Esperienze extracorporee: il test principale fallisce, ma ciò che raccontano due partecipanti resta difficile da ignorare

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Esperienze extracorporee: il test principale fallisce, ma ciò che raccontano due partecipanti resta difficile da ignorare

| 11/09/2026
@AI generated

Esperienze extracorporee, il test fallisce: poi due partecipanti descrivono cosa accade dietro una porta chiusa

  • Uno studio pubblicato su EXPLORE ha testato 21 persone abituate a tentare esperienze extracorporee
  • Il compito principale consisteva nel descrivere un’immagine casuale mostrata in una stanza separata e inaccessibile
  • Le 13 descrizioni utilizzabili non hanno identificato i bersagli con risultati statisticamente superiori al caso
  • Due partecipanti hanno però descritto spontaneamente posizione e attività dei ricercatori presenti in una stanza adiacente
  • Gli autori precisano che queste osservazioni non erano un risultato prestabilito e non costituiscono una prova delle esperienze extracorporee

 

C’è un modo molto semplice per trasformare uno studio scientifico sulle esperienze extracorporee in una storia sul paranormale: ignorare il risultato principale. Che, in questo caso, è decisamente meno cinematografico di quanto suggerisca la parola out-of-body: il test non ha funzionato.

Poi, però, è successo qualcosa di abbastanza insolito da convincere gli stessi ricercatori a parlarne.

Uno studio pubblicato sulla rivista EXPLORE, disponibile online dal 12 agosto 2026, ha sottoposto 21 persone a un esperimento progettato per verificare se, durante un tentativo di esperienza extracorporea, fosse possibile ottenere informazioni corrette su un bersaglio visivo impossibile da osservare normalmente. Il lavoro è firmato da Marina Weiler, Damon Abraham, David J.P. Acunzo e Niffe Hermansson.

La risposta fornita dall’esperimento pianificato è stata negativa: nessuna evidenza statisticamente significativa che i partecipanti riuscissero a identificare i bersagli meglio del caso. Poi due persone hanno raccontato qualcosa che il protocollo non aveva chiesto loro di cercare: cosa stavano facendo i ricercatori dietro una porta chiusa.

Ed è proprio qui che bisogna evitare di prendere la rincorsa e tuffarsi nel paranormale con la grazia scientifica di Giucas Casella.

Come funzionava il test sulle esperienze extracorporee

I ricercatori hanno inizialmente selezionato persone legate all’International Institute of Projectiology and Conscientiology (IIPC) in Brasile, un istituto i cui programmi comprendono tecniche di meditazione, visualizzazione e pratiche finalizzate anche a facilitare esperienze extracorporee. La pubblicazione indica che 21 persone hanno partecipato al test.

Il meccanismo sperimentale cercava di tradurre una domanda enorme — la coscienza può percepire qualcosa che il corpo non può vedere? — in un compito decisamente più terra terra.

In un’altra stanza, separata e inaccessibile, veniva mostrato su uno schermo un bersaglio visivo scelto casualmente da un database standardizzato. Il target non era noto né ai partecipanti né ai ricercatori che interagivano con loro. Ai volontari veniva chiesto di tentare un’esperienza extracorporea e successivamente descrivere ciò che avevano percepito.

Secondo la versione attualmente indicizzata dello studio, 10 partecipanti su 21 hanno riferito di aver avuto un’esperienza extracorporea. In totale, 13 persone hanno comunque fornito descrizioni del bersaglio sufficienti per essere analizzate; il comunicato diffuso da UVA Health precisa che tra queste figuravano anche persone che non riferivano di essere “uscite dal corpo”, ma sostenevano di avere visualizzato immagini attraverso una sorta di “schermo mentale”.

A questo punto serviva un sistema per stabilire se una descrizione assomigliasse davvero all’immagine corretta, anziché affidarsi alla tentazione umanissima di trovare corrispondenze ovunque — la stessa che ci permette di riconoscere un drago in una nuvola e il profilo di Padre Pio in una fetta biscottata.

Gli autori hanno trasformato le descrizioni dei partecipanti e quelle dei target in rappresentazioni numeriche ad alta dimensionalità tramite un modello linguistico preaddestrato. Per ogni prova hanno quindi calcolato la similarità tra la descrizione del partecipante e 100 possibili bersagli, confrontando il target corretto con i bersagli-esca attraverso una misura basata sul rango; sono stati inoltre calcolati degli z-score come analisi secondaria descrittiva.

