Altro che situationship: ora c’è il roster dating, con partner in classifica e altri lasciati “in panchina”

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Altro che situationship: ora c’è il roster dating, con partner in classifica e altri lasciati “in panchina”

| 04/09/2026
@AI generated

Roster dating, la scienza studia il “fantacalcio” delle relazioni: partner in cima alla classifica, riserve e persone tenute in panchina

  • Uno studio pubblicato il 4 settembre 2026 ha analizzato per la prima volta empiricamente il cosiddetto roster dating
  • La ricerca di Carey Noland ha coinvolto 46 adulti tra 19 e 27 anni che gestivano o avevano gestito un proprio roster nell’ultimo anno
  • I partecipanti descrivevano una gerarchia informale con persone prioritarie, membri attivi e altri lasciati “in panchina”
  • Le motivazioni comprendevano validazione, recupero dopo una rottura, valutazione di possibili partner, bisogni diversi e una sorta di assicurazione contro l’inaffidabilità altrui
  • Lo studio è qualitativo e non permette di stabilire quanto il roster dating sia diffuso tra i giovani o nella popolazione generale

 

Il roster dating parte da un concetto sentimentale apparentemente semplice: perché complicarsi la vita con una persona sola quando si può organizzare direttamente un piccolo campionato? Non proprio una relazione aperta, nemmeno una semplice situationship e neppure il classico “sto frequentando più persone”. Qui entrano in scena gerarchie, priorità, messaggi calibrati, persone contattate per prime e altre lasciate, letteralmente, “in panchina”.

Non è una metafora inventata per rendere il fenomeno più appetibile. Il linguaggio sportivo emerge dalle testimonianze raccolte in uno studio pubblicato su Sexuality & Culture, che l’autrice Carey Noland presenta come la prima analisi empirica dedicata specificamente alle roster relationships.

In pratica, il dating contemporaneo incontra un gestionale aziendale, però senza ferie, tredicesima e sindacati.

Carey Noland, docente associata di Communication Studies alla Northeastern University, ha intervistato in profondità 46 adulti tra 19 e 27 anni, con un’età media di 22,5 anni. Il campione comprendeva 24 donne, 21 uomini e una persona non binaria; il 54,3% si identificava come eterosessuale, il 19,6% come bisessuale, il 17,4% come gay e l’8,7% come lesbica. I partecipanti erano stati reclutati presso un’università del Nord-Est degli Stati Uniti attraverso campionamento di convenienza e passaparola. Ventitré avevano già conseguito la laurea. Non era previsto alcun compenso.

C’era inoltre un requisito abbastanza importante: per partecipare bisognava avere un roster al momento dell’intervista oppure averne gestito uno nell’anno precedente. Non bastava sospettare di essere finiti nella panchina sentimentale di qualcun altro.

Nel roster dating non basta frequentare più persone

Le interviste, individuali e semistrutturate, duravano da circa 20 a 75 minuti, con una media di 45 minuti. Sono state registrate, trascritte con un sistema assistito dall’intelligenza artificiale e poi ricontrollate dall’autrice ascoltando nuovamente l’audio. Noland ha successivamente applicato una reflexive thematic analysis, cioè un’analisi qualitativa volta a individuare temi e schemi ricorrenti nei racconti. La ricercatrice era anche l’unica persona incaricata della codifica dei dati, dettaglio metodologico che va tenuto presente quando si interpretano i risultati.

Da quelle 46 esperienze è emersa una definizione piuttosto precisa. Il roster, secondo lo studio, è una struttura che tende a formarsi spontaneamente più che a essere progettata a tavolino: una persona mantiene contemporaneamente una comunicazione attiva con più partner non impegnati in una relazione esclusiva, organizzandoli secondo una gerarchia informale di interesse, priorità e accesso.

