontrabile nelle fonti bibliografiche reali.

Il paradosso formale tra la grammatica perfetta e i filosofi ridotti a influencer

Il restante pacchetto di dati si divide tra un 18% di strafalcioni storici evidenti e un ben più insidioso 44% di risposte definite plausibili. Si tratta di contenuti inventati di sana pianta che però imitano alla perfezione lo stile dell’autore richiesto, inducendo in errore gli studenti che usano questi strumenti informatici. I chatbot dimostrano una padronanza eccezionale delle strutture linguistiche, sfiorando il 90% di precisione ortografica e grammaticale, ma crollano verticalmente non appena si abbandona la forma per entrare nel merito dei contenuti concettuali.

I dati percentuali scendono a livelli minimi proprio nei settori che richiedono maggiore accuratezza e studio. Le massime filosofiche registrano appena il 13% di risposte corrette, lasciando spazio a un 65% di citazioni del tutto inventate ma verosimili, mentre le citazioni d’autore esatte si fermano al 15%. Nel campo della poesia e della letteratura generale, i testi storicamente verificati oscillano faticosamente tra il 30% e il 35%, confermando la tendenza della macchina a tirare a indovinare e a plasmare il contenuto sulle aspettative dell’interlocutore.

Lo stereotipo dei soliti dieci autori e le regole per non farsi ingannare

Questo meccanismo di calcolo probabilistico produce una vistosa banalizzazione del sapere, che tende a uniformare i grandi pensatori del passato. L’analisi evidenzia come i software propongano in loop una rosa ristretta di dieci autori celebri, tra cui spiccano sistematicamente Seneca, Socrate, Platone, Shakespeare e lo stesso Nietzsche. Il pensiero originale di questi giganti della cultura viene così ridotto a uno stereotipo piatto, trasformando i loro testi in una collezione di frasi motivazionali da bacheca social, prive del loro reale contesto storico.

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Il pericolo reale di questa transizione tecnologica non risiede nello strumento in sé, quanto nella sua straordinaria capacità di confezionare menzogne scritte ad arte. L’intelligenza artificiale rimane un supporto utilissimo per organizzare il lavoro, strutturare schemi o trovare spunti, ma non può in alcun modo sostituirsi ai libri e all’apprendimento tradizionale. Per evitare di costruire una preparazione scolastica basata sulle fake news, la ricerca suggerisce di abbandonare la pigrizia intellettuale, verificando sempre ogni singola fonte cartacea.

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