Sentire una presenza, avere una visione o vivere qualcosa di inspiegabile può lasciare effetti positivi: lo studio
- Uno studio brasiliano ha analizzato le esperienze non ordinarie raccontate da 5.117 adulti
- Tra gli episodi studiati ci sono presenze percepite, visioni, déjà-vu, esperienze extracorporee ed emozioni improvvise molto intense
- Il 51% dei partecipanti ha attribuito all’esperienza effetti positivi sulla propria vita nel lungo periodo
- Il 20% ha vissuto inizialmente un impatto negativo e il 25% ha riferito sofferenza o disagio
- Nella maggior parte dei casi le persone erano sveglie e vigili, mentre droga, alcol o malattia risultavano poco frequenti
Sentire improvvisamente una presenza nella stanza quando apparentemente non c’è nessuno. Avere una visione. Provare la sensazione di osservare il proprio corpo dall’esterno oppure essere travolti da una quantità di amore, stupore o compassione che sembra essersi presentata senza bussare. Esperienze del genere possono fare paura, soprattutto se il nostro cervello decide di proporcele alle tre di notte, momento già poco indicato per discutere serenamente di metafisica.
Eppure, per molte persone, questi episodi possono essere ricordati nel tempo come qualcosa di positivo e persino significativo.
È quanto emerge da uno studio pubblicato su PLOS One, condotto da Pedro Fortes, Ronald Fischer e altri ricercatori della Cognitive Neuroscience and Neuroinformatics Unit dell’Institute D’Or for Research and Education di São Paulo, in Brasile. Il gruppo ha studiato quelle che vengono definite esperienze non ordinarie, cioè eventi che una persona considera nettamente diversi dalla propria esperienza quotidiana.
Il termine è volutamente largo. Dentro ci finiscono fenomeni molto diversi tra loro: déjà-vu, sensazioni di presenza, voci e suoni senza una fonte evidente, visioni, esperienze di pre-morte, coincidenze vissute come particolarmente significative, sensazioni extracorporee, improvvisi momenti di profonda comprensione e stati emotivi eccezionalmente intensi.
Insomma, una discreta riunione condominiale dell’inspiegabile.
Lo studio su oltre 5.000 persone ha separato ciò che viene vissuto dall’interpretazione religiosa, paranormale o clinica data dopo
La parte interessante della ricerca sta anche nel modo in cui gli studiosi hanno deciso di fare le domande. Invece di partire dal presupposto che chi sente una presenza abbia incontrato un fantasma, abbia avuto un’esperienza religiosa oppure presenti necessariamente un sintomo clinico, il gruppo ha cercato di separare l’esperienza dall’interpretazione che la persona le attribuisce.
Per farlo è stato utilizzato e ampliato l’Inventory of Nonordinary Experiences, uno strumento che comprende 38 tipi di esperienze. In una prima fase, 160 adulti brasiliani hanno contribuito alla validazione delle domande. Nella seconda parte dello studio sono state raccolte le risposte di 5.117 persone attraverso un panel online.
Il campione rispecchiava abbastanza bene la popolazione brasiliana per età, genere e area geografica, mentre le persone con un livello d’istruzione elevato erano sovrarappresentate. Un dettaglio da tenere presente prima di prendere il Brasile, impacchettarlo e usarlo come campione dell’intera umanità.
I dati e gli script dell’analisi sono stati inoltre resi pubblici su OSF.
Tra chi ha descritto una delle esperienze esaminate, il 56,6% riferiva di essere sveglio e vigile nel momento in cui si era verificata. Il 18,24% stava dormendo e sognando, mentre il 10,69% si trovava nella fase dell’addormentamento, del risveglio oppure era particolarmente esausto.
L’uso di sostanze riguardava appena il 3,06% delle risposte, mentre una condizione fisica o mentale era segnalata nel 2,92% dei casi.
Anche la durata tendeva a essere piuttosto breve: mediamente il 63,1% degli episodi durava da pochi istanti a pochi minuti e il 27,3% veniva descritto come praticamente istantaneo. Per molti partecipanti, inoltre, non si trattava di un appuntamento settimanale con l’aldilà: il 30,34% aveva vissuto quell’esperienza una volta sola e il 37,96% due o tre volte.
Quanto alla spiegazione, non tutti hanno convocato immediatamente spiriti, divinità e universi paralleli. Alla domanda su chi o cosa avesse causato l’evento, la risposta più frequente, scelta in media dal 32,73%, era semplicemente che nessun soggetto ne fosse responsabile.
Quasi la metà, il 48,08%, considerava però la propria esperienza religiosa o spirituale; il 30,77% non la interpretava in questo modo e il restante 21,15% non sapeva bene dove metterla. Posizione forse più che comprensibile quando il cervello ti consegna un evento per il quale il normale archivio mentale non contiene ancora una cartellina.
Per il 51% l’esperienza ha avuto effetti positivi nel tempo, anche se per una persona su quattro ha provocato sofferenza o disagio
Ed eccoci al dato più curioso. Nell’immediato, circa il 20% dei partecipanti ha riferito un impatto negativo e il 25% ha dichiarato di aver provato una qualche forma di sofferenza o disagio.
A distanza di tempo, però, la valutazione cambiava parecchio: il 51% considerava l’esperienza complessivamente positiva per la propria vita. Gli autori interpretano questo risultato come un possibile segnale della capacità delle persone di integrare eventi insoliti e attribuire loro un significato personale, anche quando sul momento risultano destabilizzanti.
Ronald Fischer, che all’Institute D’Or studia il rapporto tra cultura, cognizione e comportamento, ha sottolineato che esperienze come percepire una presenza, avere una visione o sentirsi fuori dal proprio corpo compaiono nella popolazione generale molto più spesso di quanto suggerirebbero i soli dati provenienti dalle diagnosi cliniche.
Questo, naturalmente, non significa che vedere fantasmi faccia bene alla salute, né che ogni voce, visione o esperienza percettiva insolita debba essere accolta con entusiasmo e magari invitata a cena.
Lo studio è descrittivo e si basa sui ricordi e sulle valutazioni fornite dai partecipanti. Ogni persona ha inoltre raccontato una sola esperienza, le risposte erano prevalentemente strutturate e la ricerca è stata condotta esclusivamente in Brasile, un contesto culturale caratterizzato dalla convivenza di tradizioni cattoliche, evangeliche, spiritiste e afro-brasiliane. Gli stessi autori invitano quindi alla prudenza nell’estendere i risultati ad altri Paesi.
C’è poi una distinzione molto semplice: se esperienze del genere diventano frequenti, provocano forte sofferenza oppure interferiscono con la vita quotidiana, i ricercatori stessi raccomandano di rivolgersi a un professionista.
Per tutti gli altri rimane una conclusione parecchio affascinante: un’esperienza difficile da spiegare può spaventarci mentre accade e acquistare un significato completamente diverso quando la riguardiamo da lontano. Il cervello, del resto, ha già abbastanza misteri senza bisogno di stabilire se quello nell’angolo della stanza fosse davvero zia Concetta.

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Questo articolo è stato verificato con:
- https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0353126
- https://osf.io/3fbx4/overview
- https://en.idor.org/post_scientists/ronald-fischer-phd/
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