Ed ecco il punto interessante: per entrare nel roster non è nemmeno necessario aver già fatto sesso. Nelle testimonianze era sufficiente che esistesse un interesse sessuale o una possibilità percepita. Alcune persone presenti nella lista potevano non essere mai diventate partner sessuali e, potenzialmente, non diventarlo mai.

Altro che agenda degli appuntamenti. Qui siamo al calciomercato delle possibilità.

Lo studio distingue diverse posizioni funzionali. I membri “attivi” ricevono comunicazioni regolari, spesso quotidiane o quasi. All’interno di questo gruppo compaiono poi quelli definiti up to bat: prendendo in prestito il linguaggio del baseball, sono le persone che in quel momento occupano la posizione più alta, ricevono maggiore attenzione e vengono contattate per prime quando il gestore del roster vuole organizzare un appuntamento o un incontro sessuale.

Poi c’è la famigerata bench, la panchina.

Le persone “on the bench” rimangono nel roster, ma ricevono meno attenzioni e possono essere riattivate soprattutto quando chi occupa una posizione superiore non è disponibile. E le classifiche non sono permanenti: i partecipanti descrivevano il roster come qualcosa di dinamico, con persone che salgono, scendono, entrano ed escono. In alcuni periodi può esserci una sola persona; poco dopo, quattro.

Praticamente una Serie A del desiderio, con la differenza che difficilmente qualcuno pubblica la classifica il lunedì mattina.

La comunicazione è uno degli elementi centrali. Gli SMS risultavano il canale più utilizzato, mentre Snapchat compariva spesso come strumento a basso investimento emotivo, utile soprattutto per mantenere attive connessioni meno prioritarie. Le telefonate e le videochiamate, invece, erano quasi assenti dai racconti.

Anche la frequenza dei messaggi seguiva la gerarchia. Le persone in cima potevano ricevere comunicazioni ogni giorno o quasi; quelle intermedie ogni pochi giorni; chi era in fondo alla lista poteva essere mantenuto nel radar attraverso controlli occasionali, magari un semplice Snapchat. Non abbastanza da suggerire grande interesse, ma abbastanza da evitare che il filo si spezzi completamente.

E c’è un altro elemento fondamentale: secondo le testimonianze, le persone presenti nel roster erano generalmente inconsapevoli dell’esistenza delle altre. Anche chi gestiva il roster tendeva spesso a non fare troppe domande sulle frequentazioni parallele dei propri partner. In diversi casi questa ignoranza volontaria veniva descritta come una forma di autoprotezione: meglio non sapere ciò che potrebbe provocare gelosia, disgusto o sofferenza.

Non è quindi la stessa cosa della non monogamia consensuale, dove la consapevolezza reciproca costituisce un elemento centrale. Nel roster descritto dai partecipanti, la gestione è prevalentemente unilaterale e le informazioni possono essere deliberatamente selezionate o nascoste.

La distinzione è importante anche rispetto alle categorie già studiate da anni nella letteratura scientifica, come hookup, rapporti friends with benefits, incontri occasionali e one-night stand. Una revisione pubblicata nel 2013 su Emerging Adulthood sottolineava già quanto le esperienze sessuali non impegnate potessero differire per frequenza, vicinanza emotiva e caratteristiche della relazione. Il lavoro di Noland propone ora il roster come una struttura distinta soprattutto per la presenza contemporanea di più connessioni, una gerarchia e un lavoro continuo di gestione della comunicazione.

Perché tenere più partner nel roster: validazione, rotture, bisogni diversi e quella curiosa “assicurazione” contro chi potrebbe sparire

Forse la parte psicologicamente più interessante riguarda però le motivazioni.

Lo studio ne identifica principalmente cinque: ricerca di validazione, recupero dopo la fine di una relazione, valutazione di possibili partner futuri, soddisfazione di bisogni differenti attraverso persone differenti e protezione dall’inaffidabilità percepita degli altri.

Il roster, quindi, non emerge dalle interviste semplicemente come una collezione di conquiste sessuali.

