Non solo per studiare: oltre uno studente su cinque usava i chatbot AI anche per “compagnia”
- Lo studio ha coinvolto 2.507 studenti di medicina sudanesi tra novembre 2025 e marzo 2026
- Il 41,9% dichiarava di usare chatbot conversazionali ogni giorno
- Il 22,2% riferiva di usarli anche per compagnia e il 23,1% per affrontare stress o solitudine
- Gli studenti con maggiore disagio psicologico riportavano più spesso connessione emotiva e benefici soggettivi dall’AI, ma le correlazioni erano deboli
- Lo studio è trasversale e non dimostra che i chatbot migliorino o peggiorino la salute mentale
Il dato più interessante non è che gli studenti di medicina usassero i chatbot AI per studiare. Quello, ormai, sorprende più o meno quanto scoprire che all’università qualcuno cerca una scorciatoia per capire un argomento alle due di notte.
La parte che cambia tono alla storia è un’altra: in uno studio condotto su 2.507 studenti di medicina sudanesi, il 22,2% dichiarava di usare chatbot conversazionali anche per “compagnia”. Il 23,1% riferiva invece di ricorrervi per affrontare stress o solitudine. Più di uno studente su cinque, insomma, non collocava l’intelligenza artificiale soltanto nella cartella “studio”, ma anche in quella molto più personale delle relazioni e del benessere percepito.
La ricerca, intitolata Conversational AI chatbots: a double-edged sword for mental health and social well-being among medical students, è stata pubblicata il 3 settembre 2026 su BMC Medical Education. Il lavoro è firmato da Alemam Ahmed, Mohamedelborae Abdalgafar Elimam Mohamed, Weam Babeker Ahmed Ali e numerosi altri autori affiliati a università del Sudan, del Sud Sudan e dell’Egitto.
Il dato, però, va maneggiato senza trasformarlo nella solita profezia da social: “I giovani non parlano più con gli amici, preferiscono ChatGPT”. Lo studio non dimostra affatto questo. Non confronta i chatbot con le amicizie reali, non misura una sostituzione delle relazioni umane e soprattutto non può stabilire che l’uso dell’AI provochi maggiore solitudine oppure, al contrario, la riduca.
Lo studio sui chatbot AI ha coinvolto 2.507 studenti sudanesi
La ricerca è stata condotta attraverso una survey trasversale, o cross-sectional, realizzata tra novembre 2025 e marzo 2026. I ricercatori hanno raccolto dati da 2.507 studenti di medicina utilizzando questionari strutturati sull’impiego dei chatbot, insieme a strumenti validati per valutare sintomi depressivi e isolamento sociale.
In particolare, lo studio ha utilizzato il Patient Health Questionnaire-9 (PHQ-9) per i sintomi depressivi e la Revised UCLA Loneliness Scale-6 (RULS-6) per la solitudine e l’isolamento sociale.
L’uso dei chatbot risultava molto diffuso: il 41,9% degli studenti dichiarava di utilizzarli quotidianamente. La funzione principale restava quella accademica: l’88,8% riferiva un supporto percepito nello studio.
Fin qui, nulla che faccia cadere la tazzina del caffè dalle mani.
Poi arrivano quelle altre due caselle del questionario: 22,2% per compagnia e 23,1% per affrontare stress o solitudine. Non sono percentuali maggioritarie, ma nemmeno una manciata di casi statisticamente folkloristici. In un campione di oltre 2.500 studenti indicano che, almeno per una quota non trascurabile degli intervistati, il chatbot era entrato in uno spazio che un tempo avremmo associato esclusivamente a un amico, una telefonata, una chat con qualcuno o magari alla classica passeggiata notturna durante la quale si rimugina sull’intera esistenza.
Va specificato un dettaglio fondamentale: “compagnia” è ciò che gli studenti hanno dichiarato nel questionario. Non significa che considerassero necessariamente il chatbot un amico, né che lo preferissero alle persone. Il dato descrive un utilizzo, non una sostituzione affettiva.
