Grazie Garfield! I gatti in sovrappeso potrebbero aiutare la ricerca sull’obesità umana

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Grazie Garfield! I gatti in sovrappeso potrebbero aiutare la ricerca sull’obesità umana

| 24/09/2026
@AI generated

I gatti in sovrappeso potrebbero insegnarci qualcosa sull’obesità umana

  • Lo studio ha seguito sette gatti in sovrappeso o obesi per 16 settimane
  • Durante la dieta è cambiata la composizione dei batteri intestinali
  • Nelle feci è aumentato l’acido propionico, insieme alla presenza di Prevotella 9 copri
  • Tornando al cibo iniziale, i livelli di acido propionico sono diminuiti
  • Le somiglianze con alcuni risultati osservati nell’uomo aprono una pista di ricerca, non una cura già pronta

 

Sette gatti in sovrappeso sono stati messi a dieta. Avevano il cibo misurato, i pasti controllati e qualcuno che raccoglieva regolarmente le loro feci: se fossero stati informati di tutti i dettagli, probabilmente avrebbero chiesto di parlare con un avvocato. Nel frattempo, i ricercatori dell’Ohio State University hanno scoperto che, mentre gli animali perdevano peso, cambiavano anche i batteri del loro intestino. Nelle feci aumentava soprattutto l’acido propionico, una sostanza che interessa anche gli studi sull’obesità umana. La ricerca è stata pubblicata nel 2024 su Scientific Reports.

L’idea è studiare se i gatti possano aiutare a comprendere meglio il rapporto tra alimentazione, microbiota e peso corporeo anche nelle persone. Del resto condividono le nostre case, le nostre abitudini e, in certi casi, riescono a ottenere un secondo pasto convincendo due esseri umani diversi di non aver ricevuto il primo. Il paragone con noi, almeno sul rapporto con il cibo, parte da una convivenza molto concreta.

Una dieta di 16 settimane, con il gatto che avrebbe sicuramente preferito votare contro

I protagonisti dello studio erano sette gatti di quattro anni, tutti in sovrappeso o obesi. Nelle prime due settimane potevano mangiare liberamente il loro cibo abituale. Poi è arrivato un alimento formulato per la perdita di peso, prima lasciato a disposizione per una settimana e successivamente servito in porzioni controllate per undici settimane. I ricercatori regolavano le quantità per ottenere un calo di circa l’1–2% del peso corporeo a settimana. Nelle ultime due settimane i gatti sono tornati alla dieta iniziale.

A ogni fase, il gruppo ha analizzato campioni di feci per osservare i batteri intestinali e le sostanze presenti. Durante il dimagrimento il microbiota è cambiato ed è aumentata la quantità di acido propionico misurata nelle feci. È cresciuta anche la presenza di Prevotella 9 copri, un batterio associato all’aumento di quella sostanza. Al ritorno alla dieta iniziale, l’acido propionico è diminuito. Il menù, insomma, sembrava avere voce in capitolo anche parecchio dopo essere stato tolto dalla ciotola.

I ricercatori non hanno dimostrato che Prevotella 9 copri producesse direttamente l’acido propionico, né che fosse il cambiamento dei batteri a far perdere peso ai gatti. Hanno osservato fenomeni che si verificavano insieme durante la dieta. Sembra una distinzione pignola finché qualcuno non prova a venderti un barattolo di “batteri dimagranti” con sopra la foto di un micio.

Perché sette gatti interessano anche chi studia l’obesità umana

L’acido propionico fa parte degli acidi grassi a catena corta, sostanze coinvolte nelle interazioni tra i microbi intestinali e l’organismo. Prevotella 9 copri compare anche in ricerche sull’uomo che lo hanno collegato alla perdita di peso e a un migliore controllo della glicemia. Queste somiglianze rendono i gatti interessanti per gli studi successivi. La speranza dei ricercatori è capire se intervenire sul microbiota possa un giorno essere utile contro l’obesità, negli animali o nelle persone. I sette gatti, per ora, hanno fornito indizi; il Nobel possono lasciarlo sul mobile, accanto agli oggetti che butterebbero giù.

Jenessa Winston, tra le autrici dello studio, sta seguendo anche sperimentazioni sui trapianti di microbiota fecale da cani e gatti magri ad animali in sovrappeso. L’Ohio State University descrive queste ricerche come un modo per esplorare possibili terapie future. Lo studio sui sette gatti non ha testato trapianti e non ha sperimentato trattamenti sull’uomo.

Sette animali, inoltre, sono pochi per capire se gli stessi cambiamenti si verifichino nella popolazione felina in generale. Durante l’esperimento sono cambiati sia il tipo di alimento sia le calorie consumate, quindi non si può attribuire ogni variazione del microbiota a un unico fattore. Le analisi hanno misurato ciò che era presente nelle feci; non hanno verificato se quei cambiamenti abbiano migliorato direttamente la salute metabolica dei gatti. Il metodo completo è riportato nello studio. Terminato l’esperimento, tutti e sette i gatti sono stati adottati. Hanno lasciato ai ricercatori i campioni e si sono ripresi almeno il diritto di giudicare la cena in privato.

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