Per alcuni partecipanti significava sentirsi desiderati. Per altri rappresentava una fase successiva a una rottura, una maniera per tornare nel mondo degli appuntamenti senza investire immediatamente tutte le fiches emotive su una persona. Altri ancora lo utilizzavano come una sorta di area di prova per capire chi potesse trasformarsi, in futuro, in un partner stabile. Quasi tutti i partecipanti, infatti, dichiaravano di desiderare prima o poi una relazione romantica impegnata.

Uno degli aspetti più curiosi è la divisione dei bisogni.

Una partecipante descriveva persone diverse capaci di offrirle rispettivamente conforto emotivo, soddisfazione sessuale oppure compagnia per svolgere attività insieme. In altre parole, invece di cercare il proverbiale “pacchetto completo”, alcuni roster sembravano funzionare come quei menu in cui il primo lo prendi da una parte, il dolce da un’altra e alla fine scopri di aver attraversato mezza città per cenare.

Ancora più particolare è quella che Noland definisce funzione di insurance, assicurazione. Alcuni partecipanti, soprattutto donne, raccontavano di mantenere più possibilità perché consideravano i partner individuali imprevedibili o poco affidabili: se uno non risponde, esiste un’alternativa. Lo studio interpreta questa strategia come un modo per ridurre l’incertezza percepita nelle frequentazioni contemporanee, non come la dimostrazione che uomini o donne siano realmente più o meno affidabili in generale.

Quando invece una persona perde attrattiva, desidera qualcosa di più serio o semplicemente provoca il famigerato ick — quell’improvvisa sensazione per cui ieri era interessante e oggi basta vederlo masticare per chiedersi come abbiamo potuto perdere il senno — può iniziare la fase dell’eliminazione.

Il metodo più frequente riportato nello studio non consisteva in una comunicazione formale del tipo “Gentile candidato, siamo spiacenti di informarla che la sua posizione nel roster è stata soppressa”. Era molto più semplice: riduzione progressiva dei messaggi. Risposte più lente, conversazioni lasciate morire, meno contatti su Snapchat, fino allo spegnimento naturale del rapporto. Il ghosting vero e proprio veniva invece descritto soprattutto in presenza di mancanze di rispetto o forti incompatibilità di valori.

Tutto questo non significa però che il roster dating sia diventato improvvisamente la modalità sentimentale standard della Generazione Z. Ed è qui che bisogna togliere per un attimo la maglia da commentatore sportivo.

La ricerca coinvolge appena 46 persone, tutte selezionate perché avevano già esperienza diretta nella gestione di un roster. Non è un campione rappresentativo degli Stati Uniti, dei giovani americani e tantomeno dei giovani italiani. Lo studio non misura quanto il fenomeno sia diffuso e non permette di stabilire che il roster dating stia sostituendo le relazioni tradizionali. Inoltre, essendo qualitativo, punta a comprendere come i partecipanti definiscono e vivono questa struttura, non a calcolarne la prevalenza nella popolazione.

C’è inoltre un’asimmetria inevitabile: sono state intervistate le persone che gestivano il roster, non gli individui che magari si trovavano dentro senza saperlo. Le due parti potrebbero raccontare la stessa frequentazione in maniera completamente diversa. La stessa Noland sottolinea che persino il membro al primo posto potrebbe avere una percezione della relazione lontanissima da quella del “roster manager”.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante dell’intera ricerca. Non il fatto che gli esseri umani frequentino contemporaneamente più persone — invenzione decisamente precedente a Tinder e, con ogni probabilità, anche alla ruota — ma che sia comparso un vocabolario specifico per organizzare questa esperienza come una gerarchia.

C’è chi è in cima, chi aspetta, chi viene richiamato, chi retrocede, chi sparisce dalla rosa. Tutto mentre quasi nessuno vuole ammettere di aver costruito deliberatamente la squadra. Il romanticismo non è morto. A quanto pare ha semplicemente assunto un direttore sportivo.

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