Nello stesso campione, il 70,6% presentava sintomi depressivi da lievi a gravi secondo il PHQ-9, mentre il 65% rientrava nelle categorie di solitudine da moderata ad alta secondo la scala utilizzata dai ricercatori. Sono numeri che devono però essere letti nel contesto specifico del campione e non trasferiti automaticamente agli studenti universitari in generale.
Quel contesto, peraltro, è difficilmente definibile “normale”. Il Sudan è attraversato da un conflitto iniziato nell’aprile 2023 che ha devastato anche il sistema sanitario. Nell’aprile 2026, l’Organizzazione mondiale della sanità stimava che 21 milioni di persone in Sudan non avessero accesso ai servizi sanitari e che il 37% delle strutture sanitarie del Paese non fosse funzionante. L’OMS descrive la crisi sanitaria sudanese come profondamente aggravata dalla guerra.
Un’ulteriore analisi dell’OMS sulla situazione sanitaria in Sudan riportava nel 2026 decine di milioni di persone bisognose di assistenza e milioni di sfollati. È quindi essenziale ricordare che lo studio sui chatbot AI fotografa studenti inseriti in un ambiente segnato da guerra, spostamenti forzati, servizi sanitari compromessi e accesso limitato al supporto psicologico.
Più disagio psicologico era associato a maggiore connessione emotiva con l’AI
La parte più delicata arriva quando i ricercatori mettono in relazione il benessere psicologico degli studenti con il loro modo di utilizzare i chatbot.
Gli studenti che mostravano livelli più elevati di disagio psicologico tendevano più frequentemente a dichiarare una connessione emotiva con l’AI, una sensazione di compagnia e benefici soggettivi derivati dalle interazioni con il chatbot. Tuttavia, gli autori specificano che le correlazioni osservate erano statisticamente deboli.
È una distinzione decisiva.
Da questi dati non possiamo stabilire che sentirsi soli induca necessariamente una persona ad affezionarsi a un chatbot. Non possiamo nemmeno affermare il contrario, cioè che usare un chatbot come compagnia provochi isolamento, depressione o una progressiva fuga dalle relazioni umane.
Con uno studio cross-sectional, infatti, variabili differenti vengono fotografate sostanzialmente nello stesso periodo. È un po’ come entrare in una stanza, vedere una persona con l’ombrello bagnato e un pavimento umido e proclamare di aver finalmente scoperto chi ha provocato la pioggia.
Si possono osservare associazioni. Non si può ricostruire con certezza la direzione del rapporto causale.
Gli stessi autori parlano dei chatbot conversazionali come di una possibile double-edged sword, un’arma a doppio taglio. Da una parte, in un contesto nel quale il supporto psicologico formale può essere difficilmente accessibile, un sistema conversazionale disponibile immediatamente può rappresentare una forma di sostegno percepito a bassa soglia. Dall’altra, i ricercatori invitano alla cautela rispetto alla possibilità che una dipendenza eccessiva dalle interazioni digitali possa accompagnarsi a un maggiore ritiro sociale. Per capire gli effetti nel tempo chiedono però studi longitudinali.
Ed è probabilmente questo il vero punto della ricerca.
Non che “l’AI sta sostituendo gli amici”. Non che i chatbot curino la solitudine. E nemmeno che la provochino.
Il fatto notevole è più semplice: per una parte degli studenti intervistati, un chatbot progettato principalmente come strumento informativo era già diventato anche qualcosa a cui rivolgersi quando serviva compagnia o quando stress e solitudine si facevano sentire.
Il computer che un tempo aspettava soltanto che gli chiedessimo di aprire Excel, insomma, adesso qualche volta si ritrova anche a sentirsi raccontare la giornata.
E questa, prima ancora di stabilire se sia una buona o una cattiva notizia, è una trasformazione sociale che vale la pena osservare senza né innamorarsene né gridare alla fine dell’amicizia umana.

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Questo articolo è stato verificato con:
- https://www.who.int/publications/m/item/public-health-situation-analysis---sudan-conflict-and-complex-emergency
- https://www.who.int/news/item/14-04-2026-after-three-years-of-conflict--sudan-faces-a-deeper-health-crisis
- https://link.springer.com/article/10.1186/s12909-026-10326-3
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