Ed eccoci al risultato che deve rimanere al centro della storia: nessuna delle 13 prove analizzate ha mostrato una corrispondenza statisticamente significativa superiore al caso. Anche il test combinato sulle 13 prove non ha prodotto evidenze di una prestazione sopra il livello casuale.

Tradotto dal linguaggio statistico: nell’esperimento progettato per verificare se queste persone riuscissero a ottenere informazioni sul bersaglio nascosto, non è emersa una capacità dimostrabile di farlo.

Non significa necessariamente dimostrare che qualsiasi esperienza extracorporea sia “falsa”: significa una cosa molto più precisa, e scientificamente molto meno spettacolare. Questo esperimento non ha trovato evidenze che le descrizioni dei partecipanti corrispondessero ai target nascosti meglio di quanto previsto dal caso.

La sorpresa dietro la porta

La parte curiosa dello studio comincia proprio quando il test principale ha già dato il suo verdetto negativo.

Durante le interviste successive alle sessioni, due partecipanti hanno spontaneamente riferito informazioni sulla posizione e sulle attività dei ricercatori presenti in una stanza adiacente. Non era quello che avrebbero dovuto descrivere: il bersaglio previsto dall’esperimento era l’immagine sullo schermo.

Secondo il resoconto diffuso da UVA Health, un partecipante disse che nella stanza vicina un ricercatore si trovava sulla sinistra e guardava lo schermo di un computer portatile, mentre un altro era più indietro e leggeva un libro. Un secondo partecipante riferì invece che un ricercatore era seduto sulla destra e prendeva appunti, mentre un altro si trovava sulla sinistra davanti al computer. I registri dell’esperimento, secondo gli organizzatori, confermavano che le descrizioni corrispondevano alla disposizione e alle attività dei ricercatori durante quelle sessioni.

Ed eccoci al bivio in cui Internet normalmente imbocca la strada con il cartello “LA SCIENZA NON SA SPIEGARLO!!!1!”.

Gli autori, fortunatamente, hanno preso l’altra.

Quelle descrizioni non facevano parte delle misure di risultato prestabilite dell’esperimento. Non erano il target che i partecipanti dovevano identificare e non erano state impostate in anticipo come test statistico. Per questo motivo gli stessi ricercatori sottolineano che non possono essere considerate una prova dell’esistenza delle esperienze extracorporee o di una percezione extrasensoriale.

Marina Weiler, della Division of Perceptual Studies della University of Virginia School of Medicine, considera piuttosto l’episodio uno spunto metodologico per progettare nuovi esperimenti. La ricercatrice ha spiegato che questi risultati inattesi dovranno essere verificati in modo prospettico e in condizioni rigorose prima di poterne stabilire il significato.

Una possibilità avanzata dagli autori riguarda proprio la natura dei bersagli. Le fotografie statiche utilizzate nei test potrebbero non rappresentare il modo migliore per studiare ciò che le persone raccontano di percepire durante un’OBE. In futuro, per esempio, i ricercatori potrebbero introdurre nell’ambiente reale elementi distintivi e prestabiliti, come un particolare capo d’abbigliamento indossato da uno sperimentatore dietro una porta chiusa, verificando poi sistematicamente se venga descritto senza essere stato visto attraverso i sensi ordinari.

Lo studio presenta comunque limiti importanti. Il campione comprendeva appena 21 partecipanti e soltanto 13 descrizioni sono entrate nell’analisi del target. Inoltre, i volontari provenivano da un contesto specificamente dedicato al training delle esperienze extracorporee. Soprattutto, le due osservazioni più sorprendenti sono emerse dopo il test previsto e fuori dall’endpoint sperimentale prestabilito. Senza una verifica prospettica e una replica indipendente, quindi, rimangono osservazioni esplorative interessanti, non dimostrazioni.

Il lavoro, identificato dal DOI 10.1016/j.explore.2026.103506, è stato pubblicato online il 12 agosto 2026 su EXPLORE ed è indicizzato anche su PubMed. Il recente rilancio della University of Virginia ha riportato lo studio all’attenzione pubblica a settembre.

La conclusione, insomma, è meno paranormale ma forse più interessante: l’esperimento sulle esperienze extracorporee è fallito proprio nel compito costruito per verificarle. Due partecipanti hanno poi fornito descrizioni corrette di dettagli ambientali che non erano stati scelti come target. Non sappiamo perché sia successo e i dati disponibili non permettono di trasformare l’episodio in una prova.

La scienza, quando funziona, ha questo vizio irritante: davanti a una storia bellissima preferisce una domanda nuova a una risposta inventata.

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